#UnViaggioUnLibro: il viaggio in treno nella scrittura di Murakami

 

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Il viaggio in treno è un viaggio con il tempo: il tempo per fare, pensare, guardarsi intorno.
Nei vagoni dei treni veloci, quelli che rimandano alla conformazione dei pullman, quella passerella stretta sottrae un pò della privacy necessaria a chi, come me, vuole starsene per i fatti suoi. Sto raggiungendo Venezia, il mondo fuori scorre tranquillo ed io sono immerso nella lettura de “Il mestiere dello scrittore” di Murakami Haruki. Le colline scivolano via dal finestrino mentre cerco di carpire qualche segreto dal maestro giapponese. Non ho nessuna intenzione di diventare scrittore, vorrei solo avere un piccolissimo indizio sul come Murakami riesce a tenermi immerso nei suoi romanzi. Qualcuno mi ha detto che i racconti di Murakami sono tutti uguali. C’è un fondo di verità in questo, ma allora perchè leggo e rileggo i suoi libri con la stessa necessità di chi sente di dover tornare nei luoghi della propria adolescenza?
Mente fuori il mondo continua a scorrere, all’interno della carrozza l’unico movimento che riconosco è l’alternarsi delle pagine.

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“Se il lettore ritroverà nelle mie opere quell’immensa sensazione di calore che prova sulla pelle quando entra nell’acqua termale, ne sarò felice […]. Dobbiamo credere soprattutto alle nostre impressioni reali, senza curarci di quanto dice la gente intorno a noi. Non c’è criterio che valga di più, sia per uno scrittore che per un lettore.“

Il leggero vibrare della poltrona concilia l’assorbimento di questi pensieri. Il libro poggiato sul tavolino sembra sentirsi a suo agio, come se fosse il suo posto nel mondo. Il viaggio in treno nella scrittura di Murakami mi pare ora il solo modo di leggere questo libro, come se una volta arrivati a destinazione, non potessi più continuarne la lettura. Un leggero filo di disappunto si annoda a quest’esperienza particolare.
Quando il treno si ferma, senza scossoni, senza lo stridere metallico dei freni, mi sento come i personaggi di mr Murakami che tornano nel mondo reale, attraversato da una sensazione di vuoto, uno smarrimento. Mi guardo intorno per essere certo di non dimenticare niente e lasciare un cenno di gratitudine ad una condizione che non si verificherà mai più, non più su quei sedili, mai più uguale.

Perduti nei Quartieri Spagnoli

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“Ma perchè sei venuto a Napoli?”. […] Napoli non era mai una scelta. Era un regalo che ti veniva imposto con le spalle al muro, una questione di nascita o di destino.

“Allora dimmi tu , Angelo, che hai la faccia come il culo, pure che supero l’esame, a che cazzo mi serve nella vita?” “E’ la conoscenza, Tonino” dissi. “ Mica deve essere in funzione di qualcos’altro.”

“Ma tu sei comunista” intervenne Angelo. “Che cazzo te ne devi fare dei soldi?”

“abusivo”, a Napoli un termine strausato e sempre libero da pregiudizi morali. L’abusivo non era tanto un intruso, quanto un precario.

Napoli non la capivo, non veramente. Mi mancava una visione d’insieme, un inquadramento più ampio, una vera mappa. In queato senso, Napoli non era un po’ come i Quartieri spessi? Soltanto in apparenza facile da districare, ma in realtà dotata di una logoca misteriosa che la rendeva una matassa impossibile da sbrogliare.

Per gli abitanti dei Quartieri Spagnoli, urlare era parlare. L’intimità auditiva era costante.

Secolo dopo secolo, a Napoli non cabiava mai niente. E stavo cominciando a sospettare che quella strana malinconia, che forse era unicamente napoletana, fosse la consapevolezza che, qualunque cosa succeda, la vita va avanti.

Non c’era un solo albero nei Quartieri Spagnoli, né molta luce, con cui misurare il cambio di stagione. La trasformazione si notava piuttosto dai bamchi del fruttivendolo, dai meloni tramitati in zucche, le prugne in cachi. Si notava dall’abbigliamento delle casalinghe nei bassi: non più zoccoli di legno e stoffe leggere in tinte pastello, ma ciabatte imbottite e sformati cardigan dai colori della terra.

A Napoli eravamo sempre un passo indietro, incurabilmente intrappolati in un ieri fatto di anziana magia, di scienza del sangue. Che cazzo ci facevo ancora là?

…Napoli, questa città di merda, che smarriva e dava emozioni troppo forti.

