La strada / Cormac McCarthy

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Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: SE NON è LUI IL VERBO DI Dio allora Dio non ha mai parlato.

Poi  si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.

E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?

Si, certo che puoi.

Tu cosa faresti se io morissi?

Se tu morissi vorrei morire anch’io.

Per poter stare con me?

Si. Per poter stare con te.

Ok.

Se solo il mio cuore fosse di pietra.

Si. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quello che vorremmo dimenticare.

Guardati intorno. Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l’assenza di qualsiasi tempo.

Ce la caveremo, vero, papà?

Si. Ce la caveremo.

E non ci succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Si. Perché noi portiamo il fuoco.

Uscì fuori nella luce livida, rimase li in piedi e per un attimo vide l’assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L’oscurità implacabile. […]. Il vuoto nero e schiacciante dell’universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli.

Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno.

Anche se vedevano mondi diversi sapevano la stessa cosa. Che quel treno sarebbe rimasto li a decomporsi lentamente per l’eternità, e che nessun treno avrebbe mai più viaggiato.

Tu non mi credi.

Si che ti credo.

Ok.

Ti credo sempre.

Non mi pare proprio.

Si invece. Ti devo credere per forza.

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

Non ci vedo.

Lo so. Facciamo un passo per volta.

Ok.

Non mi lasciare la mano.

Ok.

Qualunque cosa succeda.

Qualunque cosa succeda.
E adesso cosa facciamo, papà?, disse l’uomo.

Appunto, dimmelo tu, disse il bambino.

Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.

E riuscirò a sentirti?

Si. Mi sentirai. Fa’ come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere. Ok?

Ok.

 

 

La libreria di Angelo

 

Cassette per la frutta piene di libri. Un’insegna che non lascia spazio all’immaginazione. Dall’interno non arriva nessun tipo di luce né segni di presenza umana. La vetrina non invita ad entrare; nulla invita ad entrare, se non una personale fissazione per i libri ed una tiepida convinzione che una qualche emozione possa nascondersi  in quella confusione. Una quantità impressionante di libri accatastati a casaccio occupano l’intero negozio. C’è di tutto, da Banana Yoshimoto a Dacia Maraini, da Levi al manuale di botanica. Impossibile non essere sopraffatti dall’odore della carta, non quel buon odore di carta fresca di stampa, ma quello leggermente acre e pungente caratteristico delle biblioteche di provincia.

 

Angelo, capelli arruffati e baffo simpatico, appare all’improvviso, come un camaleonte che decide di farsi individuare per qualche motivo. Mi legge nel pensiero: “C’è  un ordine preciso – bisbiglia – è nella mia testa”. È qui da almeno trent’anni e lascia trasparire l’intenzione di volerli raccontare tutti.

È complicato, se non impossibile, muoversi: tutto potrebbe crollare da un momento all’altro per come sono precari i volumi messi uno sull’altro. Il custode di questa confusione, invece, lo fa con disinvoltura, come se i libri si spostassero al suo passaggio per non cadere, per rispetto. Mentre mi rigiro stranito dall’incapacità di trovare qualcosa, Angelo prende un libro e comincia a leggerne l’incipit:

“Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorgna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzar ella. Figa di puttanella.”

Ride di cuore. È Porci con le ali, un libro che ha più di quarant’anni, sgualcito appena; ricorda di averne venduti tanti, “Forse ne hanno fatto un film” – sentenzia sorridendo ancora. Ho la sensazione che sia consapevole di avermi regalato un’emozione particolare.

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Esco, con un misero bottino, in una mattina d’inverno riscaldata oltremodo da un sole arzillo. Lasciandomi alle spalle la Libreria di Angelo, percorro a ritroso una strada dal nome pomposo come spesso a accade a Roma, e mi viene da ripensare ad una delle massime di un anziano che viveva vicino casa dei miei genitori:

“Quando cammini con la persona giusta, finisci sempre in un buon posto”.

A volte si creano delle alchimie particolari, con le persone, con i luoghi ed è possibile vivere circostanze che potrebbero rimanere a lungo nella memoria.

L’assassinio del Commendatore

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dav_vividLì, per la prima volta dopo tanto tempo, vidi il telegiornale della Nhk. […]. Però di tutto quello che disse, dall’inizio alla fine, non c’era quasi nulla che avesse una qualche attinenza con me. Era come se parlasse di fatti avvenuti su un altro pianeta, o di cose inventate di sana pianta da chissà chi.

…riguardo alla relazione con mia moglie mi sentivo sereno. Consideravo il ruolo che mi era toccato nella commedia di quel matrimonio come naturale e ovvio.

“E voi? Chi siete voi? Avete preso quell’aspetto li, ma in realtà chi siete? Vedete, questa domanda vi mette in imbarazzo, anche voi troverete difficile rispondere. Lo stesso è per me. […]… sono io un fantasma? No, no, non è così, signore. Non sono un fantasma. Sono una pura e semplice “idea”.”

