Le incisioni rupestri e le stelle cancellate

“Da noi il cielo finisce prima, la montagna ti toglie un gran numero di stelle”.

Lo dice mentre guarda il paese incastonato nelle Alpi, dopo averci guidato nel Parco Archeologico di Luine in Val Camonica, raccontandoci della sua passione per l’Arte Rupestre. Scandagliare un bosco alla ricerca di nuove rocce incise, fare rilievi fotografici, studiare la superficie rocciosa per analizzarne i danni, catalogarle. Questo ci racconta Andrea, con un tale trasporto da farci appassionare al suo lavoro.

Un insieme di piccoli fori incisi sulla roccia molto vicini tra loro a dare corpo a disegni di capanne, guerrieri, animali, scene sesso, di vita quotidiana di riti religiosi.

Migliaia di anni fa l’uomo avvertiva l’esigenza di lasciare una traccia, di affidare quanto visto, pensato, vissuto, al tempo e alle divinità, ad altri uomini. Inconsapevole ideatore dell’arte e della comunicazione, l’uomo preistorico disegna le rocce di questa valle lasciando un incredibile testamento, un dono prezioso.

Arrivato a Boario Terme ho sentito subito la pressione della montagna, un’oppressione: in verità non mi sono sentito affatto a mio agio.

Credo sia una conseguenza inevitabile per chi è abituato a vedere l’orizzonte talmente dritto da scomparire quando il cielo ed il mare hanno lo stesso colore.

Ora, sulla via del ritorno, sento la montagna meno ostile, mi ha rivelato alcuni segreti e le sono grato. Guarderò le stelle nel mio cielo con più attenzione e riconoscenza, pensando a chi le ha barattate con la bellezza delle montagne.

Come ordinare una biblioteca

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Un ordine perfetto è impossibile, semplicemente perché c’è l’entropia. Ma senza ordine non si vive. Con i libri, come per tutto il resto, occorre trovare una via tra queste due frasi.

Il lettore vero sta sempre leggendo un libro – o due o tre o dieci -, e la novità arriva come un disturbo – talvolta irritante, talvolta gradito, talvolta anche desiderato – all’interno di quella attività ininterrotta.

Ogni lettore vero segue un filo (che siano cento fili o un filo solo è indifferente). Ogni volta che apre un libro riprende in mano quel filo e lo complica, imbroglia, scioglie, annoda, allunga. […]. L’intrecciarsi delle letture nello stesso cervello è una versione impalpabile di quelle reti neuronali che fanno disperare gli scienziati.

Sono i libri fuori misura, che gli scaffali normali non riescono a ospitare e spesso finiscono nelle zone meno raggiungibili, come apolidi in una sala d’aspetto.

Essenziale è comprare molti libri che non si leggono subito. Poi, a distanza di un anno, o di due anni, o di cinque, dieci, venti, trenta, quaranta, potrà venire il momento in cui si penserà di aver bisogno esattamente di quel libro…

Molto raro è il caso di libri che abbia letto e siano rimasti tali e quali, senza alcun segno a matita. Non aggiungere a un libro tracce della lettura è una prova di indifferenza – o di muto stupore.

Ho sempre diffidato di quelli che vogliono conservare i libri intatti, senza alcun segno d’uso. Sono cattivi lettori. Ogni lettura lascia tracce, anche se nessun segno rimane sulla carta. […]. Quanto ai segni sui libri, tutto è concesso salvo scrivere o sottolineare a penna, perché è una sorta di lesione immedicabile dell’oggetto.

“… Il bene che viene da un libro non è nei fatti che se ne possono trarre, ma nel tipo di risonanza che risveglia nelle nostre menti”.

Ma come può, per esempio, manifestarsi la qualità in una libreria? […]. La libreria dovrà presentarsi come un luogo dove si ha voglia di entrare…

Se in una libreria si può stare soltanto in piedi, non si potrà compiere un gesto che nessun rivenditore elettronico può offrire: sfogliare un libro, leggere il risvolto, far cadere l’occhio su una pagina a caso, tenere il libro in mano e considerarlo come un oggetto, attraente o urtante.

L’uso dello spazio è una cosa vitale e decisiva in una libreria, come in qualsiasi casa, dove un buon criterio è non accogliere nulla che non si guardi con piacere.

Storia di un boxeur latino

storia di un boxer latino

…siamo generati da una serie di incontri, di cui non si possono mai calcolare le conseguenze.

…ci sono giorni in cui il destino ti dà un appuntamento e tu ci vai perché non puoi fare altro, e quella è l’unica cosa che hai da sbrigare.

Bisognerebbe sempre tentare di esprimere il proprio stupore per la vita e per la sua bellezza, così nessuno sarà disposto a farselo togliere.

…finchè si ha fiato, e cuore, tutto può essere rovesciato. Il più delle volte ci si sconfigge da soli, e ci si dà per vinti prima del fischio finale. La storia di Renato Cesarini era tutta in questa scommessa di vincere il passare del tempo con l’estro e l’allegria.

