A occhi aperti

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Steve McCurry

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Poi lo incontri […], capisci che per cogliere l’attimo perfetto è dovuto scendere fino in fondo, nel mondo della fatica e della sofferenza.

“Alla fine ho capito che l’unico modo per lavorare era entrare in quel fiume marrone con le mie scarpe da tennis.”.

“Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. […]: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo”.

“… mentre cammini devi reagire velocemente, le cose ci sono e basta, in quei momenti non c’è bisogno di nessuna ricerca e di nessuna attesa. Cogli l’attimo e basta”.

 

Josef Koudelka

Invasion-68-Prague-Josef-Koudelka-palermoKoudelka racconta soltanto quello che ricorda con certezza, e prima di parlare controlla il libro: ”Sono passati quaranta anni e non ti puoi fidare della memoria, ma delle foto si, ti puoi fidare”.

“Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco”.

 

Don McCullin

3-McC“…fammi dire subito una cosa: io non sono un’artista, sono un fotografo.”

In quei giorni si diede una regola che avrebbe seguito per tutta la vita: “Bisogna sempre restituire, dare qualcosa in cambio quando si è in una situazione da cui si sta solo prendendo”. [… ] …arriva un momento in cui bisogna dare qualcosa in cambio per ottenere rispetto.”

“Fotografare le guerre significa rubare il dolore di altre persone.”

 

Elliott Erwitt

-76/26Per me il mondo è sempre uguale, sono un uomo di Neanderthal per cui l’informazione è ancora una cosa antica e lenta, dai tempi lunghi, in cui le cose si scoprono solo il giorno dopo a colazione”.

Nell’era digitale che senso hanno ancora i fotografi? […]: “Tutti possono avere una matita e un pezzo di carta, ma pochi sono i poeti”.

 

Paul Fusco

paul-fusco“…avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto mi fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio”.

Mentre si chiude l’ascensore ribadisce la sua lezione: “Non buttare via niente, tieni tutto quello che scrivi, può sempre servire, chissà magari tra quaranta anni”.

 

Alex Webb

San Ysidro, California, 1979

…si definisci fotografo di strada e non un fotoreporter: “Io comincio sempre camminando per le strade e lasciandomi guidare dalle esperienze con la macchina fotografica, senza preconcetti in testa.”.

 

 

 

Gabriele Basilico

000497F7-beirut-rasa-al-suolo-dalla-guerragabriele-basilico“…per me era diventata un’ossessione, una passione totalizzante che si mangiava tutto il mio tempo e mi fece anche perdere gli amici”. Ma non ha nessun rimpianto: “ Mi ero dato una specie di missione, testimoniare come lo spazio urbano si modifica”.

“Mi chiedi che fotografo sono? […] – Bene, io sono un misuratore di spazi. Arrivo in un luogo e comincio a muovermi come un rabdomante: non cerco acqua ma un punto di vista”.

 

Abbas

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“Per riuscire a fotografare e a funzionare devi essere capace di mettere un muro, una tenda, insomma una barriera alle emozioni, che divida e gli eventi che stai seguendo. Ma se tu pensi di esserti salvato ti sbagli, stai solo immagazzinando tutto nel tuo subconscio e poi arriverà il momento in cui tutto tornerà a galla”.

 

 

 

Paolo Pellegrin

pellegrin-fotografiaMa in questo approccio “sfocato” c’è anche un rispetto per le vittime: “Il pudore di fronte al dolore l’ho sempre avuto, sto un passo indietro, ma con gli anni e l’esposizione continua alla sofferenza questo processo di distanziamento si è accentuato: oggi sto due passi indietro e lo sguardo si fa più discreto.”

Sono cambiate le cose dentro di me, pensi a una figlia e ti senti responsabile, un effetto che non ti fanno mogli, compagne, genitori. Il rischio di dare dolore non mi aveva mai davvero fermato. Luna si, perché la sua vita dipende da me e discende da me”.

 

Sebastiao Salgado

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“…io scrivo con la macchina fotografica, è la lingua che ho scelto per esprimermi e la fotografia è tutta la mia vita”.

 

 

La ragazza con la Leica

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Camminare per uno spazio che ti ignora mentre tu lo conosci a sufficienza mette in moto i pensieri o li macina via a ogni passo.

