Un ragazzo normale

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Alle ventitré  e trenta una scritta era apparsa in sovraimpressione su tutte le emittenti locali: Maradona è un giocatore del Napoli! Il nonno era scoppiato in lacrime, liberandosi dell’enorme tensione accumulata in un mese, da quando era iniziata la trattativa con il Barcellona; papà, invece, era saltato dalla sedia, aveva cacciato la bottiglia di Asti che conservava per le occasioni buone ed era venuto da me con il bicchiere ancora pieno.

In un’altra città, la stessa sera, la stessa scena, lo stesso brindisi, la stessa euforia. Questa è solo una delle vicende narrate nel libro, che trovano una straordinaria corrispondenza con la vita di chi ha vissuto l’infanzia negli anni ottanta.

Allora non potevo saperlo, ma in seguito ho capito che le cose straordinarie, quelle che resteranno per sempre nella tua vita, arrivano spesso in punta di piedi e all’improvviso, senza tuoni e particolari avvisaglie.

Solo io non avevo accanto nessun maestro Miyagi che mi aiutasse a tirar fuori le mie qualità, alcun esempio che meritasse davvero di essere seguito o imitato. Tranne Giancarlo.

Il mio piano, infatti, era quello di diventare suo amico, un amico vero, di quelli ai quali si dà il cinque, per l’appunto. Solo così avrei potuto, un giorno, chiedergli di insegnarmi a diventare un eroe.

A sei anni avevo già imparato che la povertà spesso è costretta ad andare a braccetto con le bugie.

“Tu combatti la criminalità, è vero?” trovai il coraggio di chiedere infine. […] “Ma che dici, non ho nulla dell’eroe, guarda”, e alzò il braccio per mostrarmi i bicipiti, “non ho neanche i muscoli!” […] “Senti, io non so che idea ti sia fatto di me, o se qualcuno ti abbia raccontato delle fesserie, io sono solo un giornalista abusivo che tenta di fare il suo lavoro. […]” […] “Faccio solo il mio dovere”, e si diresse verso l’ascensore.

“Mimì, sient’ a me, un domani, quando ti sposerai, se tua moglie inizia ad alluccare, tu non dire niente, non replicare, chiuditi la porta di casa alle spalle e vatti a fumare ‘na bella sigaretta, ‘A femmina ‘ncazzata è comme ‘o mare ‘ntempesta!”

“Se fossi un supereroe, la mia missione sarebbe proteggerti.”

Spesso siamo troppo presi dall’inseguire i nostri sogni, […], nemmeno capiamo che sì, sognare è importante, ma ancora più importante di sognare è fare, perché la vita, in fondo, è una cosa semplice, solo giorni dopo giorni. E allora dobbiamo stare attenti a non riempire tutti questi giorni unicamente di sogni, ma anche di emozioni vere, di vita vissuta.

Quella sera sentii di essere diverso da lui e dagli altri membri della famiglia, che pregavano ogni giorno il loro dio salvo poi tradirlo l’attimo seguente senza neanche rendersene conto.

“Io sono un giornalista, è diverso, devo scrivere quello che mi accade intorno, devo captare i segnali, avere lo sguardo attento, devo saper dire alla gente quello che non sa, informarla, raccontarle la verità, in modo che poi possa valutare, scegliere. E devo anche aiutare, laddove possibile.” “Lo vedi che avevo ragione? Aiuti la gente e non hai paura di nulla. Sei un supereroe!”

“Invece, Mimì, è sempre importante ricordarsi che siamo umani e non disponiamo di alcun potere, che non siamo infallibili, sbagliamo e spesso paghiamo caro per i nostri sbagli. Sentirsi invincibili non è una cosa buona, perché ti porta a commettere degli errori, a sottovalutare i segnali, a non accorgersi della precarietà delle cose.”

“Parli sempre di superpoteri… la lettura e la scrittura sono i poteri più potenti di cui disponiamo, ci ampliano la mente, ci fanno crescere, ci migliorano, a volte ci illuminano e ci fanno prendere nuove strade, ci permettono di cambiare idea, […]. La verità”, riprese dopo una breve pausa, “è che il più grande potere a disposizione dell’uomo, caro Mimì, quello che ci rende davvero grandi e liberi, è la cultura. E tu dovresti saperlo…”

Più diventavo grande e più non riuscivo a comprendere il modo di agire e di pensare di mio padre, il suo rinunciare sempre a tutto, il non provarci neanche ad avere una vita migliore, l’accontentarsi di un’esistenza spoglia.

“Non serve la vista per accorgersi del male, Mimì, servono gli altri sensi”

Quando non avrai ogni cosa a portata di mano, quando imparerai a sperare con tutta te stessa che un sogno si avveri, allora avrai imparato anche tu a essere romantica. Questo avrei dovuto risponderle.

“Loredà,” intervenne di nuovo papà. “ma alla fine che ce fotte a noi della gente?”

Io pensavo tra me e me che non mi sarebbero bastate cento enciclopedie per imparare quello che avrei potuto assimilare in un giorno di vita vissuta.

Nonostante le tante imperfezioni , è l’immagine che più di tutte mi ricorda l’adolescenza e la mia semplice e ridente famiglia, la quale è riuscita a vincere le difficoltà grazie a quella leggerezza che da bambino cercavo di combattere con tutte le mie forze e che ho scoperto poi essere il più grande tesoro fra i tanti che mi hanno lasciato.

Papà faceva le cose perché così doveva andare, accettava quello che la vita gli portava ogni giorno e non obiettava. E chissà che non avesse ragione.

So che le cose belle spesso accadono all’improvviso, a volte proprio quando hai smesso di desiderarle.

Dentro di me sentivo che era giunto il momento di tornare a sognare, tornare a dare valore e forza alle parole, che per un po’ avevo creduto nulla potessero di fronte alla cattiveria e alle ingiustizie umane e, invece, possono tanto, come sapeva bene Giancarlo[…]. Le parole spesso arrivano a smuovere le nostre vite […]. E poco importa se a volte trovano dei muri, se non sono riuscite a tenere in vita Giancarlo e non sono servite a cambiare le cose, se non ci evitano di cadere, l’importante è che ci aiutino ogni volta a rimetterci in piedi.

Capii di essere un ragazzo normale. Come lo era Giancarlo, un ragazzo normale. Mia nonna un giorno disse che non esistono eroi al mondo, solo persone che ogni  tanto fanno una bella azione, la cosa giusta, e poi tornano a essere uno qualunque.

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