Perchè ora, dall’alto, riuscivo a vedere Napoli per come la vedeva il resto del mondo. Non pericolosa, smoderata o bella da far perdere la testa, ma semplicemente scivolata nel passato. Sparita. Dimenticata.

In quella fuga verso il pianerottolo, mi sforzai di non far scappare un sorriso per quell’aspetto tragicomico di Napoli che solo adesso, dopo tanti anni, mi sembrò di vedere. Per la quantità di furia, la quantità di passione, sprecata su ciò che erano in effetti ostacoli sormontabili, se non banali.

 

Matty e le Pietre in Equilibrio

Ci siamo allontanti dal percorso tracciato lungo il piccolo fiume Orfento per lasciare un segno del nostro passaggio, come fanno in tanti, una pietra sull’altra.

“Paky chi ha inventato pietra su pietra?”

Abbiamo scoperto che mettere una pietra sull’altra, in equilibrio tra loro a formare una sorta di scultura, è considerata una vera e propria forma d’arte: Pietra in equilibrio, Stone Balancing.

“Mi piace, perchè mi rilasso mentre cerco le pietre adatte e le metto una sull’altra”.

Infatti questa espressione creativa, pare sia nata come un esercizio meditativo nel quale sono indispensabili pazienza, capacità di estraniarsi immergendosi pienamente nella natura e nell’ambiente circostante.

L’energia dell’acqua del fiume, la forza della natura o l’effetto rilassante provato in quel momento, hanno contribuito a far nascere in Matty un particolare piacere a costruire le figure di pietra in equilibrio.

Ogni luogo visitato, che avesse delle pietre, ha visto nascere una scultura. Mi sono lasciato coinvolgere senza alcuna fatica. L’energia positiva che aleggiava intorno a Matty in quei momenti, mi ha condizionato. Ho provato a seguire le pietre con lo sguardo, provando un senso di profondo appagamento nel raggiungimento dell’equilibrio. La ricerca di serenità ha trovato nell’osservazione del componimento una freschezza rigenerante.

Le onde arrivano a lambire le pietre sulla riva, si allontanano lasciando mille bollicine bianche. E poi tornano. Tutto intorno scompare: le poche persone, i lettini in lontananza, il bar con i suoi clienti. Restano solo le pietre una sull’altra, in equilirio, a generare equilibrio.

Il sorriso di Matty gli illumina gli occhi grandi e soddisfatti; una profonda gioia mi pervade l’anima.

L’elefante scomparso

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Non c’era nulla di cui dovessi parlarle. Sinceramente. Non c’è nulla di cui si debba parlare.

Non voglio spingere nessuno a fare niente, né essere spinto. Mi basta sentire la sua presenza vicino a me, la sua punteggiatura volteggiare intorno a me.

Non voglio diventare il padrone del mondo o un artista di genio. Non voglio nemmeno volare. Soltanto essere in due posti contemporaneamente.

Ci sono tante cose che pur andando avanti negli anni continuo a non capire.

La memoria è qualcosa di simile a un romanzo, o forse un romanzo è qualcosa di simile alla memoria. […]. In entrambi i casi, ci si sforza di mettere tutto in ordine, ogni cosa al suo posto, ma il contesto tende a sfuggire, e alla fine si dilegua.

Mi piaceva andare lontano. Tagliare l’erba lontana di un prato lontano. Contemplare il paesaggio lontano di un posto lontano.

A volte sento che le cose intorno a me perdono il giusto equilibrio, ma può darsi che si tratti di una mia impressione. Può darsi che sia dentro di me che da allora qualcosa ha perso il suo equilibrio, e che sia questa la ragione per cui la realtà esterna mi appare distorta. Forse tutto dipende da me.

Noi lo chiamiamo l’uccello-giraviti. Un’idea di mia moglie. Il suo vero nome lo ignoravamo, non sapevamo neanche che aspetto avesse. Ma questo all’uccello-giraviti era indifferente, ogni giorno veniva sugli alberi li’ intorno a stringere le viti del nostro piccolo mondo tranquillo.

…in che momento, a che punto, l’ago della mia vita aveva preso a sbandare? Non lo sapevo. Non mi veniva in mente nessun episodio particolare.

Anche lui era profondamente addormentato. Né l’uno né l’altro sospettavano di nulla. Credevano che il mondo non avesse subito cambiamenti e continuasse a funzionare come al solito. Si sbagliavano. Il mondo a loro insaputa stava mutando rapidamente. Tanto da non poter più tornare indietro.

Ma le lancette dell’orologio avanzano, segnano le due, le tre, a poco a poco si fa sera, e io non ho combinato nulla. E alla fine mi trovavo sempre sul divano, competamente disorientato.