Anche in seguito, fu una delle poche regole a cui sono rimasto fedele: uscire poco prima che la partita di calcio o l’incontro di pugilato sia terminato e anticipare tutti negli spogliatoi. In fondo, anche per la vita è così. Le frasi più interessanti, le parole più vere, il viso delle persone, si mostrano a luci spente. Quello che accade in superficie lo vedono tutti, non c’è quasi niente da raccontare. È sotto la punta dell’iceberg che bisogna mettere la testa.

“Tu non devi allarmare il pubblico”, mi diceva: “C’è gente che non è abituata a capire la notizia, nessuno gli ha dato gli strumenti necessari, e tu devi rispettarla, devi aiutarla a prendere coscienza di quello che sente”.

Annotai tutto, filmai il possibile, ogni parola, ogni respiro: dal prato, dall’elicottero e dal retropalco. I nudisti, le tende, le braccia alzate e quella strana contagiosa gioia di vivere che univa tutti.

In quell’inizio degli anni Settanta che avrebbe portato alla riforma della Rai, anche nella tv democristiana stava nascendo evidentemente un inatteso spirito libero che purtroppo è durato poco.

Muhammad Ali lo avevo accompagnato sia da Pertini che da papa Giovanni Paolo II.

Ma andando in giro ti rendi conto di quant’è varia la voce del mondo. Per questo, documentarista è una parola che mi è sempre piaciuta. Per me un giornalista è un detective della diversità. La registra, la testimonia, ne porta indietro le prove, e così, semplicemente, scredita l’idiozia di qualsiasi integralismo e di qualsiasi razzismo.

La sento ancora la voce di Georgina che nel silenzio della tromba delle scale urla: “Ma che cavolo c’entri tu, con un terremoto in Friuli?”

Enzo Biagi aveva aspettato però due giorni prima di scrivere il suo articolo sulle tante rivelazioni che Gabo ci aveva fatto sulla Colombia e spedirlo al Corriere della Sera. Questo solo per darmi il tempo di raccontarle prima, a voce, al telegiornale. Per lui quello scoop era mio, l’avevo costruito ed era giusto che fossi io a diffonderlo per primo. […]. Questa era l’etica dei giornalisti di una volta, oggi ti avrebbero fregato il pezzo.

Perché la vita è così, e nessuna sorpresa è mai esclusa.

Anche Fellini era un grande amico. Uscivamo spesso di sera. Ci volevamo bene. Mi faceva la caricatura sui tovaglioli delle trattorie.

Avevo dato alla Rai la mia vita, ma l’aria era cambiata e io non avevo voluto allinearmi. Chiusi le valigie senza drammi. Troppi compagni mi avevano insegnato il valore della libertà per mettere in saldo la mia, così piccola, e insignificante.

…ho pensato a quanto fosse buffo il destino, che mi escludeva da tempo dalla possibilità di fare il mio lavoro in Italia, e fuori mi copriva di elogi e mi proponeva altre sfide professionali.

Se ti abbraccio non aver paura

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Sorridono appena i loro sguardi s’incrociano. Una delle due alza le braccia dicendo: “No, no, non mi abbracciare”. Mi allontano pedalando con poco impegno e le sento ridere.
Avverto una certa irrequietezza, un pensiero agitato che mi rigira nella mente come i pedali sotto la spinta dei miei piedi. Un vortice che cerca nei ricordi qualcosa che mi ricongiunga a questo momento.
“…comperammo delle magliette e ci scrivemmo sopra: Se ti abbraccio non aver paura”. Andrea a scuola provava in continuazione l’impulso di abbracciare con forza i compagni e noi speravamo, così, di rendere le cose più facili.”.
I libri tornano nei momenti più insoliti, seguendo andamenti inaspettati, portando messaggi a chi vuole coglierli.
“Fra un mese finisce la scuola, cominciano le vacanze. I miei amici manderanno i figli ai centri estivi, troveranno l’offerta di una settimana […]. A me toccheranno le solite complicazioni: chi sta con Andrea, dove?, cosa gli facciamo fare?, quella cosa sarà adatta a lui?”.
“L’idea di un grande viaggio ha cominciato a lavorare dentro, in silenzio. Come un virus.”.
Mi è sembrato sorprendente, molto, ed ho riletto alcune pagine di “Se ti abbraccio non aver paura”. Il libro racconta un viaggio di Franco e suo figlio Andrea. Andrea è autistico. Un viaggio “strampalato, vitale, un poco avventato. Un poco curativo”, che li ha portati ad attraversare gli Stati Uniti in moto fino in America latina ed a vivere innumerevoli avventure, che diventano sorprendenti in Brasile. È un viaggio durante il quale un padre combatte per rendere intensa la relazione con suo figlio, cercando di far fronte alle difficoltà che genera la competizione tra il mondo e la mente di Andrea: “è racchiuso in un universo tutto suo, ha una sua coscienza del nostro mondo e desidera stabilire relazioni, ma i suoi ponti lo conducono altrove”.
Pagina dopo pagina, si è insediata in me la convinzione che nella storia di Franco e Andrea ci siano vicende, frasi, parole che la rendono corrispondente a molte delle nostre vite. È un pensiero assolutamente ingannevole che non trova attinenza con la realtà, ma ogni storia produce un diverso nutrimento a seconda di chi vuole sfamarsi. Questa è la fantasia di un lettore, ma quella di Andrea e Franco è una storia vera e vi travolgerà.