La sua figura divenne sempre più evanescente, i contorni meno nitidi. E in pochi secondi sparì del tutto.[…]. La sua presenza non aveva lasciato alcuna traccia. Già, le idee non hanno né calore, né peso. Prendono solo in prestito sembianze provvisorie.

Poteva darsi che non fosse veramente accaduto, ma non era nemmeno un sogno. Forse era qualcos’altro ancora.

Scusate l’invadenza, ma è da un po’ che vi osservo lavorare. Spero di non avervi disturbato. Anche a queste parole non avevo intenzione di rispondere. Che mi desse fastidio o meno, come poteva una persona vivente mettersi a ragionare con un’idea?

“Cercate di non farci caso, però, se ci riuscite. So che non è gentile da parte mia, ma un’idea vede tutto. Non è che possiamo scegliere cosa vedere e cosa no.”

Accanto a me, sul sedile, il Commendatore non c’era più. La cosa non mi stupì, né mi inquietò. Lui aveva modi tutti suoi di comportarsi.

“In ultima analisi, la vera domanda è se si possa considerare un’idea qualcosa di autonomo o meno.” “Proprio così”, mi sussurrò all’orecchio il Commendatore. Memore del suo avvertimento, non mi guardai attorno.

“La cosa che ho temuto più di tutto, prigioniero in quello spazio stretto e buio, – proseguì Menshiki, – non era morire. No. La paura è cominciata quando ho iniziato a pensare che rischiavo di vivere eternamente così. È stato allora che ho avuto davvero paura. Una paura che mi toglieva il fiato. Avevo le allucinazioni, vedevo le pareti stringersi intorno a me fino a stritolarmi. Per resistere vivi lì dentro è necessario sormontare quell’angoscia. Occorre sapersi dominare. E a questo scopo, arrivare più vicino possibile alla morte.”.

E pensai a tante cose. La metà, avrei fatto meglio a dimenticarle. Se almeno ci fosse stato il Commendatore, con me! Se almeno avessi potuto parlare con lui di qualcosa! Di qualunque cosa, di qualunque argomento… Mi sarebbe bastato sentire la sua voce. Lui però non c’era, da nessuna parte, e non avevo modo di chiamarlo.

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“Tu vorresti riuscire a disegnare bene, vero? – le chiesi. Di nuovo Marie annuì. “Mi piacciono la cose che si vedono, quanto quelle invisibili, – disse.

Per fare del suo ritratto un’opera d’arte non bastava che riproducessi tali quali le sue fattezze. Perché avrei realizzato soltanto una raffigurazione molto somigliante e nulla più. L’essenziale invece, ciò che dovevo scoprire, era la “narrazione” da rivelare sulla tela.

Un sorriso che era come un raggio di sole filtrato tra le nubi e venuto a creare un cerchi di luce sul terreno.

Che strana giornata! Non riuscivo a capire se stessi avanzando, indietreggiando o girando in tondo. Mi sembrava di aver perso del tutto il senso dell’orientamento.

“In qualunque cosa c’è un aspetto positivo. Qualunque nuvola, per quanto spessa e scura, vista dall’alto brilla di luce argentea.”.

…le idee sono la fonte stessa dell’energia che alimenta la loro cognizione…

…gli esseri umani, anche quando vogliono smettere di pensare a una cosa, in realtà stanno pensando a quella cosa, e finché la pensano, quella cosa viene pensata. Per smettere di pensare a una cosa, devono smettere di pensare che vogliono smettere di pensare. “Insomma, almeno che per qualche motivo non si venga colpiti da improvvisa amnesia, a meno che non si stacchi di colpo la spina del pensiero, non ci si può liberare delle idee.”.

“Credo di comprendere cosa vuol dire. Che per un certo periodo della vita, anche il fatto di annullare se stessi ha la sua importanza.”.

“Si, l’insieme delle caratteristiche che fanno di una persona quella che è.”.

La cosa strana, con i quadri, è che più si avvicinano al compimento, più acquisiscono volontà, punto di vista ed espressività propri. E quando viene il momento, dicono al pittore che si deve fermare, che l’opera è pronta.

Eppure presentivo in quel quadro uno sviluppo. Da un momento all’altro qualcosa stava per accadere, stave per iniziare, lì dentro – lo percepivo con estrema intensità.

Comunque la sua esistenza, non c’era bisogno di dirlo, era legata al tempo, allo spazio e alla probabilità. Come quella di ogni persona a questo mondo. Perché noi essere umani, finché viviamo, non possiamo liberarci da questa limitazione. Tutti, nessuno escluso, siamo per così dire circondati da solidi muri, è in questo modo che siamo fatti. Forse.

Intanto , non potevo fare altro che avanzare. Con la luce della torcia per unica alleata, mi inoltrai nell’oscurità della “via metaforica”.

“Il mio ruolo, il mio lavoro, è solo di farti attraversare. – rispose lui. – Farti sgusciare attraverso lo stretto spiraglio che separa il nulla dalla realtà. Il seguito, non è più compito mio.”.

