La Libertà viaggia in treno

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Il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si va compiendo. È sempre qualcosa in più. Per qualche motivo il viaggio in treno finisce sempre per rimandare a una collettività, a una comunità, a una condivisione.

Nessuno addio è così definitivo come quello pronunciato lungo la banchina di un treno. […] Nulla è insignificante quando si ha a che fare con due persone che stanno per separarsi al confine di un viaggio.

… tutti noi, che ci siamo seduti in autobus o in treno, ci siamo innamorati in cinque secondi di qualcuno.

Il primo viaggio è quello che si fa sopra una giostra. Come un satellite, un astro. Quando ancora nulla si sa della geografia, delle mappe, dello spazio e di tutto quello che sta lontano da noi e altrove.

Più vado avanti nella mia vita, ha scritto, più i miei ricordi diventano dettagliati. Più fugge il tempo, più si torna indietro. Più si va avanti negli anni, più si torna all’eterna estate.

Domani, sembra sempre un giorno in cui si potrà avere coraggio.

Il viaggio in treno, al di là dell’apparente destinazione, del luogo verso cui si va, è spesso già di per se uno spazio dove ciascuno trova il tempo e il modo per una sorta di riscatto quotidiano. Il tempo vissuto sul treno non è solo il tempo del viaggio, ma è il tempo in cui ciascuno prova ad accedere a un se stesso che altrove non gli viene riconosciuto.

Nelle stazioni ci sono silenzi e attese che aprono varchi improvvisi.

È la porzione di treno che sta lì per far passare, per fare andare oltre e camminare. […] E’ lo spazio dove passano quelli che, anche in viaggio, non riescono a trovare pace. Nei vagoni moderni, in quelli che rimandano alla conformazione dei pullman, quella passerella stretta corre tra due file di sedili, ma anche se le dimensioni sono così minute da rendere più complicato il passaggio, ancora svela qualcosa dei viaggiatori che altrimenti non si riuscirebbe a scoprire mai.

I binari disegnano una linea solitaria in uno spazio assoluto. C’è desolazione e magia.

…quando anche lui passò lo Specchio per la prima volta, quando ebbe la sensazione immediata “di come una persona possa perdere improvvisamente memoria e cognizione del tempo” e allo stesso tempo accogliere “una miriade di pensieri e immagini nuove negli occhi”.

Come se al momento della partenze ci si immergesse nelle acque e solo in seguito, solo dopo aver percorso tutto intero quella specie di mare profondo che è il viaggio, si riuscisse a riemergere, proprio quando si è arrivati in quel punto oltre il quale non si può più andare.

Una ragazza, come una sirena poggiata sui fondali del suo oceano, tiene gli occhi chiusi. Il filo degli auricolari accentua quell’isolamento abissale. Ad attrarre è il fatto che, per qualche motivo, si capisce che non li ha chiusi per dormire, ma per qualcos’altro.

Non si parte mai solo per andare a vedere una città, un luogo sconosciuto, o per il solo gusto di viaggiare. Ogni volta che ci si allontana da casa e da quello con cui si son prese da tempo le misure, ogni volta che ci si mette su un treno che va da una capo all’altro, lo si fa per lasciarsi alle spalle il consueto e attingere a qualcosa di più grande.

Ipotesi di una sconfitta

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…frase offensiva, oscura pur nella sua semplicità – sta diventando impossibile – si era concretizzata, diventando anche la morte di mio padre, oltre che del nostro vivere contemporaneo.

Avevo sempre lo zainetto, un libro, un taccuino, abitudine che conservo ancora oggi, a distanza di tanti anni, come fossi alla ricerca di una collocazione esistenziale più che di un collocamento lavorativo.

Mi sedevo, consegnavo il tesserino, guardavo le sue gambe sotto il tavolo, i pantaloni salivano mostrando calzini corti, mocassini usurati, e in quella modestia vedevo la povertà della nazione; esistevano molte persone ricche in Italia, ma lo stato era miserabile, sempre prossimo al fallimento, me ne rendevo conto ogni sei mesi quando timbravo il tesserino di disoccupazione, ad aprile e a ottobre.

