Nel segno della pecora, nel segno di Murakami

20170610_091730Quando l’orologio batté le due, sentii due colpi contro la porta. [ ] Aprii, e vidi l’uomo-pecora. A un paio di metri di distanza, stava osservando la cassetta della posta come fosse una cosa rara, poco interessato sia alla porta che a me. Era alto forse un metro e cinquanta, poco più della cassetta. Aveva la schiena curva e le gambe storte.   [ ] Aveva addosso una pelle di pecora che lo ricopriva tutto dal collo in giù, e che si adattava perfettamente al suo corpo tozzo. Le parti che rivestivano le braccia e le gambe le aveva confezionate lui, così come il cappuccio che gli nascondeva la testa, ma le corna ricurve che spuntavano in cima erano vere.

 

Cercai la sua figura nello specchio. Non c’era! Nello specchio l’uomo-pecora non esisteva!  [ ] Nel mondo dello specchio ero l’unico essere vivente. Sentii un brivido freddo corrermi lungo la schiena.

Non c’è sensazione peggiore che svegliarsi al buio. E come se si dovesse ricominciare da capo. All’inizio, quando si aprono gli occhi, si ha l’impressione di vivere l’esistenza di qualcun altro, e ci vuole parecchio tempo prima che a questa subentri la propria. E’ una strana sensazione osservare la propria vita come se fosse quella di un altro.

La debolezza è qualcosa che imputridisce dentro di noi, come una cancrena. Io la sentivo già quando ero adolescente. Per questo ero sempre irritato. [ ] E’ come una malattia ereditaria: sai che ce l’hai, ma non puoi fare nulla per guarire.

E’ una debolezza morale, mentale… è una debolezza dell’esistenza stessa.

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L’uomo-pecora bussa alla porta e non mi stupisco, anzi lo stavo aspettando senza rendermene conto. La potenza di Murakami è tutta qui: far sembrare normale e scontato un avvenimento senza senso. Murakami ha alterato, per sempre, la mia percezione di lettore.

Quando i treni erano lenti…

In treno

Quando da bambino prendevo il treno nasceva una magia particolare, anche se la destinazione non era sempre piacevole. Mi sentivo importante. I treni erano abbastanza lenti da consentire di affacciarsi al finestrino e godere dello scorrere del paesaggio. C’era il tempo di contare le pecore nei campi, di essere seguiti da un’auto e salutare qualcuno che ti stava guardando. Quando si attraversava una città, mi piaceva sbirciare nelle finestre delle case che si affacciavano nei pressi dei binari, mi chiedevo come si chiamassero quelle persone e se avessero mai preso un treno. Avrei voluto urlare: “ehi, sono qui sul treno, mi vedi?”

Ora i treni viaggiano ad una velocità elevata che ha accorciato notevolmente le distanze. I finestrini non si abbassano più, siamo comodamente seduti e collegati al mondo, ma non a quello che stiamo attraversando.

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dettaglio Locomotiva museo di Pietrarsa

Viaggiare in treno, su grandi distanze, mi ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto mi ha fatto riscoprire un’umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: un’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa   T. Terzani

Per le strade di Vienna

Per le strade di Vienna ho riprovato una sensazione che avevo dimenticato, un piacere del quale avevo imparato a godere quando il lavoro mi portava in giro per l’Europa. Si è ripresentato per cacciare un disagio che ho cominciato ad avvertire intrappolato in una piccola calca di persone che si dirigeva verso Stephansplatz. Una irrequietezza, un malessere che ha mi ha fatto cambiare itinerario, regalandomi una sosta a StadtPark. Da lì, il ritrovato piacere di passeggiare per strade secondarie, vie senza un nome preciso, senza la necessità di voler fotografare alcunché. La tranquillità di godere delle espressioni delle persone che vivono nelle case che mi circondano, cercare di capire se sono felici a stare lì. Sentire gli odori che escono dai portoni ed ascoltare le poche voci che vengono dai bar. Essere solo un passante che non cambierà la loro giornata, che non disturberà il loro andare.

Per le strade di Vienna, il classico si specchia nel moderno, l’eleganza è resa meno snob dall’eccentricità dei suoi abitanti che si incontrano nel parco di Hofburg  per ballare la salsa. Qui, sembra si dia la giusta importanza al vivere bene.

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Lectar, la tradizione slovena

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In famiglia c’è una ingiustificata passione per gli insetti. C’è chi dà da mangiare alle formiche e chi raccoglie fascicoli di insetti di tutto il mondo. Così dopo una mostra imprevista sulle api, al Castello di Lubiana (2016), abbiamo seguito la scia del miele sloveno fino a Radovljica dove speravamo di visitare il Museo dell’apicoltura: purtroppo era chiuso. Passeggiando per le stradine del borgo, siamo stati attratti da Lectar, una locanda un po’ museo che ci è sembrata un’oasi nel deserto dell’ora pranzo. Un profumo dolce ed intenso ci ha catapultati indietro nel tempo. Veniamo accolti con tanta gentilezza in un piccolo laboratorio attrezzato come alcuni secoli fa, dove ci vengono svelati tutti i segreti dei Lect, biscotti al pan di miele, preparati secondo un’antica ricetta e ai quali vengono date forme particolari.

