Castello di Predjama, a tutti i costi

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Abbiamo superato paesini di poche case con balconcini pieni di fiori ed i fienili a rastrelliera sul retro, raccolti intorno a chiese con i campanili di pietra. Abbiamo attraversato colline bagnate dal sole che riflettono diverse sfumature di verde, da quello intenso dei boschi, a quello sbiadito dei campi rasati sorvegliati da enormi balle di fieno. Dai finestrini entra un vento mite che porta un profumo di erba tagliata ed infonde un certo benessere che allevia il clima triste di fine viaggio.

Arriviamo al Castello di Predjama: la pietra della fortezza si fonde con la roccia della montagna. Nei pochi minuti che abbiamo, possiamo viverci solo l’esterno e ci incute un certo timore, probabilmente lo stesso provato dai nemici che nei secoli hanno cercato di espugnarlo.

Dopo il viaggio in Slovenia ho imparato a non rimandare alla fine di un viaggio la visita di un posto che voglio vedere a tutti i costi.

Avremmo dovuto attraversare le stanze del castello di Predjama, ascoltarne le leggende, provare ad immaginare la vita che vi conducevano gli abitanti, invece…

L’arrivo di una nuvola ricopre l’intera valle di un’atmosfera glaciale, il segnale che il tempo è scaduto: c’è un aereo che aspetta.

Viaggio in Tunisia, quando il mondo era in 4:3

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Libri, racconti di viaggiatori, guide in vari formati, bozze di itinerari, luoghi dove mangiare e fare foto. È più o meno così che organizzo un viaggio. Quando la data di partenza è lontana, però, mi capita spesso di distrarmi e pensare a viaggi passati. Riguardo video e foto, rileggo pensieri appuntati su fogliettini vari raccolti e conservati insieme a biglietti e cartoline. Così è tornato alla memoria un viaggio lontano nel tempo, quando il mondo era ancora in 4:3 e la videocamera troppo ingombrante per essere portarla in giro con disinvoltura. Quando si usava ancora la pellicola per le foto e sul retro delle stampe si scrivevano nomi e luoghi. Quando non era semplice, come oggi, organizzarsi un viaggio per conto proprio, e si andava in agenzia a prenotare un volo.

Così sono tornato al mare caldo di Djerba, in Tunisia. Al primo contatto con il deserto e con un cammello, e alla strana sensazione nel non riuscire a tenere gli occhi aperti e a come si appannavano le pupille al contatto con l’acqua.

I colori sbiaditi delle foto di Matmata, rinvigoriscono il ricordo dell’aridità del paesaggio che abbiamo attraversato, adeguato all’atmosfera dei villaggi berberi sparsi tra le alture plasmate dall’erosione del tempo.

La banale considerazione che la funzione delle foto è riportare alle mente emozioni vissute in passato, si esprime tutta con questa immagine:

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Arriviamo in una ghorfa che credevamo abitata solo da qualche lucertola e, nell’assoluto silenzio, salta fuori Fouad (così c’è annotato dietro la foto), uno spilungone con un baffetto furbo ed un’andatura elegante. Sobbalzo a tal punto che il tappo della reflex mi cade, finendo in una specie di pozzo e andato perso per sempre. Il nostro ospite sorride, ci offre del tè e qualche aneddoto su quel luogo. Ci racconta di se, della sua famiglia e della vita in quella “zona dimenticata dal mondo” dice con ramarico. Di sicuro è un copione ripetuto più volte, ma è molto efficace e lascia trasparire un certa autenticità. Trascorriamo piacevolmente qualche momento, attraversando queste costruzioni di pietra ed argilla che nascondono storie di vita quotidiana di un popolo antico come il mondo. Fouad ci saluta augurandoci una vita piena di figli e felicità, scomparendo così com’è apparso.

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La Patagonia di Chatwin

 

Nella stanza da pranzo della nonna c’era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l’armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c’era scritto qualcosa con inchiostro nero e sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere.

Presi il treno per La Plata per vedere il miglior museo di storia naturale del Sud America.

Bahia Blanca è l’ultimo posto importante prima del deserto della Patagonia.

La mattina andai a piedi a Bethesda, per una strada bianca fiancheggiata da pioppi. Un agricoltore andava nella mia stessa direzione e mi portò a visitare suo fratello Alun Powell.

Dormii negli alloggi dei peoni. La notte era fredda. Mi diedero una branda e un poncho invernale nero come copriletto. A parte il poncho, il necessario per il mate’ e i coltelli, i peoni non possedevano niente.

