La favola delle Torre di Belém

Il cielo blu è trafficato da nuvole in continua trasformazione. Il prato intorno sembra un tappeto, steso apposta per potersi sedere e restare a guardare questo castello in miniatura che ha le sembianze di un vascello, ancorato alla riva del fiume Tago. Potrei non entrare: nulla di quello che c’è dentro può essere più bello di quello che si vede da qui.
La Torre di Belém è un omaggio alla bellezza: le pietre bianche che luccicano al sole, le mura merlettate. E’ come un vestito elegante indossato da una bella donna, Lisbona, una città a tratti malinconica, fatta vibrare perennemente dalla brezza dell’oceano che si fa amare a prima vista.

Decido di affrontare la coda ed entrare. Attraverso il ponte levatoio ed entro in un racconto fatto di battaglie e prigionieri, di cannoni e banchetti reali, di sale e terrazze circondate da un paesaggio che non si dimentica.

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Da lontano, la piccola Torre di Belém diventa un minuscolo gioiello di pietra che fa risplendere la sua favola.

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Il Vesuvio universale

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Il Vesuvio è un vulcano attivo e giovane nonostante l’età immemorabile, potrebbe ridestarsi e scrollarsi di dosso in un pugno di minuti le centinaia di migliaia di abitanti abbarbicati con le unghie alla sua carne.

Insomma a Pomigliamo sapevamo che esisteva un altrove. L’Alfa Romeo con la sua modernità era una Milano in terra vesuviana, ma pagava lo scotto di essere fuori da Napoli.

“Il Vesuvio da questo lato è speculare, viene prima il monte Somma e poi il Vesuvio. Guarda qui, me lo sono tatuato sul braccio, è la mia forza, sono stato a lavorare a Milano fino a qualche mese fa e la cosa che mi mancava era proprio lui…”

Calpestandolo, imparando a conoscerlo da dentro, si pensa al Vesuvio come a un essere dotato di rara bellezza e generosità tenute in scacco da un’ira furibonda che in un istante può traboccare cancellando tutta la prodigiosità offerta fino a quel momento.

“La forza di evocazione del Vesuvio è intatta. A chi mi dice “ma voi siete matti, come fate a vivere sul Vesuvio?”, io rispondo così: a Somma Vesuviana c’è quella villa bellissima costruita dopo l’eruzione del 79 d.C. e sepolta da quella di Pollena del 400 d.C.: i Romani non erano fessi, sapevano benisimo che il Vesuvio era un vulcano, ma era una terra talmente bella e fertile che ci sono tornati. Dobbiamo aspirare a un fatalismo attivo”.

“… Noi scendiamo e saliamo a occhi chiusi, io non riesco a stare più di una settimana lontano da qui, non le dico che parlo con le pietre vulcaniche, ma quasi”.

“La camorra quando credi sia nata?nCon l’unità d’Italia, […] l’Italia nasce da un patto scellerato tra la malavita e la nuova politica. Il Nord non esisteva, economicamente era zer; Napoli era molto più ricca”.

Uno stralcio di conversazione in cui sono incappata innumerevoli volte: “Dobbiamo dire che i Borboni ci hanno lasciato tanto”. “Anche tanta miseria”. “Quella è dei Savoia”. Che lo stato italiano sia nemico, colpevole di aver gettato il Sud in uno stato di subalternità senza ritorno, è a diversi gradi di profondità sotto la superficie il mastice che tiene uniti guappi e professionisti, guide turistiche e maestri elementari, tassisti e fruttivendoli, lazzari e aristocarici.

Fu Teodoro Monticelli, sacerdote, naturalista, segretario perpetuo della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, a suggerire al re delle Due Sicilie Ferdinado II la creazione di un Osservatorio vesuviano che sarebbe stata la prima istituzione scientifica al mondo dedicata allo studio dei vulcani.

La cima del cono del Vesuvio era stata spazzata via, le ceneri avevano raggiunto la Croazia e a Parigi il cielo si coprì di una nebbia secca e giallastra così densa da rendere difficile alle barche navigare sulla Senna.

La nube di ceneri intanto si era condensata e ricadeva su Napoli come pioggia glutinosa, trasformando lo strato di sabbia nera e polvere in una coltre di fango scivoloso. Mentre saliva sulle pendici del Vulcano, Perret si vide tempestato da una grandin di palle di fango, alcune grosse come uova, respirava a fatica, gli occhi pieni di lacrime.

I modelli di simulazione non danno molte speranze: in un quarto d’ora un milione di persone perderebbe la vita.

