Ipotesi di una sconfitta

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…frase offensiva, oscura pur nella sua semplicità – sta diventando impossibile – si era concretizzata, diventando anche la morte di mio padre, oltre che del nostro vivere contemporaneo.

Avevo sempre lo zainetto, un libro, un taccuino, abitudine che conservo ancora oggi, a distanza di tanti anni, come fossi alla ricerca di una collocazione esistenziale più che di un collocamento lavorativo.

Mi sedevo, consegnavo il tesserino, guardavo le sue gambe sotto il tavolo, i pantaloni salivano mostrando calzini corti, mocassini usurati, e in quella modestia vedevo la povertà della nazione; esistevano molte persone ricche in Italia, ma lo stato era miserabile, sempre prossimo al fallimento, me ne rendevo conto ogni sei mesi quando timbravo il tesserino di disoccupazione, ad aprile e a ottobre.

Tu puoi fare qualsiasi cosa…

 Mi addormentavo accanto a lui. Non sognavo porte, come di notte, ma un colore bianco, cullato dall’autobus sul margine della coscienza, tra il cigolio dei freni, delle sospensioni. Quando mi svegliavo, sentivo addosso la leggerezza del riposo e una stanchezza irrisolvibile, i dettagli ingigantiti e dai margini incerti, la gioia per le cose non esattamente viste: sembra di vivere dentro i libri che avrei voluto scrivere.

…ma un paio di volte l’anno, dal nulla, mi torna in mente una di quelle recriminazioni che ci accompagnano lungo tutta la vita. Fatti del passato che avremmo potuto affrontare in modo diverso. Momenti in cui ci accolliamo il peso del mondo.

Il selezionatore doveva essere nato al sud, l’accento torinese aveva preso il sopravvento ma non del tutto, così nell’uomo coesistevano sillabe disposte a battagliare tra loro pur di non farsi smentire dalla diversa inflessione della sillaba seguente, ogni sillaba torinese lottava contro un nemico invisibile, conscia del fatto di poter essere tradita da un momento all’altro, ricacciando l’uomo distante da Torino e da gran parte della propria vita.

Volevo cercare non so bene cosa, qualcosa che mio padre non aveva mai trovato poiché nemmeno immaginava che esistesse. Avevo fallito per liberare anche mio padre.

Se avessi dovuto sintetizzare l’Italia all’inizio del terzo millennio, avrei utilizzato il suono del cucchiaino di Solo Cattiveria imprigionato all’interno del vasetto di yogurt vuoto: non a caso, quando una persona è stremata e affranta, diciamo di averla raccolta con il cucchiaino.

Quello che sfuggiva alla frontiera dell’immagine era la nostra vita, che non poteva essere salvata, la vita era ciò che stava fuori dai bordi dell’immagine, ciò che stava appena fuori dall’immagine si consegnava alla vita, quanto imprigionato sui rulli era il racconto setacciato, custodito.

Raccoglievo la rabbia, collezionavo la miseria degli italiani impoveriti come me, ascoltavo tutte quelle voci, nomi e cognomi che chiedevano dilatazioni, piani di rientro, cambiali per pagare le bollette; erano voci di piccoli imprenditori, lavoratori, pensionati, disoccupati, tutti vinti da rassegnazione e umiliazione trasformate in improvvisi moti di rabbia.

Quando ero bambino, le aperture domenicali erano limitate al periodo natalizio, ma era prevedibile che la tendenza dovesse espandersi a tutto l’anno. E così, domenica dopo domenica, la religione era scomparsa dalla consuetudine popolare. Duemila anni di messe avevano sfiancato l’essere umano, centoseimila messe domenicali erano troppe anche per il fedele più convinto, ormai abbagliato dalla merce, che luccicava, soprattutto in Italia, da così pochi decenni.

Ah, sventurato sindacato e sventurata Chiesa cattolica: sempre le stesse connivenze autodistruttive.

…avevano inclinato le teste per ricevere le briciole dai sacchetti di patatine, e ridendo, ma con un inizio di smorfia, si erano alzati, e solo allora la risata collettiva si era trasformata nella maschera individuale della finzione, che si sarebbe inchiodata ai loro volti lavorativi abituali, accompagnandoli, sempre più isolati, fino alle scrivanie. Non credevano in niente, solo alla propria sconfitta, che arrivava ogni giorno.

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