Tu puoi fare qualsiasi cosa…

 Mi addormentavo accanto a lui. Non sognavo porte, come di notte, ma un colore bianco, cullato dall’autobus sul margine della coscienza, tra il cigolio dei freni, delle sospensioni. Quando mi svegliavo, sentivo addosso la leggerezza del riposo e una stanchezza irrisolvibile, i dettagli ingigantiti e dai margini incerti, la gioia per le cose non esattamente viste: sembra di vivere dentro i libri che avrei voluto scrivere.

…ma un paio di volte l’anno, dal nulla, mi torna in mente una di quelle recriminazioni che ci accompagnano lungo tutta la vita. Fatti del passato che avremmo potuto affrontare in modo diverso. Momenti in cui ci accolliamo il peso del mondo.

Il selezionatore doveva essere nato al sud, l’accento torinese aveva preso il sopravvento ma non del tutto, così nell’uomo coesistevano sillabe disposte a battagliare tra loro pur di non farsi smentire dalla diversa inflessione della sillaba seguente, ogni sillaba torinese lottava contro un nemico invisibile, conscia del fatto di poter essere tradita da un momento all’altro, ricacciando l’uomo distante da Torino e da gran parte della propria vita.

Volevo cercare non so bene cosa, qualcosa che mio padre non aveva mai trovato poiché nemmeno immaginava che esistesse. Avevo fallito per liberare anche mio padre.

Se avessi dovuto sintetizzare l’Italia all’inizio del terzo millennio, avrei utilizzato il suono del cucchiaino di Solo Cattiveria imprigionato all’interno del vasetto di yogurt vuoto: non a caso, quando una persona è stremata e affranta, diciamo di averla raccolta con il cucchiaino.

Quello che sfuggiva alla frontiera dell’immagine era la nostra vita, che non poteva essere salvata, la vita era ciò che stava fuori dai bordi dell’immagine, ciò che stava appena fuori dall’immagine si consegnava alla vita, quanto imprigionato sui rulli era il racconto setacciato, custodito.

Raccoglievo la rabbia, collezionavo la miseria degli italiani impoveriti come me, ascoltavo tutte quelle voci, nomi e cognomi che chiedevano dilatazioni, piani di rientro, cambiali per pagare le bollette; erano voci di piccoli imprenditori, lavoratori, pensionati, disoccupati, tutti vinti da rassegnazione e umiliazione trasformate in improvvisi moti di rabbia.

Quando ero bambino, le aperture domenicali erano limitate al periodo natalizio, ma era prevedibile che la tendenza dovesse espandersi a tutto l’anno. E così, domenica dopo domenica, la religione era scomparsa dalla consuetudine popolare. Duemila anni di messe avevano sfiancato l’essere umano, centoseimila messe domenicali erano troppe anche per il fedele più convinto, ormai abbagliato dalla merce, che luccicava, soprattutto in Italia, da così pochi decenni.

Ah, sventurato sindacato e sventurata Chiesa cattolica: sempre le stesse connivenze autodistruttive.

…avevano inclinato le teste per ricevere le briciole dai sacchetti di patatine, e ridendo, ma con un inizio di smorfia, si erano alzati, e solo allora la risata collettiva si era trasformata nella maschera individuale della finzione, che si sarebbe inchiodata ai loro volti lavorativi abituali, accompagnandoli, sempre più isolati, fino alle scrivanie. Non credevano in niente, solo alla propria sconfitta, che arrivava ogni giorno.

Il mestiere dello scrittore – Murakami

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Il numero di romanzieri non ha limiti, ma lo spazio nelle librerie si.

Scrivere un romanzo è un atto lento, un atto che si compie a marcia ridotta. Qualcosa a metà strada fra a camminata e la pedalata.

Mentre scrivevo, la sensazione che provavo era più vicina al “fare musica” che al “comporre frasi” […]. Mantenere il ritmo, trovare accordi, credere nella forza dell’improvvisazione.