Ma la tenacia e la durezza di Gerda erano modellate in tutt’altra pasta: non guerriera, non mortuaria. Vivere a tutti i costi, ma non ad ogni prezzo, Gerda lo desiderava più di tutti loro messi insieme. E infatti superava i vincoli e gli ostacoli frapposti a quel desiderio con un impulso irrefrenabile, uno slancio che solo la mole d’acciaio di un cingolato era riuscito a stritolare.

The Greatest War-Photographer in the World: Robert Capa. […]. La pagina con il ritratto che consacra the Greatest War-Photographer in the World è una vetta mai raggiunta da un fotografo, ma se Capa perdesse l’equilibrio, potrebbe ricadere nel vuoto da cui si è appena sollevato. Il precipizio è sotto i loro occhi, priprio lì sul tavolo. Quella fotografia l’ha scattata Gerda. Sul fronte di Segovia, vicino al passo di Navacerrada, quando lei lavorava con la Leica…

Gerda che grazie a Friedmann imparava a fotografare, Friedmann che grazie a Gerda si dava un aspetto presentabile.

Ciascuno ricorda ciò che serve, quel che lo aiuta a mantenersi in sella. E il dottor Kuritzkes vuole solo tenersi la “sua Gerda”, anche se sa che non esiste. Gerda la temeraria, l’imprevedibile, la volpe rubia, che non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente.

Gerda era Gerda: una donna smaliziata che nei piccoli disguidi di un amplesso scoppiava a ridere come una ragazzina, un’amante dalla grazia principesca e dalla spigliatezza di una cameriera, un talento naturale che non somiglia alle borghesi ne’ alle proletarie, e tantomeno alle scimmie edeniche di sua madre che forse non esistevano nemmeno. Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque…

In quelle reazioni Georg aveva trovato conferma che Gerda, anche in guerra, in fondo era rimasta sempre la solita. Amava farsi ammirare, sai che scoperta, però non c’erano fuoco, fumo e cieli in fiamme che potessero darle alla testa – la sua attaccata alle spalle, soprattutto nei momenti critici.

“Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto”.

…un ritrattista deve catturare “la storia e il carattere che ogni modello possiede”, compito ideale per una Leica, così “disarmante” nella sua piccolezza.

 

Sebastião Salgado: Dalla mia Terra alla Terra

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Anche se il nostro mondo va molto velocemente, la vita segue un altro ordine di grandezza. E la vita va rispettata, quando la si vuole fotografare.

Oggi, quando mi guardo indietro, sento un’armonia fra quello che sono, ciò che faccio e ciò da cui provengo. Ma certo, all’epoca sapevo solo di star vivendo intensamente.

Diversamente dal cinema e dalla televisione, la fotografia ha il potere di produrre immagini che non sono piani continui ma ritagli di piani: frazioni di secondo che raccontano storie complete. Nelle mie immagini, la vita di ogni persona incontrata si narra attraverso i suoi occhi, le sue espressioni e ciò che sta facendo.

Ogni fotografia è una scelta. Anche nelle situazioni difficili, bisogna volerci stare e assumersi la responsabilità di esserci. Aderendo o meno a ciò che accade, ma avendo sempre chiaro in mente perché ci si trova in quel determinato luogo.

La fotografia è una scrittura ancora più forte perché la si può leggere ovunque nel mondo senza traduzione.

Se mi sono concentrato sula natura con Genesi, non ho però rinunciato al bianco e nero. Non mi serve il verde per mostrare gli alberi, né l’azzurro per mostrare il mare o il cielo. Il colore non m’interessa molto nella mia fotografia.

Fin dai tempi dell’analogico, quando lavoravo a colori con pellicole Kodachrome, gli azzurri e i rossi li trovavo talmente belli che diventavano più importanti delle emozioni contenute nella foto. Mentre col bianco e nero e tutta la gamma dei grigi posso concentrarmi sull’intensità delle persone, sui loro atteggiamenti, sui loro sguardi, senza che siano disturbati dal colore. Certo, nella realtà niente è in bianco e nero. Ma quando guardiamo un’immagine in bianco e nero, questa entra a far parte di noi, la assimiliamo e inconsciamente la coloriamo.