“hai bevuto l’acqua del fiume. Basta che tu vada avanti, vedrai che saranno le tue mosse a generare risposte pertinenti. Qui, nel regno della correlazione, funziona così.”.

Non dovevano condurre una vita ricca di emozioni, anzi, al contrario. Quanto ad andare in barca nel paese delle metafore, era altamente improbabile.

Ma esiste realmente, a questo mondo, la cosa giusta da fare, la cosa davvero giusta? O davvero sbagliata? Nel mondo in cui viviamo, la pioggia a volte è prevista al trenta per cento, a volte al settanta. E forse funziona così anche per la verità. C’è una verità al trenta per cento, c’è una verità al settanta.

Quanto a me, ero sempre il solito. Alcuni giorni prima avevo bevuto l’acqua del mondo metaforico e attraversato il fiume che separa l’essere dal nulla, ma non sapevo se dentro di me fosse mutato qualcosa o no.

Le regole di Banksy/2

 

 

 

La mostra: A visual protest. The art of Banksy è al Mudec di Milano fino al 14 aprile 2019.

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La ragazza con la Leica

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Camminare per uno spazio che ti ignora mentre tu lo conosci a sufficienza mette in moto i pensieri o li macina via a ogni passo.

Ma la tenacia e la durezza di Gerda erano modellate in tutt’altra pasta: non guerriera, non mortuaria. Vivere a tutti i costi, ma non ad ogni prezzo, Gerda lo desiderava più di tutti loro messi insieme. E infatti superava i vincoli e gli ostacoli frapposti a quel desiderio con un impulso irrefrenabile, uno slancio che solo la mole d’acciaio di un cingolato era riuscito a stritolare.

The Greatest War-Photographer in the World: Robert Capa. […]. La pagina con il ritratto che consacra the Greatest War-Photographer in the World è una vetta mai raggiunta da un fotografo, ma se Capa perdesse l’equilibrio, potrebbe ricadere nel vuoto da cui si è appena sollevato. Il precipizio è sotto i loro occhi, priprio lì sul tavolo. Quella fotografia l’ha scattata Gerda. Sul fronte di Segovia, vicino al passo di Navacerrada, quando lei lavorava con la Leica…

Gerda che grazie a Friedmann imparava a fotografare, Friedmann che grazie a Gerda si dava un aspetto presentabile.

Ciascuno ricorda ciò che serve, quel che lo aiuta a mantenersi in sella. E il dottor Kuritzkes vuole solo tenersi la “sua Gerda”, anche se sa che non esiste. Gerda la temeraria, l’imprevedibile, la volpe rubia, che non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente.

Gerda era Gerda: una donna smaliziata che nei piccoli disguidi di un amplesso scoppiava a ridere come una ragazzina, un’amante dalla grazia principesca e dalla spigliatezza di una cameriera, un talento naturale che non somiglia alle borghesi ne’ alle proletarie, e tantomeno alle scimmie edeniche di sua madre che forse non esistevano nemmeno. Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque…

In quelle reazioni Georg aveva trovato conferma che Gerda, anche in guerra, in fondo era rimasta sempre la solita. Amava farsi ammirare, sai che scoperta, però non c’erano fuoco, fumo e cieli in fiamme che potessero darle alla testa – la sua attaccata alle spalle, soprattutto nei momenti critici.

“Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto”.

…un ritrattista deve catturare “la storia e il carattere che ogni modello possiede”, compito ideale per una Leica, così “disarmante” nella sua piccolezza.

 

La Cattolica di Stilo

Se fosse estate si sentirebbero così tante cicale da non percepire neanche il calpestio dei propri passi. Invece si sente finanche il rumore di un ramo che si spezza nelle mani di un contadino che fa pulizia nascosto nel parco. Non c’è nessuno, e questo acuisce il senso di irrealtà che circonda questa chiesetta bizantina nel cuore dalla Calabria.

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La Cattolica di Stilo è una piccola meraviglia d’Italia, accerchiata da una colonia di fichi d’india ed oggi illuminata un inatteso sole invernale che ne accentua i dettagli. Quando apriamo il portoncino, il sole brucia le colonne e smuove gli affreschi dal torpore della clausura: l’interno è sorprendentemente piccolo. Una persistente essenza di pietra e l’irreale lindore diffuso tutt’intorno creano un’atmosfera surreale.

Un appassionata guida ci coinvolge con minuziose descrizioni delle varie epoche, dettagli che potrebbero indicare una data, scritte in arabo che rimandano a probabili leggende.

Chiudendo gli occhi per un istante, riesco ad immaginare un lungo e lento corteo di monaci che arrivano fino a questo luogo mistico per ultimare il loro viaggio devozionale.

Se si potesse spegnere il sole ed accendere qualche candela, qualunque sia la religione che si professa, qui si sentirebbe il bisogno di pregare.

La porta si chiude alla nostre spalle, trattenendo il piacevole senso di spiritualità che abbiamo respirato e per un po’ tutto tornerà al buio.