Il Ciclope

Il Ciclope

Stanotte sono davanti a quella cosa che fanno di tutto per nascondarci e che ci salverebbe dal naufragio: il senso del limite.

Piante come gerani, ginestre, aglio selvatico, enormi cuscini di fiori gialli: e tu non sai nulla di tutto questo, ti accorgi che in posti simili, più che apprendere, puoi solo misurare l’abisso della tua distanza dalla natura.

I luoghi si visitano di giorno, ma si capiscono – anzi si sentono – solo la notte.

Qui è tutto lampante. L’occhio della profetessa piumata grida al mondo che c’è un sistema che ci intontisce di anestetici e ci tiene in stato di subbuglio mentale, al preciso scopo di non farci capire che una cosca di predoni sta divorando il mondo.

Siamo pieni di paure, certo, ma paure di cose senza significato, e le paure a vuoto si chiamano paranoie. Ci manca il timore vero, quello supremo. L’orrore di noi stessi, incapaci di sentire il grido della natura che boccheggia e dice: “Basta”.

Pare che nel mondo i fari siano di tre tipi: il “paradiso”, che sta confortevolmente piantato in terraferma; il “purgatorio”, aggrappato agli ultimi promontori rocciosi; e l'”inferno”, perduto su qualche isolotto disabitato al largho. Ebbene, si dice che chi ha vissuto la terza e più estrema delle esperienze diventi qualcosa di simile a un mago.

Ma a restituirmi il tempo è stato soprattutto il magnifico silenzio della Rete, di cui ho goduto in queste settimane senza Internet. Le mie giornate duravano il doppio. Dimostravano il mostruoso furto perpretato dal web. L’assenza di navigazione nel ciberspazio svelava gli orizzonti illimitati della navigazione in mare, e anche quella dentro me stesso.

Partii come i Greci, senza mai girarmi verso l’Isola. “Non devi guardare la riva che lasci”, dicono o soffrirari di nostalgia, la malattia che ti chiama indietro appena alzate le vele.

#UnViaggioUnLibro: storie d’Amore, storie drammatiche

Il viaggio a Rodi non è nato sotto buoni auspici. E’ un viaggio di lavoro con troppe incognite che non tarderanno a dare problemi di vario genere. Con questi pensieri allaccio le cinture di sicurezza. Mi immergo in “D’amore e Baccalà” di Alessio Romano, un titolo corposo, di quelli che non passano inosservati.

Mi ritrovo, come d’abitudine, a sottolineare i passaggi che meritano di essere ricordati più di altri e che, in questo caso, mi riportano al recente viaggio in Portogallo. Chi mi siede di fianco ne fa motivo di conversazione ed arrivo a destinazione senza lasciarmi coinvolgere dai pensieri di lavoro e dalle vicissitudini di Alessio, protagonista del racconto.

Rodi mi accoglie con il mare agitato nel lato occidentale, come ogni pomeriggio scoprirò presto, mentre nell’altro versante è calmo: l’isola, lascia la possibilità di scegliere la spiaggia seguendo il proprio stato d’animo. Io resto nel mezzo, in attesa.

“Il fascino del quartiere (Alfama) più antico e popolare della città e delle sue stradine in salita verso il Castello è intatto nonostante l’enorme massa di turisti che lo popolano ogni giorno”.

Rodi non sembra molto diversa da come Romano descrive Lisbona: turisti ovunque, negozi ovunque. I colori però sono diversi, i profumi sono diversi, l’energia è diversa.

L’attesa (di cosa non è giusto raccontarlo qui) si protrae, ed io mi divido tra il mare della Grecia e la storia d’amore raccontata nel libro che porto nello zaino: amore per una città, amore per una donna complicata, amore per il cibo. Alessio racconta Lisbona attraverso la ricerca di una cameriera bella e scontrosa, accompagnato da defunti scrittori famosi o infuriati pesci parlanti ed una serie di ristoranti dove è possibile respirare e gustare tutte le tradizioni della capitale portoghese.

E’ ufficiale: mi sono innamorato. Atterra sul mio tavolo con una teglia incandescente, […]. E’ un suono grandioso, questo ribollire, che ti mette in guardia dall’assaggiare ma e promessa di delizia come il canto di sirena. Il baccalà al forno è condito con patate, besciamella, carote, pomodoro, aglio e pangrattato.”

Adescato da questo racconto, mi ritrovo a fare una cosa che non credevo avrei mai fatto: fotografare i piatti che ho davanti nel tipico ristorante greco dove mi ritrovo ormai da qualche giorno a pranzo e a cena, in attesa che ciò che deve accadere, accada.

Il soggiorno a Rodi diventa impegnativo. L’ironia di “D’amore e baccalà” viene spazzata via da racconti drammatici, da vicende che mai nessuno dovrebbe aver vissuto. Rodi è inondata di sole, piena di giovani e di spensieratezza e la testimonianza di sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz che Sami Modiano urla dalla Sinagoga Kahal Shalom sembra non scalfire l’atmosfera vacanziera dell’isola: momenti di commozione, disperazione, ma questa è un’altra storia.