Definire a parole l’originalità è molto difficile, ma descrivere e far rivivere le condizioni spirituali che la generano è possibile. Quando scrivo un romanzo ho sempre il desiderio di ricreare dentro di me queste condizioni. Perché è una sensazione magnifica. Una sensazione rinfrescante, come se all’interno di una giornata ne sorgesse un’altra. Sarebbe bellissimo se riuscissi a far provare la stessa cosa anche ai miei lettori. Aprire una finestra nelle pareti dello spirito, per far entrare aria fresca. È un pensiero, una speranza, che ho sempre in testa mentre scrivo un romanzo.

Se il lettore ritroverà nelle mie opere quell’immensa sensazione di calore che prova sulla pelle quando entra nell’acqua termale, ne sarò felice […]. Dobbiamo credere soprattutto alle nostre impressioni reali, senza curarci di quanto dice la gente intorno a noi. Non c’è criterio che valga di più, sia per uno scrittore che per un lettore.

Essere un romanziere significa raccontare una storia. E raccontare una storia significa, in altre parole, scendere di propria volontà al fondo della propria coscienza. Nella parte più buia del proprio spirito.

L’energia fisica e quella spirituale sono due ruote di una macchina. Quando funzionano in equilibrio reciproco, riescono a dare al veicolo una giusta direzione e ad avere una grande efficienza.

…si realizzano cose in teoria impossibili. Ed è proprio per questo che scrivere è una grande gioia.

In una zona sotterranea, al di sotto del duro strato della vita quotidiana, in realtà siamo legati “tramite il romanzo”. Nel profondo del cuore condividiamo una storia.  Sono questi i lettori che ho in mente. Scrivo giorno dopo giorno con la speranza di dar loro un po’ di piacere e qualche emozione.

Un libro è un libro, un ebook è un ebook

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Leggere un libro è come prendere il sole sulla spiaggia: le mani nella sabbia, il profumo del mare, il chiacchiericcio in sottofondo. Legge un ebook è come prendere il sole sul terrazzo di casa: ci si abbronza lo stesso, si suda allo stesso modo e ci si può divertire ugualmente.

Io preferisco ancora andare il libreria, girare tra gli scaffali, lasciarmi condizionare da una copertina e magari sbirciare cosa leggono gli altri. Uscire con una busta di carta da tenere sul sedile dell’auto accanto a me e lasciare che il libro cominci a bisbigliarmi qualcosina. Tornare a casa e riporlo accanto al letto dove, quando tutti dormono, potrà cominciare a raccontarmi la sua storia.

Barcollando tra “la fine del mondo e il paese delle meraviglie”

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Per la prima volta ho vacillato. Stavo per cedere lasciandomi risucchiare dalla realtà. Stavo per chiudere il libro e dire basta. Ma Murakami è talmente assurdo che devi andare fino in fondo.

 

D’ora in poi lei sarà il Lettore dei sogni, Si dimentichi il suo vero nome.

Se la maggior parte delle persone si esprime in maniera ambigua, è perché in fondo al cuore è in cerca di guai, ne sono fermamente convinto.

Provai a immaginare il mio cranio senza carne ne’ pelle, svuotato del cervello e posato su uno scaffale, mentre il vecchio ci batteva sopra con delle molle in alluminio. Una sensazione stranissima.

Nessuno può tenere la propria ombra in questa città, e chi vi entra non può uscirne più. […]. E fu così che persi la mia ombra.

Non c’è nulla che mi piaccia di più di quel breve intervallo di tempo che va da quando mi infilo nel letto a quando mi addormento. Mi porto qualcosa da bere, ascolto musica, leggo qualche pagina. E’ un piacere immenso, come un bel tramonto o l’aria pura e pulita.

Ho paura che lei e la sua ombra finiate per riattaccarvi l’uno all’altra. E in tal caso bisognerebbe ricominciare tutto da capo.

Dimentichi la sua ombra. Qui è la fine del mondo, da qui non si va da nessuna parte.

La fine del mondo. Il problema era che non riuscivo assolutamente a ricordarmi ne’ la ragione ne’ lo scopo per cui avevo abbandonato il mio vecchio mondo ed ero venuto in quel posto. Qualcosa, qualche forza mi ci aveva portato. Qualche straordinaria e assurda energia. Così avevo perso la mia ombra, i miei ricordi, e adesso stavo per perdere il mio cuore.

