La Libertà viaggia in treno

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Il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si va compiendo. È sempre qualcosa in più. Per qualche motivo il viaggio in treno finisce sempre per rimandare a una collettività, a una comunità, a una condivisione.

Nessuno addio è così definitivo come quello pronunciato lungo la banchina di un treno. […] Nulla è insignificante quando si ha a che fare con due persone che stanno per separarsi al confine di un viaggio.

… tutti noi, che ci siamo seduti in autobus o in treno, ci siamo innamorati in cinque secondi di qualcuno.

Il primo viaggio è quello che si fa sopra una giostra. Come un satellite, un astro. Quando ancora nulla si sa della geografia, delle mappe, dello spazio e di tutto quello che sta lontano da noi e altrove.

Più vado avanti nella mia vita, ha scritto, più i miei ricordi diventano dettagliati. Più fugge il tempo, più si torna indietro. Più si va avanti negli anni, più si torna all’eterna estate.

Domani, sembra sempre un giorno in cui si potrà avere coraggio.

Il viaggio in treno, al di là dell’apparente destinazione, del luogo verso cui si va, è spesso già di per se uno spazio dove ciascuno trova il tempo e il modo per una sorta di riscatto quotidiano. Il tempo vissuto sul treno non è solo il tempo del viaggio, ma è il tempo in cui ciascuno prova ad accedere a un se stesso che altrove non gli viene riconosciuto.

Nelle stazioni ci sono silenzi e attese che aprono varchi improvvisi.

È la porzione di treno che sta lì per far passare, per fare andare oltre e camminare. […] E’ lo spazio dove passano quelli che, anche in viaggio, non riescono a trovare pace. Nei vagoni moderni, in quelli che rimandano alla conformazione dei pullman, quella passerella stretta corre tra due file di sedili, ma anche se le dimensioni sono così minute da rendere più complicato il passaggio, ancora svela qualcosa dei viaggiatori che altrimenti non si riuscirebbe a scoprire mai.

I binari disegnano una linea solitaria in uno spazio assoluto. C’è desolazione e magia.

…quando anche lui passò lo Specchio per la prima volta, quando ebbe la sensazione immediata “di come una persona possa perdere improvvisamente memoria e cognizione del tempo” e allo stesso tempo accogliere “una miriade di pensieri e immagini nuove negli occhi”.

Come se al momento della partenze ci si immergesse nelle acque e solo in seguito, solo dopo aver percorso tutto intero quella specie di mare profondo che è il viaggio, si riuscisse a riemergere, proprio quando si è arrivati in quel punto oltre il quale non si può più andare.

Una ragazza, come una sirena poggiata sui fondali del suo oceano, tiene gli occhi chiusi. Il filo degli auricolari accentua quell’isolamento abissale. Ad attrarre è il fatto che, per qualche motivo, si capisce che non li ha chiusi per dormire, ma per qualcos’altro.

Non si parte mai solo per andare a vedere una città, un luogo sconosciuto, o per il solo gusto di viaggiare. Ogni volta che ci si allontana da casa e da quello con cui si son prese da tempo le misure, ogni volta che ci si mette su un treno che va da una capo all’altro, lo si fa per lasciarsi alle spalle il consueto e attingere a qualcosa di più grande.

L’Ascensor da Bica e la signora col cappello turchese

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Ci sono due modi per godersi Lisbona: a bordo di un tram, guardando scorrere la città e chi la vive dal finestrino e a piedi, gustandosi con calma la capitale portoghese, sbirciando tra le porte aperte ed ascoltando gli abitanti conversare tra di loro.

Percorro Calçada do Combro: ha una leggera salita ed un discreto traffico che restituisce il senso di metropoli che Lisbona mantiene ancora sopito tra i suoi vicoli. Il Tram 28 mi supera col consueto fracasso appena arrivo a Largo do Calhariz; non è un vera e propria piazza, ma racchiude un micro mondo molto particolare.

Una signora seduta in un angolo è coperta da un cappello che lascia trasparire la sua nazionalità. Ha un abbigliamento da viaggiatrice abituale ed usa le gambe per reggere un quaderno dove sta ultimando uno schizzo dell’immagine che ha davanti.

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La funicolare dellAscensor da Bica è lì, ferma, in attesa di una nuova discesa. Intorno c’è chi fotografa, chi beve una economica birra, chi fuma qualsiasi cosa, chi chiacchiera. C’è chi è semplicemente di passaggio e chi si gode questo teatro all’aperto senza un apparente motivo, a fazer ora, come dicono qui. Un signore affacciato ad un balconcino, spettatore da una posizione privilegiata, sembra accertarsi che tutto sia al suo posto per poter dare il via libera.