È solo. Ma non è triste. La gente usa spesso l’espressione “sentirsi solo”, ma in realtà c’è solitudine e solitudine. C’è quella triste e dura che logora i nervi. Ma ce n’è anche una diversa. Per conoscerla, è necessario controllare il proprio corpo, la si ottiene in cambio di questo sforzo.

Frequentavamo una scuola privata per soli maschi e lui aveva molto successo, in classe era il più popolare, oltre ad essere il cocco dei professori. Nonostante avesse ottimi voti non si dava arie, era socievole, alla mano, e scherzava volentieri. Aveva anche il senso della giustizia. Eppure io fiutavo in lui un istinto calcolatore, dietro quella generica bravura, e fin dall’inizio non lo potei sopportare. […]. Tutta la mia natura si rivoltava contro l’odore di egoismo e di arroganza che emanava da Aoki, come a volte non si può sopportare l’odore del corpo di qualcuno.

Non dovevo lasciarmi abbattere da gente disprezzabile che per me non contava nulla.

A queste persone non passa neanche per l’anticamera del cervello che potrebbero sbagliarsi. Non riescono neanche a immaginare che possono ferire qualcuno irreparabilmente, senza motivo. Non si assumono la minima responsabilità degli effetti della loro condotta.

Un incantesimo da Shakespeare and Company

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Se dovessi finire in Paradiso, è così che vorrei che fosse. Entrando, l’impatto è sorprendente: ci sono libri ovunque, talmente tanti da far sparire le pareti e l’aria è satura dell’odore della carta; si riesce a distingue l’odore dei libri vecchi da quelli stampati più di recente.
Purtroppo è il giorno sbagliato: c’è una tale quantità di persone che sembra essere in metro all’ora di punta. Forse potrei prendere un manuale di scienze occulte che di sicuro alloggia tra questi scaffali, preparare un incantesimo e far sparire tutti all’istante.

In un istante, silenzio!

I tappeti strausati attutiscono il rumore dei passi, ma appena prendo a salire al piano di sopra, uno scricchilio rompe la magica quiete creata, come se si volesse segnalare un pericolo imminente a chi sta di sopra. Ma ci sono solo libri che coprono ogni centimetro quadrato delle pareti insieme a specchi, frasi memorabili e fotografie storiche. Avverto una strana agitazione, forse per l’idea che comincia a girarmi in testa che possa esserci un fantasma in questo labirinto di conoscenza. Uno scrittore poco fortunato che ha trovato rifugio in questo luogo, restandoci intrappolato come punizione per non essere riuscito a farsi pubblicare neanche un racconto. Del resto le poltrone, i letti e gli eccentrici lampadari rendono la libreria Shakespeare and Company un luogo ideale per ospitare amanti di storie vere o inventate.

Vengo urtato da uno zainetto, l’incantesimo è svanito. Mi faccio strada a fatica verso l’uscita. Ci sono diversi cartelli che invitano a non fare foto, del resto, in questa confusione, sarebbe inutile. Resta il gusto della sensazione che la vita può essere tenuta insiema da tutta questa quantità di libri.
Mi lascio alle spalle la bella fontana verde in stile liberty e sento la presenza di Notre Dame che nonostante le ferite, si prende cura di tutto intorno.

 