#soloFoto: Parigi

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#UnViaggioUnLibro: La Strada… in mare

Seguire la scia spumosa che la nave lascia dietro di sé quando ormai del tramonto sono scomparsi anche i colori e c’è solo il soffio leggero del vento a rendere tutto reale, è quanto di più malinconico si possa subire quando ci si mette in viaggio senza tanta voglia di partire.
L’odore del mare è l’unica sensazione amichevole ed io, seduto sul ponte di una nave che viaggia verso Palermo, mi appresto a leggere il libro che più di altri lascerà una traccia nella mia anima: La Strada di Cormac McCarthy.

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Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.
Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.

Mentre la prua della nave separa momentaneamente le acque che la tengono a galla, queste pagine stanno per diventare lo spartiacque nel mio essere padre.

Ce la caveremo, vero, papà?
Si. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Si. Perché noi portiamo il fuoco.

Decido di scendere in cabina. Non riesco ad alzare lo sguardo dagli scalini visibilmente ridipinti di blu da poco. Il rumore del mare è assordante, ma scompare appena mi chiudo nell’opprimente abitacolo. Riesco a stento a sdraiarmi sul letto tanto mi manca l’aria. Di sicuro non è il luogo ideale per leggere questa straziante storia, ma non riesco a smettere.

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

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L’alba schiarisce anche la mente. Vorrei poter lanciare il libro in mare, liberarmene, non averlo mai letto. Palermo mi attende senza fretta, la vista della terra ferma preannuncia la normalità, il ritorno alla vita tangibile, banale a volte.
L’essere padre e figlio nello stesso momento ha reso questa traversata, man mano che le pagine hanno scandito il passare delle ore, in un viaggio interiore, nella consapevolezza di dover essere la speranza e la resistenza. Di aver modificato la vita di mio padre,e di aver subito lo stesso mutamento.

Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.
E riuscirò a sentirti?
Si. Mi sentirai. Fa’ come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere. Ok?
Ok.

L’uomo che trema

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Nell’epistolario di Freud si legge: “Nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati, giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo”. […]. Dunque si può dire che la malattia è insita negli esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e quindi l’integrità è la loro malattia.

In quel momento la vita, il mio essere al mondo, la somma delle attività umane, […], tutto […] era priva di valore.

La sola cosa che riesco a fare senza patire e perfino con un certo gusto è leggere…

…il dolore è più sopportabile della speranza.

Io non ho mai giocato sul corpo di mio padre. In molti, come me, non l’hanno mai fatto, pur non avendo abbandonato il padre né essendo stati abbandonati. Non gli è stato consentito, poiché la natura di questo scambio dipende dal rapporto che si instaura col padre. Nei tempi antichi, quando vigevano austere norme sociali e rigidi metodi educativi, doveva essere addirittura inammissibile che un padre si concedesse ai giochi del figlio.

Una delle qualità principali delle canzoni, il motivo stesso per cui la musica è così importante delle nostre vite, è che a volte capita che un disco, una voce, una melodia, e la nostra percezione, il nostro carattere, il nostro sentimento del vivere o il sentimento che ci attraversa in un preciso istante della nostra esistenza, si dispongono sul medesimo asse.

È possibile che anche solo l’idea della morte abbia un effetto benefico sul mio corpo e sulla mia psiche? La morte è l’unico unguento in grado di curare il mio male? Davvero la morte è al contempo il male e il rimedio?

Un’ora – il farmaco è puntuale – poi lo schianto.

…di come solo il toccare la schiena di mio figlio addormentato mi abbia infine salvato dal proposito, rigettandomi violentemente sulla superficie della Terra, il luogo che io avevo mestamente abbandonato, …

Lo stesso problema, ossia la fatica nel parlare, nel capire, nel decifrare, io ce l’ho più o meno con tutti.

Se devo fare una telefonata, ho bisogno di quei trenta secondi in cui fronteggiare me stesso, la mia congenita convinzione che disturberò la persona che sto per
chiamare, che non sarò in grado di apparire disinvolto nella conversazione, …

Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza. Perciò mi capitano situazioni di questo tipo, per ricordarmi chi sono, o meglio, cosa non sono.

I gatti di Civita di Bagnoregio

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Come un bambino che cammina in bilico su di un muretto si regge alla mano del padre per non scivolare, così Civita di Bagnoregio si regge al resto della terra con un lungo ponte bianco che sovrasta la valle. Arrivati in cima ci accoglie un gatto che, apparentemente indifferente, non batte ciglio al nostro passaggio. Nel borgo c’è la naturale pace di un luogo di altri tempi, tanto che si fa fatica a capire se è abitato da qualcuno o è tenuto in vita solo da negozi e ristoranti.