Apri di più il tuo cuore, non sei prigioniero. Sei un uccello che vola nel cielo alla ricerca dei sogni.

Nessuno, genio o imbecille che sia, può vivere entro i limiti del proprio mondo. Per quanto profondo sia il sotterraneo dove si va a nascondere, per quanto alto sia il muro dentro il quale si rinchiude, verrà sempre qualcuno a scovarlo.

Se si ha fiducia che tutto andrà per il meglio, nulla fa più paura a questo mondo, – disse lei. Col passare degli anni, sono sempre meno le cose in cui si ha fiducia, – risposi. – Come i denti, a forza di strofinarci sopra si consumano. Non è che si diventi cinici, e nemmeno scettici, semplicemente ci si consuma.

…sono stato privato dei miei strumenti di valutazione, dei miei ricordi, come posso fare confronti?

Io sono sofferente nel corpo, ma tu sei sofferente nel cuore. Prima di tutto devi guarire. Altrimenti saremo entrambi rovinati prima di andarcene di qui. Io per conto mio rifletterò, ma tu devi fare tutto il possibile per salvarti. E’ questa la cosa importante.

Quando sono in preda alla confusione, io guardo sempre gli uccelli, – disse. – Osservandoli mi convinco  che ho ragione. Perché non hanno alcun nesso con la perfezione della città.

Ma cos’è l’identità? È l’originalità del sistema di pensiero basato sull’insieme dei ricordi delle esperienze passate. Più semplicemente la si può chiamare lo spirito. Non esistono due persone con lo stesso spirito.

Delle stelle non serbo alcun ricordo. A pensarci bene, erano mesi che non alzavo gli occhi a guardarle. Se negli ultimi tre mesi fossero scomparse tutte quante dal cielo, di sicuro non me ne sarei nemmeno accorto. […]. A quel pensiero mi dissi che avevo condotto una vita ben limitata e assurda.

Qui ognuno di noi scava una fossa pura. Azioni senza scopo, sforzi che non portano progressi, percorsi che non hanno una meta finale. È fantastico, non trova? Nessuno reca danno a nessuno. Nessuno caccia via nessuno. Nessuno vince, nessuno perde.

Una volta che avrò abbandonato il suo cuore, però, arriverà la tranquillità. Una pace profonda quale lei non avrà mai provato.

La perfezione di questa città è basata sul fatto che i suoi abitanti non hanno sentimenti. Avendo perso il cuore, ogni essere è chiuso in un tempo allungato all’infinito. Per questo nessuno invecchia, nessuno muore.

Ma se non ci sono tutte queste cose brutte, significa che non c’è nemmeno il loro contrario. La gioia, la felicità, l’amore.se c’è la delusione è perché c’è la speranza, se c’è la tristezza è perché c’è la sua controparte, la gioia. Non esiste da nessuna parte la felicità senza delusione.

Mi bastava abbandonare al vento il mio cuore, come gli uccelli. Perché non potevo buttarlo.

E poi chi mai cercava la lealtà? Nessuno. Forse soltanto io. Però che senso aveva una vita senza lealtà?

Quella era la fine del mondo, e non aveva sbocco. Lì il mondo terminava, e quietamente si fermava.

 

Un ragazzo normale

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Alle ventitré  e trenta una scritta era apparsa in sovraimpressione su tutte le emittenti locali: Maradona è un giocatore del Napoli! Il nonno era scoppiato in lacrime, liberandosi dell’enorme tensione accumulata in un mese, da quando era iniziata la trattativa con il Barcellona; papà, invece, era saltato dalla sedia, aveva cacciato la bottiglia di Asti che conservava per le occasioni buone ed era venuto da me con il bicchiere ancora pieno.

In un’altra città, la stessa sera, la stessa scena, lo stesso brindisi, la stessa euforia. Questa è solo una delle vicende narrate nel libro, che trovano una straordinaria corrispondenza con la vita di chi ha vissuto l’infanzia negli anni ottanta.

Allora non potevo saperlo, ma in seguito ho capito che le cose straordinarie, quelle che resteranno per sempre nella tua vita, arrivano spesso in punta di piedi e all’improvviso, senza tuoni e particolari avvisaglie.