…più che incontri, Scintille

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Ciascuno di noi è quel che è anche, e soprattutto, in ragione delle persone che ha incontrato.
Quello strano e insopprimibile stimolo che ci spinge a cercare, ancora una volta, in un’altra persona, il nutrimento di cui abbiamo disperato bisogno.
…il giovane non potè non ammettere che quel breve incontro gli avesse regalato un intero attimo di beatitudine.
Non possiamo mai sapere le conseguenze di quell’attimo in cui rimaniamo incantati, deviati e illuminati.
In ogni relazione ciascuno di noi, affinchè possa essere compreso e apprezzato, non può che essere se stesso. […]. Non c’è altro modo per riuscire a stare con gli altri. Non c’è un altro modo di vivere senza doversi vergognare o pentire di qualcosa.
Quello spazio e qual frangente in cui le cose non sono definite perchè non se ne ha una visione diretta, anche se sono già accadute.
Il pensiero costante, in quegli anni adulti, che lo riportava sempre alla madre in quel modo così diverso, così incomparabile a come pensava a lei quando era bambino.
Non si alzava ad abbracciarlo, non mostrava lo slancio irruente e possessivo. Non erano gesti che le appartenevano, perchè nessuno glieli aveva mai offerti.
Non sappiamo mai cosa ci conduce in maniera inesorabile verso una persona, qual è l’indizio a cui la nostra curiosità non sa resistere.
D’altronde, cos’altro sono le relazioni, le amicizie, gli amori, se non esperimenti il cui esito rimane oscuro e imprevedibile fino alla fine?
Lo diceva il rabbino, il vecchio Hillel: “Se io non sono per me stesso, chi lo sarà? Se io sono soltanto per me stesso, chi sono io?”
Non sappiamo mai per quanto tempo, dentro la nostra mente, riuscirà a permanere quello spazio, quella voce, quella persona che da un giorno all’altro non abbiamo più trovato al nostro risveglio. Non ci è dato sapere per quanto tempo quella persona riuscirà a non svanire, a non allentare la presa sui nostri ricordi.
Nessuno di noi sa mai se riuscirà a non perdere di vista i desideri e le idee che ha maturato nel tempo. Nessuno di noi può dire se la persistenza di quel che pensa, desidera e sogna riuscirà a superare la sfida del tempo e della privazione.
Ciascuno di noi non è altro che i legami che tiene in vita. Ciascuno di noi è frutto di ciò che riesce a scambiare con chi ha incontrato nel tempo. Siamo la somma delle relazioni che abbiamo saputo alimentare con cura, l’attenzione, lo slancio e la passione.

Le prodigiose Saline di Trapani

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A guardarla dall’alto, sembra una scacchiera disegnata da Matisse: i colori vanno dal blu a varie tonalità di verde, al rosa. E’ la Riserva naturale integrale Saline di Trapani e Paceco.

Il sole a picco rende il paesaggio poco accogliente, l’odore del sale è distinguibile tra i tanti profumi della vegetazione che si è adattata alle condizioni estreme di questo luogo. Tutto è fermo, solo gli uccelli danno vigore al cielo, tutto è in equilibrio. Il leggero rumore dell’acqua mentre inconsapevolmente dà origine alle lastre di sale, produce una calma irreale che avvolge ogni cosa.

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Poi cala il sole, ed un unico colore si impossessa dei mulini, del vasche d’acqua, e dell’orizzonte. Questo luogo ha qualcosa di prodigioso, e la sensazione di solitudine che porta il tramonto, qui si trasforma in un incredibile voglia di vivere.

Se i gatti scomparissero dal mondo

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In appena vent’anni i cellulari erano diventati dei veri “mai più senza”, prendendo il pieno controllo del genere umano. Creandoli abbiamo creato la scomodità di non averli. […]! Ogni volta che gli uomini inventano qualcosa, ne sacrificano un’altra.

Come mai ci aspettiamo sempre che gli altri reagiscano in un certo modo quando siamo noi i primi a non reagire come vorremmo?

Gli uomini non muoiono finchè hanno acqua da bere, qualcosa da mangiare e un posto dove dormire. Tutte le altre cose a questo mondo sono superflue e se ne può tranquillamente fare a meno. Tuttavia…

Così era la mia vita: un film che riuniva insieme le mie commedie e le mie tragedie ma che se immortalato in un’unica fotografia culminava in un gigantesco schermo bianco.

Se esiste una regola bisogna seguirla, ma seguire una regola significa perdere una parte di libertà. […]. La libertà comporta ansia e insicurezza. Gli esseri umani avevano ceduto la libertà totale in cambio della certezza data dalle regole e dalle abitudini.

Mi son domandato se la pace che stavo provando in quel momento era dovuta alla scomparsa del sistema orario o se invece c’era sempre stata e io non ero mai riuscito a rendermene conto.

Se solo avessi saputo che tutte le nostre abitudini sarebbero presto finite, avrei reso speciale ogni singolo momento insieme a lei.

Ero stato talmente assorbito dalle piccole faccende di tutti i giorni che avevo perso il mio tempo senza dedicarlo alle cose e alle persone che per me contavano veramente. E la cosa più spaventosa era che non mi ero nemmeno mai accorto di stare perdendo tempo prezioso.

…qualsiasi cosa o creatura a questo mondo esisteva per una ragione ben precisa e non vi era ragione altrettanto valida per cui avrebbe dovuto scomparire. Nessuna.

Le persone possono scegliere di essere felici o essere infelici. Dipende dalla prospettiva con cui osservano le cose.

…ma vivere di per sé non conta molto. Quello che conta veramente è il modo in cui si vive.

Rappresento il dubbio di come saresti diventato se a ogni bivio avessi deciso di imboccare e percorrere l’altra strada. Ecco che cos’è il Diavolo.