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Arriva il momento. All’interno della cabina in legno c’è chi si rianima per godersi il breve viaggio. Qualcuno spegne una sigaretta e sale a bordo. Intorno tutto si ferma. Il tintinnio metallico del tram zittisce il trambusto di voci che avvolge il vicolo. Le rotaie si mettono a lavoro e la cabina si muove. Nessuno saluta, non ci sono addii. Dopo poco il vicolo torna nel suo stato di saudade momentanea, nell’attesa del prossimo arrivo, della prossima partenza. C’è un cambio di personaggi, altri curiosi, altri fotografi. Il fiume in fondo alla discesa, allenta la claustrofobia della stradina, ma la viaggiatrice che designa non può vederlo: è ancora seduta sulle scale con la sua opera praticamente finita.

Intanto un’altra funicolare è tornata: altri colori, altro conducente, altre storie. Il percorso, però, è sempre lo stesso, sembra una modella in una sfilata vintage pronta per altri scatti, altri applausi.

Il cappello turchese della disegnatrice è ancora fermo, proteso sul quaderno ad ostacolarne parzialmente la visuale. Vorrei sbirciare tra quelle pagine: chissà dov’è stata prima, chissà cosa pensa mentre disegna. A breve girerà ancora pagina per un altro disegno, un altro scorcio di Lisbona, un’altra emozione.

Ipotesi di una sconfitta

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…frase offensiva, oscura pur nella sua semplicità – sta diventando impossibile – si era concretizzata, diventando anche la morte di mio padre, oltre che del nostro vivere contemporaneo.

Avevo sempre lo zainetto, un libro, un taccuino, abitudine che conservo ancora oggi, a distanza di tanti anni, come fossi alla ricerca di una collocazione esistenziale più che di un collocamento lavorativo.

Mi sedevo, consegnavo il tesserino, guardavo le sue gambe sotto il tavolo, i pantaloni salivano mostrando calzini corti, mocassini usurati, e in quella modestia vedevo la povertà della nazione; esistevano molte persone ricche in Italia, ma lo stato era miserabile, sempre prossimo al fallimento, me ne rendevo conto ogni sei mesi quando timbravo il tesserino di disoccupazione, ad aprile e a ottobre.

Tu puoi fare qualsiasi cosa…

 Mi addormentavo accanto a lui. Non sognavo porte, come di notte, ma un colore bianco, cullato dall’autobus sul margine della coscienza, tra il cigolio dei freni, delle sospensioni. Quando mi svegliavo, sentivo addosso la leggerezza del riposo e una stanchezza irrisolvibile, i dettagli ingigantiti e dai margini incerti, la gioia per le cose non esattamente viste: sembra di vivere dentro i libri che avrei voluto scrivere.

…ma un paio di volte l’anno, dal nulla, mi torna in mente una di quelle recriminazioni che ci accompagnano lungo tutta la vita. Fatti del passato che avremmo potuto affrontare in modo diverso. Momenti in cui ci accolliamo il peso del mondo.

Il selezionatore doveva essere nato al sud, l’accento torinese aveva preso il sopravvento ma non del tutto, così nell’uomo coesistevano sillabe disposte a battagliare tra loro pur di non farsi smentire dalla diversa inflessione della sillaba seguente, ogni sillaba torinese lottava contro un nemico invisibile, conscia del fatto di poter essere tradita da un momento all’altro, ricacciando l’uomo distante da Torino e da gran parte della propria vita.

Volevo cercare non so bene cosa, qualcosa che mio padre non aveva mai trovato poiché nemmeno immaginava che esistesse. Avevo fallito per liberare anche mio padre.

Se avessi dovuto sintetizzare l’Italia all’inizio del terzo millennio, avrei utilizzato il suono del cucchiaino di Solo Cattiveria imprigionato all’interno del vasetto di yogurt vuoto: non a caso, quando una persona è stremata e affranta, diciamo di averla raccolta con il cucchiaino.

Quello che sfuggiva alla frontiera dell’immagine era la nostra vita, che non poteva essere salvata, la vita era ciò che stava fuori dai bordi dell’immagine, ciò che stava appena fuori dall’immagine si consegnava alla vita, quanto imprigionato sui rulli era il racconto setacciato, custodito.

Raccoglievo la rabbia, collezionavo la miseria degli italiani impoveriti come me, ascoltavo tutte quelle voci, nomi e cognomi che chiedevano dilatazioni, piani di rientro, cambiali per pagare le bollette; erano voci di piccoli imprenditori, lavoratori, pensionati, disoccupati, tutti vinti da rassegnazione e umiliazione trasformate in improvvisi moti di rabbia.

