Vivere “Controvento”

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Ho conosciuto vite di cui ignoravo l’esistenza. Approfondito quelle di personaggi dei quali pensavo di sapere molto. Mi sono stati svelati i volti di chi conoscevo solo per il contributo lasciato all’umanità. Ho ascoltato le loro musiche, letto stralci delle loro opere.

Federico Pace viaggia nei loro viaggi. Io mi sono lasciato travolgere gustando ogni pagina, vivendo ogni avvenimento, esplorando ogni avventura narrata.

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Oscar capì che alcuni viaggi possono cambiarti la vita.

Il viaggio verso qualcosa che non esisteva, ma che era sul punto di esistere solo perché lui aveva cominciato a pensarci.

Perché dell’altro, del simile e del diverso, dell’amico, non si può fare a meno.

Un’illusione, attraversare quasi l’intero mondo per domandarsi davvero cosa si debba fare di questa insondabile esistenza, maestosa e assurda.

Quando la notte è in viaggio, la mente si fa più lucida, e il paesaggio, invisibile fantasma al di là del finestrino, sembra privare i nostri pensieri di gravità. L’andare , in qualche modo, toglie pesantezza  e lascia che la riflessione ci aiuti a chiarire qualcosa dentro di noi.

Il sonno, spazio misterioso in cui capita di rimanere per alcune incomprensibili ore, non è un luogo in cui, se ci si è già stati, si sa come tornarci. Il sonno è una dimensione, un tempo, a cui si accede senza sapere come. Solo l’attesa e la pazienza sanno come fare. E’ il sonno, semmai, ad aprirsi la strada verso di noi, non possiamo che aspettare.

Per Kafka la notte era senza sonno, era lo spazio in cui l’uomo che si mette a lavoro diventa creatore. Nella notte accedeva a qualcosa d’altro. Non al sonno, non all’innocenza.

Ma ancora una volta il sonno si mostrò come un gatto a cui non si può chiedere di accoccolarsi vicino a te. Si avvicina solo se vuole lui. E se lui non vuole, tu non puoi fare nulla.

Tutto quel viaggio, scrisse Jeanmeret, tutti quei frammenti di mondo, non per rimanere affascinato dall’infinità diversa degli uomini, ma per capire cosa c’è di unico e comune in tutta l’umanità. Era come cercare, nel profondo intimo di una cellula, in quella doppia elica curva, i codici che condividiamo con tutti gli uomini e che ci rendono unici.

E comminarono ancora. Nulla era più come prima. Piano, il cammino sancì un cambiamento, una variazione, uno spostamento di mondo. William era già qualcosa d’altro. Non c’era nulla da dirgli. Niente da suggerirgli. Erano due mondi accostai, dentro i quali accadevano cose diversissime. Lo stesso cammino, gli stessi passi, eppure quella direzione così diversa. L’amore del figlio, la compassione fortissima. Fortissima come il cuore che batteva e lo teneva sveglio la notte. Quegli ultimi passi. Gli ultimi passi. Solo pochi mesi. Il cammino ora non portava più a casa.

Il tempo consuma e trasforma ogni cosa. Tuttavia qualcosa, di ciò che siamo, resta immutato, come una voce profonda che nel cavo di noi stessi continua a cantare una piccola melodia. Il tempo consuma e trasforma. Ma qualcosa, qualcosa che è l’essenza, si perpetua. Così il viaggio, che somiglia al tempo, muta e travolge.

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