La notte era calda, si stava facendo tardi e il proprietario dell’unico negozio di Epuyen stava strofinando il bancone che gli serviva anche da bar. Il senor  Naitane era un ometto raggrinzito, di pelle bianchissima. Guardava nervosamente i suoi clienti, e non vedeva l’ora che se ne andassero.

Dappertutto nelle Ande del sud si sentono storie di bandoleros norteamericanos.

Las Pampas, venti miglia più avanti di Rico Pico, era l’ultimo abitato prima della frontiera.

L’odore della pioggia, portato dal vento, arrivava in fondo alla valle prima della stessa pioggia, un odore di terra bagnata e di piante aromatiche.

Ora avevo due ragioni per tornare nella Cordigliera: vedere a Valle Huemeules il vecchio allevamento di ovini di Charley Milward e trovare l’unicorno di padre Palacios.

Attraversai tre città senza interesse, San Julian, Santa Cruz e Rio Gallegos.

Attraversai lo Stretto ed entrai nella Terra del Fuoco. […] Tierra del Fuego. Terra del Fuoco. I fuochi erano quelli di un campo di indios fuegini. Secondo un’altra versione Magellano vide solo fumo e la chiamò Tierra del Humo, Terra del fumo, ma Carlo V disse che poteva esserci fumo senza fuoco, e cambiò il nome.

Nel 1890 una crudele interpretazione della teoria di Darwin, nata a suo tempo in Patagonia, ritornò in Patagonia e sembrò incoraggiare la caccia agli indios. Uno slogan: “la sopravvivenza dei più forti”.

Raggiunsi la città più a sud del mondo. Ushuaia era sorta nel 1869, quando il reverendo W.H. Stirling aveva fatto costruire, vicino alle capanne degli indios Yaghan, l’edificio prefabbricato della Missione.

Da Ushuaia all’estancia di Bridges, a Harberton, c’erano trentacinque miglia di cammino lungo il Canale Beagle.

A Punta Arenas i padri salesiani avevano un museo più grande di quello di Rio Grande.

Eravamo vicini a Capo Horn, correndo con tutte le vele gonfiate da un forte vento a dritta. Era una domenica mattina. Camminavo su e giù lungo il boccaporto principale con Chips il carpentiere.

Dovevo fare ancora una cosa in Patagonia: trovare un pezzo di pelle di brontosauro in sostituzione di quello andato perduto.

Dopo aver aspettato la nave una settimana, udimmo la sua sirena echeggiare da dietro la palestra (che era una copia in cemento del Partenone)  […]. Durante tutta la settimana l’impiegato alle prenotazioni si era stretto nelle spalle quando gli chiedevamo dov’era la nave… La nave poteva essere affondata, per quel che ne sapeva o gli importava. Ma ora stava scribacchiando i nostri biglietti, sudando, gesticolando e abbaiando ordini. Poi traversammo in fila il capannone verde della dogana e costeggiammo le lamiere arrugginitedella nave fino alla passerella di imbarco, dove i chilotes stavano in coda con la faccia di chi ha aspettato quattrocento anni.

Cercando Acqua Alta, la libreria

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Il sole sta calando lentamente dipingendo una luce rilassante sui palazzi patrimonio dell’Unesco che allungano le ombre sui canali. Cammino con l’orecchio teso per sentire se la strada scricchiola al mio passaggio, ma sento solo un intreccio di lingue diverse provenire da chi mi circonda che accentua il mio disorientamento. Mi succede quando cammino per una città che conosco poco, ho una meta da raggiungere e vorrei arrivarci quanto prima senza rinunciare a godermi il mio andare. Sono a Venezia e sto cercando la libreria Acqua Alta. È un po’ nascosta, con un albero che ne copre l’ingresso ed un cartello che mi da il benvenuto in una delle librerie più belle del mondo. Il retro si affaccia direttamente in un canale e non è difficile immaginare le stanze allagate e capire il perché del nome.

Libri, fumetti, cartine, stampe ed altre cose accatastate meravigliosamente a casaccio. L’odore della carta enfatizzato dall’umidità accelera il mio battito cardiaco e mi immergo nella ricerca di qualcosa di inutile che testimoni il mio passaggio in questa meraviglia.

Mi allontano chiedendomi cosa ne sarà di tutti quei libri poggiati per terra quando la laguna deciderà di riversarsi nella libreria, ma sono già lontano e questo leggero disappunto è compensato dall’aver vissuto un pezzo particolare di questa città particolare.

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Il tempo si ferma nella Casa delle Farfalle

C’è una foresta vergine in miniatura nel cuore di Vienna: la SchmetterlingHaus.