…noi moltiplichiamo i beni materiali per cercare di proteggerci, tanto da dimenticarci di vivere. Non guardiamo più la natura, non guardiamo più gli altri, ci separiamo dalla nostra comunità. Questo mi preoccupa molto, così come vedere che quasi tutte le tecnologie, alla fine, ci isolano. A mano a mano che la vita materiale evolve, ciascuno può fare sempre più cose da solo, nel proprio angolo. Eppure la storia dell’umanità è quella della nostra comunità ma invece noi ci sparpagliamo, diventiamo individualisti. Nessuno può convincermi che l’individualismo sia un valore, non più di quanto lo sia il cinismo.

I fondamenti della nostra vita, finora, sono stati il nostro senso di appartenenza a una comunità e la nostra spiritualità. Questo è quanto ho voluto mettere nelle mie foto.

Che si tratti di Nenci, degli Abissini, degli Zo’è oppure degli Hymbas o dei Papuani della Nuova Guinea, tutti gli uomini e le donne che ho incontrato non sono molto diversi da me. Abbiamo lo stesso bisogno di amore, di felicità, si piacere e di tutto quello che costituisce l’essenziale della vita.

Genesi mi ha fatto prendere coscienza che a forza di allontanarci dalla natura per via dell’urbanizzazione, siamo diventati animali molto complicati e che diventando estranei al pianeta, diventiamo estranei a noi stessi. […]. Mi piacerebbe far capire che la soluzione al pericolo corso dagli uomini e da ogni specie del pianeta non consiste nel tornare indietro, ma nel tornare alla natura.

Soltanto nella natura ritroviamo un po’ di libertà. Ecco che cosa abbiamo voluto mostrare con Genesi, i nostri libri e una serie di mostre presenti in tutto il mondo.

La mia fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita. Adoro la fotografia, adoro fotografare, tenere in mano la fotocamera, giocare con le inquadrature e con la luce. Adoro vivere con la gente, osservare le comunità e ore anche gli animale, gli alberi, le pietre. Per me la fotografia è tutto questo e non posso dire che siano decisioni razionali quella che mi portano in giro a vedere il mondo. È un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso. È il desiderio di fotografare che mi spinge di continuo a ripartire. Ad andare e vedere altrove. A realizzare sempre e comunque nuove immagini.

 

Per le strade di Vienna

Per le strade di Vienna ho riprovato una sensazione che avevo dimenticato, un piacere del quale avevo imparato a godere quando il lavoro mi portava in giro per l’Europa. Si è ripresentato per cacciare un disagio che ho cominciato ad avvertire intrappolato in una piccola calca di persone che si dirigeva verso Stephansplatz. Una irrequietezza, un malessere che ha mi ha fatto cambiare itinerario, regalandomi una sosta a StadtPark. Da lì, il ritrovato piacere di passeggiare per strade secondarie, vie senza un nome preciso, senza la necessità di voler fotografare alcunché. La tranquillità di godere delle espressioni delle persone che vivono nelle case che mi circondano, cercare di capire se sono felici a stare lì. Sentire gli odori che escono dai portoni ed ascoltare le poche voci che vengono dai bar. Essere solo un passante che non cambierà la loro giornata, che non disturberà il loro andare.

Per le strade di Vienna, il classico si specchia nel moderno, l’eleganza è resa meno snob dall’eccentricità dei suoi abitanti che si incontrano nel parco di Hofburg  per ballare la salsa. Qui, sembra si dia la giusta importanza al vivere bene.

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Un appuntamento a Lubiana

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Avevo un appuntamento e dovevo andarci da solo. Le prime ore a Lubiana le ho vissute con agitazione. La visita al Castello, poi un veloce pranzo: zuppa e salsiccia carniolana. Ho lasciato la Lubiana dei turisti, quella un po’ rumorosa sorvegliata dai draghi ed ho seguito il fiume, lentamente, raccogliendo tutta la calma che un fiume calmo sa trasmettere. Intorno a me la vita ha cominciato a scorrere regolare, un giorno qualunque in una strada qualunque ed io uno sloveno qualunque, fino ad arrivare alla Galerija Jakopic. Razstava fotografij: Geneza.