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“Ci sforziamo di mantenere la cultura slovena in modo che, i più giovani non dimentichino, ed i più vecchi ricordino”. Veniamo salutati così ed a distanza di qualche mese, anch’io voglio lasciarne traccia in queste pagine.

Hundertwasserhaus: Vienna a colori

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Arrivare alle case popolari costruite dall’architetto Hundertwasser partendo dal Prater è una di quelle passeggiate che piacciono a me. Stradine secondarie da percorrere senza fretta e senza confusione. Dal ponte che collega le due sponde di Vienna divise dal canale del Danubio, si vedono due romantici vecchietti che passeggiano sereni: è così che vorrei invecchiare, ho pensato.

Poi giri l’angolo è sei proiettato in un’altra città. Come se durante un concerto di musica classica ci fosse, all’improvviso, un assolo di chitarra elettrica. Come andare ad una cena di gala vestiti da punk. Tanti colori e forme diverse riversate tra l’eleganza dei palazzi viennesi.

Ma la cosa davvero straordinaria è un’incredibile armonia tra queste differenze, forse perché  le cose belle sono belle e basta.

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…magari domani resto

Se mentre sei a letto e stai leggendo, senti di doverti alzare a prendere una matita per sottolineare alcuni passi che ti stanno coinvolgendo, allora quel libro è un libro che non dimenticherai.

magari domani resto

“A quelli che resistono. E tirano avanti.” Già dalla dedica del libro ti leghi alla protagonista,  come  fosse una parte di te.

Le cose belle della vita, sient’ a me, quasi sempre ci sopravvivono.

Nennè, non sprecare le tue risate, che domani ti serviranno!

I genitori dovrebbero insegnare a rincorrere le passioni, non i progetti.

Le passioni ti possono regalare anche un pizzico di felicità ogni tanto, i progetti mai. Anzi, spesso te la portano via, la felicità intendo. Perché ti inducono a spostare l’obiettivo sempre un po’ più in là.

Devi cambiare d’animo, non di cielo.

Un “no” ha molta meno forza di un pensaci.

Ogni volta che metto piede nell’appartamento di mia madre mi prende una strana sensazione che non so spiegare, una specie di rabbia mista a compassione, perché alla mia età ancora non ho capito come confrontarmi con una donna tanto diversa da me, eppure tanto uguale. E poi c’è la casa, che è quella dove sono cresciuta, nella quale dovrei sentirmi a casa, per l’appunto, e invece non è così, perché i luoghi che lasciamo cambiano, proprio come cambiano le persone, e quando li rincontri non sono più gli stessi, e allora ti muovi al loro interno con cautela e malinconia, la stessa che provi quando ti capita di incappare in un vecchio amico per strada e ti accorgi che non sai più cosa dirgli.

Non si può spiegare agli altri come vivere, né si può trasmettere la voglia di essere felici. La felicità è una cosa piccola e intima che ti costringe ad averne cura e rispetto anche quando non ti va, quando sei stanco e vorresti solo stravaccarti sul divano. E’ una moglie petulante che ti parla mentre guardi la partita.

…abbiamo quello che ci siamo guadagnati, io, invece, penso che non esiste un dio che distribuisce pene e meriti, è semplicemente la vita, che prende ad alcuni e dà ad altri, come un’onda che si abbatte sula spiaggia e tira via con se una formina conficcata nella sabbia per poi restituirla a un nuovo bambino seduto sulla riva dalla parte opposta della costa.

Ognuno ha il suo passo, e quel passo va rispettato. Chi resta indietro non va né aiutato, né sospinto, solo atteso.

…aspetta, che ad aspettà nun è mai muorto nisciuno.

Si perdona davvero solo quando si smette di amare… Perciò i genitori non li perdoniamo quasi mai.

Se dovessi spiegare cos’è la povertà, e non parlo di miseria, ovvio, risponderei che è proprio quella cosa nella quale a volte nemmeno ti accorgi di trovarti, una condizione abituale dove manca sempre qualcosa di piccolo e non necessariamente fondamentale che ti fa sentire fuori luogo.

Ad affrontare le onde che ce vò, siamo bravi tutti, basta nuotare e seguire la corrente. Il problema è quando passa la tempesta e ti trovi a galleggiare nel mare calmo. Lì devi essere abile a muoverti il meno possibile.

Generalmente è proprio in un brivido che si racchiude tutta la nostra piccola vita. Forse è un istante di pura emozione che dà significato a tutto. E l’attimo dopo sei pronto a ricominciare.

Non so se questa voglia che ho di partire sia reale desiderio di una nuova vita o solo paura di restare. Credo, però, di aver bisogno di un tempo, di aspettare che gli eventi facciano il loro corso, sento la necessità di seguire l’istinto e affidarmi alle piccole cose che in quest’ultimo periodo mi hanno fatto sentire bene.  Sento che qualcosa prima o poi si smuoverà e mi porterà a capire quale strada imboccare. Ormai manca poco al prossimo incrocio.

Dove sta scritto che le cose devono durare per sempre… le cose durano quanto durano. Perciò mi farò bastare quel che sarà, ma in quel che sarà, puoi star certo, metterò tutta me stessa.

“…magari domani resto…”