Quando ero bambino, le aperture domenicali erano limitate al periodo natalizio, ma era prevedibile che la tendenza dovesse espandersi a tutto l’anno. E così, domenica dopo domenica, la religione era scomparsa dalla consuetudine popolare. Duemila anni di messe avevano sfiancato l’essere umano, centoseimila messe domenicali erano troppe anche per il fedele più convinto, ormai abbagliato dalla merce, che luccicava, soprattutto in Italia, da così pochi decenni.

Ah, sventurato sindacato e sventurata Chiesa cattolica: sempre le stesse connivenze autodistruttive.

…avevano inclinato le teste per ricevere le briciole dai sacchetti di patatine, e ridendo, ma con un inizio di smorfia, si erano alzati, e solo allora la risata collettiva si era trasformata nella maschera individuale della finzione, che si sarebbe inchiodata ai loro volti lavorativi abituali, accompagnandoli, sempre più isolati, fino alle scrivanie. Non credevano in niente, solo alla propria sconfitta, che arrivava ogni giorno.

I due lati di Cabo da Roca

Mentre mi avvicino al faro, ho la sensazione di muovermi nel letto di un fiume. Come le sue acque, sono attratto dall’estuario, trascinato dalla corrente; non c’è più modo di tornare indietro, non è possibile cambiare strada.

Il faro controlla la scogliera a picco sull’oceano. È il confine tra i due lati di Cabo da Roca. Uno è quello delle copertine, delle foto su Instagram (anche io ne ho una). Quello delle attese per uno scatto dal punto di vista migliore, quello dove vanno tutti. La forza della natura è evidente. La potenza con la quale il mare si scaglia contro la scogliera, è inequivocabile. Il vigore con il quale le acque vengono contrastate dalla roccia, lascia senza parole.

Poi c’è l’altro lato, inspiegabilmente desolato. Quello meno facile da raggiungere. Una distesa di verde intenso dove il caldo che sale dalla terra ed il vento freddo che arriva dal mare, mi lasciano senza forze. Non riesco ad addentrarmi, ad arrivare alla scogliera. Resto ad occhi chiusi e mi lascio abbracciare da questo luogo carico di energia.

Le nuvole si abbassano, la foschia copre il faro. È ora di andare.

Il mestiere dello scrittore – Murakami

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Il numero di romanzieri non ha limiti, ma lo spazio nelle librerie si.

Scrivere un romanzo è un atto lento, un atto che si compie a marcia ridotta. Qualcosa a metà strada fra a camminata e la pedalata.

Mentre scrivevo, la sensazione che provavo era più vicina al “fare musica” che al “comporre frasi” […]. Mantenere il ritmo, trovare accordi, credere nella forza dell’improvvisazione.

Definire a parole l’originalità è molto difficile, ma descrivere e far rivivere le condizioni spirituali che la generano è possibile. Quando scrivo un romanzo ho sempre il desiderio di ricreare dentro di me queste condizioni. Perché è una sensazione magnifica. Una sensazione rinfrescante, come se all’interno di una giornata ne sorgesse un’altra. Sarebbe bellissimo se riuscissi a far provare la stessa cosa anche ai miei lettori. Aprire una finestra nelle pareti dello spirito, per far entrare aria fresca. È un pensiero, una speranza, che ho sempre in testa mentre scrivo un romanzo.

Se il lettore ritroverà nelle mie opere quell’immensa sensazione di calore che prova sulla pelle quando entra nell’acqua termale, ne sarò felice […]. Dobbiamo credere soprattutto alle nostre impressioni reali, senza curarci di quanto dice la gente intorno a noi. Non c’è criterio che valga di più, sia per uno scrittore che per un lettore.

Essere un romanziere significa raccontare una storia. E raccontare una storia significa, in altre parole, scendere di propria volontà al fondo della propria coscienza. Nella parte più buia del proprio spirito.

L’energia fisica e quella spirituale sono due ruote di una macchina. Quando funzionano in equilibrio reciproco, riescono a dare al veicolo una giusta direzione e ad avere una grande efficienza.

…si realizzano cose in teoria impossibili. Ed è proprio per questo che scrivere è una grande gioia.

In una zona sotterranea, al di sotto del duro strato della vita quotidiana, in realtà siamo legati “tramite il romanzo”. Nel profondo del cuore condividiamo una storia.  Sono questi i lettori che ho in mente. Scrivo giorno dopo giorno con la speranza di dar loro un po’ di piacere e qualche emozione.