La storia di questo luogo è segnata da frane e terremoti che hanno eroso lo sperone di tufo sul quale è stato costruito, riducendone le dimensioni e sgretolando torri e palazzi giù per la valle.

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Un signore ci dice che sono rimasti in nove ad essere cittadini di Civita di Bagnoregio. Quando turisti e commercianti lasciano il borgo, restano solo in nove tra queste mura antiche: un’immagine seducente.

In nove senza contare i gatti, ovviamente. Ogni vicolo ha il suo: c’è chi è a guardia di una scala, chi sbuca dalla fessura di una porta diroccata, un altro ti guarda da un tetto. Ti vengono incontro senza timore, come a dire che lì non c’è da avere paura, che la “città che muore” è ancora viva per continuare a regalare emozioni, ancora!

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La mattina dopo

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I primi giorni sono come una corrente a cui non si riesce a sfuggire: non fai che pensare a quello che hai perso.

Non esiste una scala di dolore, della sofferenza e del vuoto, niente può essere giudicato o paragonato, esiste però per tutti la mattina dopo, che può essere quella in cui provi a difenderti e a proteggerti o quella in cui inizi a naufragare.

“Nella vita c’è un unico segreto” ripete spesso. “Bisogna vedere la bottiglia mezza piena, perchè la vita è fatta di cose belle e di dolori, e di dolori ne abbiamo avuti tanti, ma se ci fossimo fermati lì sarebbe davvero finita”

…sanno che piangersi addosso non è una cura e fanno quello che è necessario fare con convinzione.

“[…]. Se mi chiedi di cosa mi preoccupi ogni mattina ti rispondo in modo semplice, forse banale: sorridere e far sorridere. Tutto è precario, dobbiamo essere qualcosa”. Poi mi regala una frase di Charles Bukowski che gli sembra spieghi tutto definitivamente: “Siamo sottili come carta. Viviamo sul filo delle percentuali, temporaneamente. E questo è il bello e il brutto, il fattore tempo. E non ci si può fare niente”.

…c’è più volte il momento della fine, quello in cui l’equilibrio si rompe, ma ogni volta il giorno dopo impone di fare i conti con la nuova realtà e ripartire diversi.

…perchè dovremmo fare le cose per bene, con grande cura, se nessuno ce lo chiede, se farle in fretta sembra l’unico valore? Mi viene solo una risposta: per noi stessi.

…penso che le cose che mi stanno a cuore me le devo ricordare, non le devo affidare a un foglio.

Così sono andato a incontrare quell’uomo che non aveva più nulla dei suoi 20 anni. Dovevo farlo. Adesso, il mio giorno dopo era finito davvero.

Il Tempio di Valadier, una pietra preziosa

Subito dopo il tramonto non c’è praticamente nessuno e si può godere in tranquillità tutta la magia di questo luogo inconsueto. La salita diventa poco faticosa se ci si lascia distrarre dalle colline intorno che si colorano di rosso man mano che il sole si nasconde. Arrivati in cima ai settecento metri percorsi, lo spettacolo è superiore alle aspettative. Un tempietto incastonato nella roccia, come una pietra preziosa in un anello.
Entrando provo un certa indifferenza anzi, qualcosa mi induce ad uscire subito. Strano, sarà la mia irrequietezza, o i troppi peccati intrappolati quì, scaricati dalle tante anime dannate che vi hanno trovato rifugio nei secoli.

L’interno della grotta, invece, è pieno di sculture di pietra su pietra a testimoniare che questo è uno di quei luoghi dove l’energia dell’universo è in equilibrio e contagia le persone che vi si addentrano.
Nella quiete della collina, entro nel Santuario di Santa Maria Infra Saxa a pochi metri dal Tempio. Le pietre che danno forma alla chiesetta tengono questo luogo nell’assoluto silenzio. Guardare gli occhi della madonna sul piccolo altare mi concede un istante di totale purezza, poco importa che sia o meno una copia.

Durante la lenta discesa fa buio, si è accesa qualche luce artificiale lungo il tragitto; l’animo è sereno. Questo è un di quei rari momenti in cui la fatica fisica è totalmente azzerata dal senso di pienezza per essere stati in un luogo speciale ed averne respirato la bellezza. Ascolto il rumore che fa il vento nella gola formata dalle rocce e penso alle emozioni contrastanti provate in così breve tempo nello stesso luogo. Solo un posto magico come il Tempio di Valadier può essere tutto questo.