Una serra in stile Liberty di notevole bellezza, racchiude un giardino incantato abitato da centinaia di farfalle libere di sprigionare la loro magia. Nella Casa delle Farfalle il tempo si ferma, tutto si calma e ci si muove con la massima cautela, quasi in punta di piedi. La fantasia prende il sopravvento, lo sguardo comincia a rincorrere le farfalle che svolazzano in giro spargendo bellezza. È un luogo dove le farfalle si lasciano avvicinare senza paura, forse per soddisfare il bizzarro capriccio di osservare noi umani sapendo che nessuno cercherà di fargli del male a casa loro.

”Se una farfalla ti si poggia addosso, esprimi un desiderio ed aspetta che si avveri”

…et voilà!

 

Con Murakami “A sud del confine, a oveste del sole”

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A me lei non piaceva proprio. Non è che ci fosse un motivo particolare, anzi era sempre gentile con me. Eppure, nelle sue parole, si avvertiva sempre un certo nervosismo che a volte mi rendeva inquieto.

Secondo me, nella vita ci sono cose che possono essere cambiate e altre che sono irreversibili. Arrivati a un certo punto, non si può più tornare indietro. […] Cioè col passare del tempo, alcune cose finisco per assumere una rigida forma definitiva, come il cemento che si solidifica in un secchio. A quel punto non si può invertire la rotta.

Amavo moltissimo quell’indefinibile nonsoché trasmessomi con forza dalle persone dell’altro sesso. Era come la passione segreta che alcuni nutrono per i temporali, i terremoti o i lunghi blackout. Potrei chiamarlo «magnetismo», una forza che, nostro malgrado, ci attira inevitabilmente a sé e ci risucchia.

Ero arrivato alla conclusione che il lavoro era solo una noiosa incombenza e che l’unica cosa da fare era impegnare il tempo libero nel miglior modo possibile e cercare di godersi la vita.

Ci sono cose che svaniscono all’improvviso come se fossero state recise da un colpo secco, mentre altre si dissolvono lentamente, fino a sparire del tutto. Ciò che rimare è solo il deserto.

La musica che ascoltavo allora e i libri che leggevo, li sentivo penetrare dentro di me, nota per nota, riga per riga. I miei nervi erano tesi e affilati come cunei e nel mio sguardo c’era una luce così penetrante che sembrava quasi voler trafiggere gli altri.

A sud del confine, a ovest de sole, – disse. Esiste un posto così. Hai mai sentito parlare di una malattia chiamata isteria siberiana? […]… Giorno dopo giorno, vedi il sole sorgere ad est, attraversare la volta celeste e tramontare a ovest e alla fine dentro di te qualcosa si spezza e muore. Lasci a terra la zappa e cominci a camminare con la mente svuotata da ogni pensiero, verso ovest, a ovest del sole. Continui a camminare per giorni, senza mangiare né bere, come un invasato. E un giorno ti accasci al suolo e muori. È questa l’isteria siberiana.

Se in un luogo non esistono realtà intermedie, le mezze misure non possono esistere. A sud del confine esisteranno pure i forse , ma non a ovest del sole.

La nostra memoria e le nostre sensazioni sono troppo incerte e unilaterali e quindi, per provare la veridicità di alcuni fatti, ci basiamo su una «certa realtà». Ma quella che per noi è realtà, fino a che punto lo è davvero e fino a che punto è quella che noi percepiamo come tale?

Adesso tocca a me creare sogni per gli altri, sarà questo il mio nuovo compito.

Cose di Amsterdam

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Amsterdam è una delle città più affascinanti del mondo. Riesce ad essere cosmopolita ed a conservare un’atmosfera informale allo stesso tempo. E’ una città vivace dove puoi imbatterti in una sorpresa ad ogni curva. E’ la città del sesso, ma anche di Van Gogh e Rembrandt. E’ la città dei coffee shop, ma anche dei tulipani. E’ la città delle belle donne, ma anche di quelle brutte.

Amsterdam è la città degli edifici dalle facciate alte e strette con particolari pendenze che formano strani angoli tra i vicoli suggestivi e sembrano voler sbirciare tra gli alberi per guardare negli occhi i turisti che camminano con il naso all’insù.

Amsterdam è anche la città delle bici. Sono ovunque: poggiate a un muro, lungo i ponti che attraversano i canali, in attesa dei semafori, accatastate una sull’altra, perfettamente allineate nei parcheggi.

I suo abitanti scelgono sempre di più la bicicletta per andare a lavoro, a fare la spesa, e per girare tra i parchi e i canali della città. Hanno strane forme, scomode all’apparenza, ma efficaci.

Girare Amsterdam in bici, attraversarne le vie in lungo e in largo, legare una ruota ad un palo fuori un bar, è il modo migliore per mescolarsi agli abitanti di una delle città più vivibili ed incredibili d’Europa.