Vi racconto Venezia75, anzi no

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Le urla di ragazzi e fotografi, divisi da un tappeto rosso, superano la musica già assordante di per se. Tutti che fotografano tutto, con qualsiasi cosa abbia un, seppur piccolo, obiettivo. Vestiti eccentrici su personaggi eccentrici che passeggiano per farsi ammirare. C’è chi corre chissà dove a fare chissà cosa, e poi le necessarie lunghe file per i veri protagonisti di Venezia75: i film. È davvero uno spettacolo nello spettacolo e credo sia difficile immaginare possa essere diverso.

È divertente, ma appena finito di lavorare salgo su di una delle mille biciclette a noleggio che girano per il Lido di Venezia e comincio a pedalare verso sud, senza sapere cosa aspettarmi: ho bisogno di silenzio.

Un sole caldo asciuga la tanta pioggia caduta in mattinata. Arrivo a Malamocco, senza sapere della sua esistenza. Nelle prime ore del pomeriggio è praticamente deserto. Se vedessi solo in bianco e nero, giurerei di essere stato rimandato indietro nel tempo di alcuni decenni. Invece i colori di Malamocco rendono questo borgo davvero attraente, emozionante, rilassante.

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Continuo a pedalare. Fino a all’Oasi del WWF degli Alberoni. Non avrei mai immaginato di trovare qui, tanto verde che arriva fino al mare. Continuo a pedalare finché non finisce la strada, finché non finisce l’isola, finché non finisce la mia energia.

Domani ancora Venezia75; quella dove il sole non basta, dove c’è bisogno di riflettori artificiali per far brillare le stelle.

Lisbona sotto la pelle

Sono salito sul tram numero 28 per caso. Il simbolo più popolare della città è il primo tram passato alla fermata appena fuori l’appartamento preso a Lisbona. Strano che non sia pieno, penso. Nessuno parla con il vicino e comunque non in portoghese. Una locandina che invita a stare attenti ai borseggiatori, l’aria tiepida che entra dai finestrini tutti aperti ed il rumore dello stridere delle ruote di ferro sui binari che guidano l’elettricos nel traffico non ancora caotico.

Come mi aspettavo, durante il tragitto il tram si riempie, per lo più di turisti. Il cuore di Lisbona scivola all’esterno, pulsando sempre più forte man mano che si arrampica per la collina dell’Alfama. Mi immergo nelle strade che salgono e scendono per il quartiere più antico di Lisbona, camminando accompagnato dallo sferragliare dei tram che si mescola alla musica malinconica del Fado che esce dalle porte aperte delle case dove mi fermo volentieri a bere una ginjinha.

Intorno a me c’è di tutto. Signore in grembiule che chiacchierano tra gli sguardi curiosi dei turisti, vecchi che si arrampicano senza fatica per le salite, bambini che giocano nelle stradine chiuse, pittori seduti sugli scalini con i taccuini sulle ginocchia, sfaccendati che cercano di nascondersi dai mille cellulari puntati ovunque mentre sbriciolano hashish. Tutto avvolto da una spensieratezza che può sembrare fuori luogo: è la saudade e mi ci trovo proprio bene.

Arrivo in Rua Garrett attraversando Largo do Chiado: è una distesa di persone. Il celebre caffè A Brasileira, ritrovo di intellettuali della Lisbona di inizio secolo scorso, si intravede appena tra ombrelloni e tavolini. Di fianco la statua di Pessoa, abbracciata e baciata da tutti quelli che passano, sedotti dalla possibilità di farsi una foto.

Una brezza fresca mi guida verso Praça do Comércio ed il tramonto lungo il fiume, per sempre nella mia memoria dopo la sera dell’eclissi. Questa città mi da la sensazione di essere in pieno mutamento. Uno strato fatiscente che sembra essere mal sopportato da un’eleganza che, però, fatica ad emergere. Come se fosse in corso una battaglia tra il caos dei tram e dei tuk tuk per turisti ed il desiderio di nostalgia e di lentezza del Fado, ma nessuno ha realmente voglia di vincere.

Ho letto molto su Lisbona prima di partire, forse troppo, e questo ha addomesticato l’effetto sorpresa essenziale in un viaggio, ma “O Aroma de Lisboa” si è insediato sotto la pelle, indelebile.

Con questi pensieri ancora a spasso per la mente, arrivo davanti al Convento do Carmo. Attraverso un piccolo ponte ed un localino, e salendo una ripida scala a chiocciola arrivo sulla terrazza dell’Elevador de Santa Justa. Il panorama notturno riscatta le delusioni dei vari miradouro in giro per la città. La splendida veduta, da’ la forza di sopportare  l’aria diventata quasi fredda. È molto tardi. Il tram 28 è fermo in un deposito chissà dove, per le strade non c’è più il vociare assordante della gente, il Fado è rinchiuso nei locali. Qualche cicala sottolinea il silenzio in cui è avvolta Lisbona, ma è solo per qualche ora.

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