Cose che solo a Firenze

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Stanza 22. E’ sempre la stessa; quasi sempre. Dalla finestra si vede un incrocio, banale, ma più in là scorre il fiume con i suoi scoiattoli. C’è chi corre, chi passeggia, chi torna a casa in bici. Sta per finire una giornata piena di cose che solo a Firenze posso stare tutte insieme.

 

Sono passato davanti questa chiesa innumerevoli volte. Evidentemente sempre voltato da un’altra parte, sempre immerso in altri pensieri. All’interno c’è un silenzio assoluto, tenuto da una signora che non ammette eccezioni: è la Chiesa di Ognissanti. Il Crocifisso di Giotto risplende di oro e di blu, mettendo in ombra tutto il resto. E’ un intenso stupore quello che provo, una meraviglia inaspettata. Uscendo leggo su di un leggio posto a metà della navata centrale: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. Anch’io!

 

Alcuni vicoli di Firenze sono come i tappeti delle hall dei vecchi alberghi, un po’ maltrattati, tra l’antico e l’usurato, ed io percorro questa zona della città come se fosse una parte della mia, con la stessa confidenza.

Sulle facce della gente intorno a me ci sono le tracce di mezzo mondo: chissà in quanti notano che mancano delle statue dalla facciata del Duomo. Vengono rimosse quelle molto degradate e sostituite con delle copie; le originali dopo il restauro resteranno a riposo nel Museo dell’Opera del Duomo. Nella Bottega dell’Opera di Santa Maria del Fiore vengono scolpite a mano copie esatte delle statue che hanno bisogno di curare le ferite. All’interno, ho subito la sensazione di essere lontano nel tempo. Gli artisti clonano con accurata precisione sculture centenarie. La polvere di marmo ti entra nella narici e comincia a scendere nella gola: è un piccolo esercito che combatte le minacce del tempo.

 

La battaglia vera, quella con le spade, le lance ed i cavalli, si combatte nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, negli affreschi del Vasari. La sala è quasi vuota e l’aria è carica di una calma speciale. Gli eserciti sono lì, fermi, in silenzio, come in attesa che anche l’ultima ombra sotto di loro scompaia. Cerco di nascondermi sbirciando da dietro le porte per vedere se tornano a combattere quando non c’è nessuno, ma le statue intorno fanno buona guardia e non mi resta che lasciare Palazzo Vecchio, consumando il rito dell’incisione di Michelangelo a pochi passi dagli Uffizi.

 

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Tra le opere custodite nella Galleria degli Uffizi, ce n’è una che mi entusiasma in modo particolare: “Annunciazione” di Leonardo da Vinci. Forse perché Leonardo l’ha dipinta a solo vent’anni, forse per la sua luminosità, forse perché ho avuto il privilegio di poterla guardarla per ore, godere dei dettagli, assorbire il suo messaggio.

E poi c’è Blub:

“… L’acqua è il mio elemento. Dall’acqua nasce la vita, è il lato nascosto della materia. Quando sei immerso, l’istante si ferma e non c’è peso, mentre i pensieri fluiscono in una dimensione sospesa… per questo ripropongo i personaggi che hanno trasmesso un esempio di grandezza che sopravvive anche oggi, proprio sotto l’acqua, senza tempo.”.

La stanza 22 è avvolta dal buio. Solo il piccolo scrittoio è illuminato da una abat-jour vintage che disegna delle strisce di luce sulla parete di legno. C’è tempo solo per offrire tutte le emozioni ad un taccuino…

La ragazza con la macchina da scrivere

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Come ogni mattina, Dalia fissò la custodia dell’Olivetti rossa sul portapacchi della bicicletta.

… la nostra mente non è fatta per percepire la felicità nel presente, quanto piuttosto per riconoscerla molti anni più tardi attraverso il filtro del tempo e dei ricordi. Una condizione molto crudele quella di non poter godere della felicità ma soltanto di rimpiangerla ex post …

“Non lo farò mai più!”, ripeteva da sé e sé a ogni pedalata. “Se riuscirò a farla franca non lo farò mai più!”

L’avvocato Ferro non calcolava il tempo in ore, in giorni o settimane, bensì in libri letti.

C’è anche un altro motivo per il quale ho scelto Mark Twain, un dettaglio che in quanto dattilografa dovresti apprezzare: Mark Twain è stato il primo autore a utilizzare la macchina da scrivere, questo almeno stando alle sue dichiarazioni.

Non sono, però, gli eventi in sé a fare di un libro un buon libro.