Kabul non è Roma

L’Afghanistan torna a ronzarmi intorno. Una sorta di fissazione insistente che, però, continua a farmi incontrare persone speciali.

“E’ il 12 gennaio e sono arrivata a Kabul. Mi guardo intorno: montagne altissime ed innevate, illuminate da un sole che scalda appena, un vento fortissimo che taglia il viso e che alza la polvere dal suolo. Non riesco a parlare, cerco solo di immaginarmi su un ipotetico planisfero: sono in Asia centrale, a 1800 metri di altezza, nella città che da tempo desidero vedere”.

Comincia così l’esperienza in Afghanistan di Chiara Cataldi, impegnata presso l’Ambasciata italiana a Kabul.

Chiara racconta questo viaggio in un libro: “Kabul non è Roma” e ne riporta alcuni stralci sul blog treninpartenza. Per me ancora un’occasione per parlare di un paese avvolto dal silenzio, sotterrato  dall’abitudine della guerra e dalla disattenzione dell’informazione; far parlare dell’Afghanistan a chi c’è stato e può raccontare la sua esperienza, le sue emozioni.

di Chiara Cataldi

“Questo lavoro mi ha permesso di vivere un’esperienza molto particolare. Ho avuto infatti la fortuna di poter osservare da vicino questo Paese e di avere quotidianamente un contatto diretto col suo popolo… In Afghanistan tutto è sempre più complicato di come potrebbe essere, le donne non sono libere di prendere le proprie decisioni e il tempo ha regole tutte sue. La vera sfida è stata proprio riuscire ad avvicinarmi a questo mondo senza i miei schemi di ragazza occidentale; e non è stato facile, perché questo ha significato accettare ciò che ai miei occhi erano le perdite di tempo, le ingiustizie, o l’irrazionalità che mi circondava. Sono arrivata nel mese più freddo dell’anno, in cui anche le scuole sono chiuse e il ritmo della vita rallenta. Ho trovato un paese povero, dove le persone vivono di tè, riso e pane, unico cibo alla portata della gente comune, che vive costantemente in bilico tra povertà e sussistenza…  …dal finestrino dell’auto vedevo scorrere la vita quotidiana della capitale, un film dai colori impolverati che non mi sono mai stancata di osservare: le case di fango, i negozietti pieni di cianfrusaglie, i banchetti della frutta e i burqa celesti che si affrettano nella folla del mercato, (uniche note di colore in un insieme omogeneo color marrone), i bimbi sporchi che un po’ giocano, un po’ badano ai fratelli più piccoli; la fame e la povertà rubano loro l’infanzia che tutti i bambini avrebbero diritto di vivere… . In Afghanistan serve tempo per ciò a cui noi non diamo più importanza. Esiste un “cerimoniale” tanto essenziale per gli Afgani quanto per noi superfluo, ma che lì è parte integrante della vita di tutti i giorni: non si acquista neanche un chilo di biscotti senza essersi prima informati sullo stato di salute della famiglia (arrivando anche al cugino di terzo grado!), né senza aver contrattato a lungo il prezzo bevendo una tazza di tè. E tutto ciò richiede molto tempo. Eppure vivere quella dimensione, per 11 mesi, mi ha fatto capire che esistono cose più importanti dell’efficienza o della rapidità; e cioè la lentezza, la cortesia delle persone, la gentilezza dei modi, che permettono di gustare l’attimo. E’ per questo che in Afghanistan si impara a ridimensionarsi e a dare il giusto peso alle cose: si può rimane senza luce per due giorni di seguito, o senza l’acqua calda, o senza l’acqua addirittura… l’Afghanistan non sarebbe così speciale se non ci fossero gli Afgani, senza dubbio un popolo molto sfortunato: vittime prima di invasioni da parte di altri popoli (in una terra che per la posizione centrale è stata sempre “di passaggio”), poi di guerre, di regimi di oppressione, e infine protagonisti di un periodo di occupazione che dovrebbe -almeno nelle menti dei potenti del mondo- coincidere con un periodo di pace. Purtroppo però la pace stenta ad arrivare, né migliorano le condizioni della popolazione. È forse per questo che gli Afgani sono tristi anche quando sorridono, e vivono tutto con una malinconia di fondo…Eppure non ho mai conosciuto un popolo più fiero, che anche nella distruzione del proprio Paese o all’indomani di un attentato suicida, sa rialzarsi e affrontare la vita con una tenacia inaspettata, che traspare dagli occhi. Ogni incontro, in una casa o in un negozio, riservava sempre un tè e qualche caramella, una manciata di pistacchi, una mela. Offerte semplici, che però fanno capire quanto sia bello poter donare qualcosa all’ospite, che sia del cibo oppure un saluto (la mano destra si posa sul cuore e si accenna a un breve inchino abbassando lo sguardo); oppure l’appellativo che si riserva alle persone care, aggiungendo la particella “jan” alla fine del nome: un vezzeggiativo che significa “piccolo, caro”. Così io ero Chiara-jan….

…sono partita anche con la tristezza nel cuore per tutte quelle persone conosciute, che hanno reso la mia esperienza afgana indimenticabile, col terribile pensiero di lasciarli in un Afghanistan sempre più martoriato da interessi superiori che non corrispondono al bene della gente.

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