“E’ tempo di partire”

Le disavventure di Alessio si sono intrecciate alle mie per tutto il tempo passato sull’isola. Trovo un sottile conforto nel pensare di non essere stato solo imbattendomi in una serie di sfortunate conseguenze alle decisioni prese, dove anche il sole del mattino è diventato un nemico.

Ma ormai “E’ tempo di partire”.

…sostiene Pereira

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Disse: la filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.

…è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa.

…si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e con le limonate piene di zucchero.

Sì, replicò Pereira, però se al posto dell’anima, come vogliono i filosofi francesi, ci mettiamo la parola personalità, ecco che l’eresia non c’è più, io mi sono convinto che non abbiamo un personalità sola, abbiamo tante personalità che convivono fra loro sotto la guida di un io egemone.

…ha bisogno di dire addio alla sua vita passata, ha bisogno di vivere nel presente, un uomo non può vivere come lei, dottor Pererira, pensando solo al passato.

La favola delle Torre di Belém

Il cielo blu è trafficato da nuvole in continua trasformazione. Il prato intorno sembra un tappeto, steso apposta per potersi sedere e restare a guardare questo castello in miniatura che ha le sembianze di un vascello ancorato alla riva del fiume Tago. Potrei non entrare: nulla di quello che c’è dentro può essere più bello di quello che si vede da qui.
La Torre di Belém è un omaggio alla bellezza: le pietre bianche che luccicano al sole, le mura merlettate. E’ come un vestito elegante indossato da una bella donna, Lisbona, una città a tratti malinconica, fatta vibrare perennemente dalla brezza dell’oceano, che si fa amare a prima vista.

Decido di affrontare la coda ed entrare. Attraverso il ponte levatoio ed entro in un racconto fatto di battaglie e prigionieri, di cannoni e banchetti reali, di sale e terrazze circondate da un paesaggio che non si dimentica.

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Da lontano, la piccola Torre di Belém diventa un minuscolo gioiello di pietra che fa risplendere la sua favola.

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Il Vesuvio universale

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Il Vesuvio è un vulcano attivo e giovane nonostante l’età immemorabile, potrebbe ridestarsi e scrollarsi di dosso in un pugno di minuti le centinaia di migliaia di abitanti abbarbicati con le unghie alla sua carne.

Insomma a Pomigliamo sapevamo che esisteva un altrove. L’Alfa Romeo con la sua modernità era una Milano in terra vesuviana, ma pagava lo scotto di essere fuori da Napoli.

“Il Vesuvio da questo lato è speculare, viene prima il monte Somma e poi il Vesuvio. Guarda qui, me lo sono tatuato sul braccio, è la mia forza, sono stato a lavorare a Milano fino a qualche mese fa e la cosa che mi mancava era proprio lui…”

Calpestandolo, imparando a conoscerlo da dentro, si pensa al Vesuvio come a un essere dotato di rara bellezza e generosità tenute in scacco da un’ira furibonda che in un istante può traboccare cancellando tutta la prodigiosità offerta fino a quel momento.

“La forza di evocazione del Vesuvio è intatta. A chi mi dice “ma voi siete matti, come fate a vivere sul Vesuvio?”, io rispondo così: a Somma Vesuviana c’è quella villa bellissima costruita dopo l’eruzione del 79 d.C. e sepolta da quella di Pollena del 400 d.C.: i Romani non erano fessi, sapevano benisimo che il Vesuvio era un vulcano, ma era una terra talmente bella e fertile che ci sono tornati. Dobbiamo aspirare a un fatalismo attivo”.

“… Noi scendiamo e saliamo a occhi chiusi, io non riesco a stare più di una settimana lontano da qui, non le dico che parlo con le pietre vulcaniche, ma quasi”.

“La camorra quando credi sia nata?nCon l’unità d’Italia, […] l’Italia nasce da un patto scellerato tra la malavita e la nuova politica. Il Nord non esisteva, economicamente era zer; Napoli era molto più ricca”.

Uno stralcio di conversazione in cui sono incappata innumerevoli volte: “Dobbiamo dire che i Borboni ci hanno lasciato tanto”. “Anche tanta miseria”. “Quella è dei Savoia”. Che lo stato italiano sia nemico, colpevole di aver gettato il Sud in uno stato di subalternità senza ritorno, è a diversi gradi di profondità sotto la superficie il mastice che tiene uniti guappi e professionisti, guide turistiche e maestri elementari, tassisti e fruttivendoli, lazzari e aristocarici.

Fu Teodoro Monticelli, sacerdote, naturalista, segretario perpetuo della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, a suggerire al re delle Due Sicilie Ferdinado II la creazione di un Osservatorio vesuviano che sarebbe stata la prima istituzione scientifica al mondo dedicata allo studio dei vulcani.

