Storia di un boxeur latino

storia di un boxer latino

…siamo generati da una serie di incontri, di cui non si possono mai calcolare le conseguenze.

…ci sono giorni in cui il destino ti dà un appuntamento e tu ci vai perché non puoi fare altro, e quella è l’unica cosa che hai da sbrigare.

Bisognerebbe sempre tentare di esprimere il proprio stupore per la vita e per la sua bellezza, così nessuno sarà disposto a farselo togliere.

…finchè si ha fiato, e cuore, tutto può essere rovesciato. Il più delle volte ci si sconfigge da soli, e ci si dà per vinti prima del fischio finale. La storia di Renato Cesarini era tutta in questa scommessa di vincere il passare del tempo con l’estro e l’allegria.

Anche in seguito, fu una delle poche regole a cui sono rimasto fedele: uscire poco prima che la partita di calcio o l’incontro di pugilato sia terminato e anticipare tutti negli spogliatoi. In fondo, anche per la vita è così. Le frasi più interessanti, le parole più vere, il viso delle persone, si mostrano a luci spente. Quello che accade in superficie lo vedono tutti, non c’è quasi niente da raccontare. È sotto la punta dell’iceberg che bisogna mettere la testa.

“Tu non devi allarmare il pubblico”, mi diceva: “C’è gente che non è abituata a capire la notizia, nessuno gli ha dato gli strumenti necessari, e tu devi rispettarla, devi aiutarla a prendere coscienza di quello che sente”.

Annotai tutto, filmai il possibile, ogni parola, ogni respiro: dal prato, dall’elicottero e dal retropalco. I nudisti, le tende, le braccia alzate e quella strana contagiosa gioia di vivere che univa tutti.

In quell’inizio degli anni Settanta che avrebbe portato alla riforma della Rai, anche nella tv democristiana stava nascendo evidentemente un inatteso spirito libero che purtroppo è durato poco.

Muhammad Ali lo avevo accompagnato sia da Pertini che da papa Giovanni Paolo II.

Ma andando in giro ti rendi conto di quant’è varia la voce del mondo. Per questo, documentarista è una parola che mi è sempre piaciuta. Per me un giornalista è un detective della diversità. La registra, la testimonia, ne porta indietro le prove, e così, semplicemente, scredita l’idiozia di qualsiasi integralismo e di qualsiasi razzismo.

La sento ancora la voce di Georgina che nel silenzio della tromba delle scale urla: “Ma che cavolo c’entri tu, con un terremoto in Friuli?”

Enzo Biagi aveva aspettato però due giorni prima di scrivere il suo articolo sulle tante rivelazioni che Gabo ci aveva fatto sulla Colombia e spedirlo al Corriere della Sera. Questo solo per darmi il tempo di raccontarle prima, a voce, al telegiornale. Per lui quello scoop era mio, l’avevo costruito ed era giusto che fossi io a diffonderlo per primo. […]. Questa era l’etica dei giornalisti di una volta, oggi ti avrebbero fregato il pezzo.

Perché la vita è così, e nessuna sorpresa è mai esclusa.

Anche Fellini era un grande amico. Uscivamo spesso di sera. Ci volevamo bene. Mi faceva la caricatura sui tovaglioli delle trattorie.

Avevo dato alla Rai la mia vita, ma l’aria era cambiata e io non avevo voluto allinearmi. Chiusi le valigie senza drammi. Troppi compagni mi avevano insegnato il valore della libertà per mettere in saldo la mia, così piccola, e insignificante.

…ho pensato a quanto fosse buffo il destino, che mi escludeva da tempo dalla possibilità di fare il mio lavoro in Italia, e fuori mi copriva di elogi e mi proponeva altre sfide professionali.

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