Dopo averla rincorsa (senza mai raggiungerla) in Italia, finalmente potevo godere di Genesi, la mostra di Sebastião Salgado.

salgado3“Abbiamo deciso di intitolare questo progetto Genesi perché abbiamo immaginato di riportare indietro le lancette dell’orologio per tornare al tempo delle eruzioni vulcaniche e dei terremoti che hanno modellato la Terra; all’aria, all’acqua, al fuoco da cui è nata la vita; alle specie animali che ancora non si sono lasciate addomesticare; alle tribù il cui stile di vita è rimasto quasi immutato per secoli; alle forme primitive di organizzazione sociale che esistono ancora oggi. Volevo scoprire in che modo uomo e natura sono riusciti a coesistere per tanto tempo in quello che oggi ci piace definire equilibrio ecologico.

Genesi è il resoconto dei viaggi fatti in questi anni, è un’ode visiva alla bellezza e alla fragilità della Terra. Ma è anche un ammonimento – almeno spero – a considerare tutto ciò che rischiamo di perdere.”

salgado2Le immagini sono straordinarie ed il messaggio di Salgado è potente: ne ho tratto un enorme piacere. La mostra continua al Mestni Muzej non molto distante. Una breve boccata d’aria che lascia il tempo di riflettere sulla bellezza della Terra e sul pericolo a cui la stiamo esponendo con la nostra incuria.

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Gli occhi di questo animale mi hanno rapito. Ho avuto la sensazione che stesse guardando me e di esservi riflesso io e non il fotografo. Chissà cosa stava provando il cucciolo in quel momento, chissà cosa stava pensando Salgado…

Lubiana è capitale verde europea 2016 ed aver visto qui questa mostra accentua la mia insofferenza per la società che viaggia verso l’autodistruzione.

Torno verso il fiume. Lascio la Lubiana dei suoi abitanti e torno verso quella conquistata dai turisti. I tavolini assediano il lungo fiume, i draghi sono al loro posto. L’allegria della gente e contagiosa ed io scaccio via l’ombra che vela i miei pensieri. Lubiana è viva ed avrà un posto speciale nei miei ricordi.

Il bianco e nero di Robert Capa

 

Mi sono fermato spesso per strada, per godere della pace e della serenità che questo luogo trasmette. Le colline toscane sono già sature dei colori della primavera. Continuo a guardarmi in giro senza rendermi bene conto di dove mi trovo. Un cartello mi informa che San Gimignano è a 10 km, ma in direzione opposta alla mia destinazione. Tentenno giusto un attimo, poi accetto l’invito. Penso ad un aperitivo con vino e salumi toscani, invece finisco ad una mostra fotografica: Robert Capa in Italia 1943-1944.

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Essere nel posto giusto al momento giusto non è mai stata una mia prerogativa, ma oggi mi sono riscattato. L’idea, forse romantica, del fotoreporter che attraversa mille avventure per essere testimone di un avvenimento mi ha accompagnato per tutta la vita e Capa è stato un idolo della mia adolescenza. Attraverso il centro storico senza neanche guardarmi intorno, per arrivare alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea.

La mostra, a dire il vero illuminata male, raccoglie il racconto fotografico che Capa fa degli anni dal ’43 al ’44 della guerra in Italia. l bianco e nero di Capa è molto evocativo e discapa2egna sul volto di donne, bambini e soldati, tutto l’orrore della guerra.

“Una ragazza fugge dai combattimenti sulle montagne, Gola di Moscoso, vicino a Cassino, 4 gennaio 1944” L’immagine è di una ragazza che cerca di portare in salvo se stessa e le uniche cose che le sono rimaste. Il bianco e nero si colora nella mia mente che torna alle immagine di chi, ancora oggi, scappa dalla guerra: la storia non ci ha insegnato nulla.

Lascio la mostra con pizzico di amarezza. Niente aperitivo. Continuo a passeggiare tra le via del borgo senza pensare a niente. Una chitarra fa da sottofondo al chiacchiericcio dei turisti, il sole sta tramontando ed io provo nostalgia di casa come sempre, anche quando il viaggio è breve.

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