La cima del cono del Vesuvio era stata spazzata via, le ceneri avevano raggiunto la Croazia e a Parigi il cielo si coprì di una nebbia secca e giallastra così densa da rendere difficile alle barche navigare sulla Senna.

La nube di ceneri intanto si era condensata e ricadeva su Napoli come pioggia glutinosa, trasformando lo strato di sabbia nera e polvere in una coltre di fango scivoloso. Mentre saliva sulle pendici del Vulcano, Perret si vide tempestato da una grandin di palle di fango, alcune grosse come uova, respirava a fatica, gli occhi pieni di lacrime.

I modelli di simulazione non danno molte speranze: in un quarto d’ora un milione di persone perderebbe la vita.

#soloFoto: Parigi

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#UnViaggioUnLibro: La Strada… in mare

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Seguire la scia spumosa che la nave lascia dietro di sé quando ormai del tramonto sono scomparsi anche i colori e c’è solo il soffio leggero del vento a rendere tutto reale, è quanto di più malinconico si possa subire quando ci si mette in viaggio senza tanta voglia di partire.
L’odore del mare è l’unica sensazione amichevole ed io, seduto sul ponte di una nave che viaggia verso Palermo, mi appresto a leggere il libro che più di altri lascerà una traccia nella mia anima: La Strada di Cormac McCarthy.

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Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.
Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.

Mentre la prua della nave separa momentaneamente le acque che la tengono a galla, queste pagine stanno per diventare lo spartiacque nel mio essere padre.

Ce la caveremo, vero, papà?
Si. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Si. Perché noi portiamo il fuoco.

Decido di scendere in cabina. Non riesco ad alzare lo sguardo dagli scalini visibilmente ridipinti di blu da poco. Il rumore del mare è assordante, ma scompare appena mi chiudo nell’opprimente abitacolo. Riesco a stento a sdraiarmi sul letto tanto mi manca l’aria. Di sicuro non è il luogo ideale per leggere questa straziante storia, ma non riesco a smettere.

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

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L’alba schiarisce anche la mente. Vorrei poter lanciare il libro in mare, liberarmene, non averlo mai letto. Palermo mi attende senza fretta, la vista della terra ferma preannuncia la normalità, il ritorno alla vita tangibile, banale a volte.
L’essere padre e figlio nello stesso momento ha reso questa traversata, man mano che le pagine hanno scandito il passare delle ore, in un viaggio interiore, nella consapevolezza di dover essere la speranza e la resistenza. Di aver modificato la vita di mio padre,e di aver subito lo stesso mutamento.

Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.
E riuscirò a sentirti?
Si. Mi sentirai. Fa’ come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere. Ok?
Ok.

L’uomo che trema

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Nell’epistolario di Freud si legge: “Nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati, giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo”. […]. Dunque si può dire che la malattia è insita negli esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e quindi l’integrità è la loro malattia.

In quel momento la vita, il mio essere al mondo, la somma delle attività umane, […], tutto […] era priva di valore.

La sola cosa che riesco a fare senza patire e perfino con un certo gusto è leggere…

…il dolore è più sopportabile della speranza.

Io non ho mai giocato sul corpo di mio padre. In molti, come me, non l’hanno mai fatto, pur non avendo abbandonato il padre né essendo stati abbandonati. Non gli è stato consentito, poiché la natura di questo scambio dipende dal rapporto che si instaura col padre. Nei tempi antichi, quando vigevano austere norme sociali e rigidi metodi educativi, doveva essere addirittura inammissibile che un padre si concedesse ai giochi del figlio.

Una delle qualità principali delle canzoni, il motivo stesso per cui la musica è così importante delle nostre vite, è che a volte capita che un disco, una voce, una melodia, e la nostra percezione, il nostro carattere, il nostro sentimento del vivere o il sentimento che ci attraversa in un preciso istante della nostra esistenza, si dispongono sul medesimo asse.

È possibile che anche solo l’idea della morte abbia un effetto benefico sul mio corpo e sulla mia psiche? La morte è l’unico unguento in grado di curare il mio male? Davvero la morte è al contempo il male e il rimedio?

Un’ora – il farmaco è puntuale – poi lo schianto.

…di come solo il toccare la schiena di mio figlio addormentato mi abbia infine salvato dal proposito, rigettandomi violentemente sulla superficie della Terra, il luogo che io avevo mestamente abbandonato, …

Lo stesso problema, ossia la fatica nel parlare, nel capire, nel decifrare, io ce l’ho più o meno con tutti.

Se devo fare una telefonata, ho bisogno di quei trenta secondi in cui fronteggiare me stesso, la mia congenita convinzione che disturberò la persona che sto per
chiamare, che non sarò in grado di apparire disinvolto nella conversazione, …

Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza. Perciò mi capitano situazioni di questo tipo, per ricordarmi chi sono, o meglio, cosa non sono.