Solo io non avevo accanto nessun maestro Miyagi che mi aiutasse a tirar fuori le mie qualità, alcun esempio che meritasse davvero di essere seguito o imitato. Tranne Giancarlo.

Il mio piano, infatti, era quello di diventare suo amico, un amico vero, di quelli ai quali si dà il cinque, per l’appunto. Solo così avrei potuto, un giorno, chiedergli di insegnarmi a diventare un eroe.

A sei anni avevo già imparato che la povertà spesso è costretta ad andare a braccetto con le bugie.

“Tu combatti la criminalità, è vero?” trovai il coraggio di chiedere infine. […] “Ma che dici, non ho nulla dell’eroe, guarda”, e alzò il braccio per mostrarmi i bicipiti, “non ho neanche i muscoli!” […] “Senti, io non so che idea ti sia fatto di me, o se qualcuno ti abbia raccontato delle fesserie, io sono solo un giornalista abusivo che tenta di fare il suo lavoro. […]” […] “Faccio solo il mio dovere”, e si diresse verso l’ascensore.

“Mimì, sient’ a me, un domani, quando ti sposerai, se tua moglie inizia ad alluccare, tu non dire niente, non replicare, chiuditi la porta di casa alle spalle e vatti a fumare ‘na bella sigaretta, ‘A femmina ‘ncazzata è comme ‘o mare ‘ntempesta!”

“Se fossi un supereroe, la mia missione sarebbe proteggerti.”

Spesso siamo troppo presi dall’inseguire i nostri sogni, […], nemmeno capiamo che sì, sognare è importante, ma ancora più importante di sognare è fare, perché la vita, in fondo, è una cosa semplice, solo giorni dopo giorni. E allora dobbiamo stare attenti a non riempire tutti questi giorni unicamente di sogni, ma anche di emozioni vere, di vita vissuta.

Quella sera sentii di essere diverso da lui e dagli altri membri della famiglia, che pregavano ogni giorno il loro dio salvo poi tradirlo l’attimo seguente senza neanche rendersene conto.

“Io sono un giornalista, è diverso, devo scrivere quello che mi accade intorno, devo captare i segnali, avere lo sguardo attento, devo saper dire alla gente quello che non sa, informarla, raccontarle la verità, in modo che poi possa valutare, scegliere. E devo anche aiutare, laddove possibile.” “Lo vedi che avevo ragione? Aiuti la gente e non hai paura di nulla. Sei un supereroe!”

“Invece, Mimì, è sempre importante ricordarsi che siamo umani e non disponiamo di alcun potere, che non siamo infallibili, sbagliamo e spesso paghiamo caro per i nostri sbagli. Sentirsi invincibili non è una cosa buona, perché ti porta a commettere degli errori, a sottovalutare i segnali, a non accorgersi della precarietà delle cose.”

“Parli sempre di superpoteri… la lettura e la scrittura sono i poteri più potenti di cui disponiamo, ci ampliano la mente, ci fanno crescere, ci migliorano, a volte ci illuminano e ci fanno prendere nuove strade, ci permettono di cambiare idea, […]. La verità”, riprese dopo una breve pausa, “è che il più grande potere a disposizione dell’uomo, caro Mimì, quello che ci rende davvero grandi e liberi, è la cultura. E tu dovresti saperlo…”

Più diventavo grande e più non riuscivo a comprendere il modo di agire e di pensare di mio padre, il suo rinunciare sempre a tutto, il non provarci neanche ad avere una vita migliore, l’accontentarsi di un’esistenza spoglia.

“Non serve la vista per accorgersi del male, Mimì, servono gli altri sensi”

Quando non avrai ogni cosa a portata di mano, quando imparerai a sperare con tutta te stessa che un sogno si avveri, allora avrai imparato anche tu a essere romantica. Questo avrei dovuto risponderle.

“Loredà,” intervenne di nuovo papà. “ma alla fine che ce fotte a noi della gente?”

Io pensavo tra me e me che non mi sarebbero bastate cento enciclopedie per imparare quello che avrei potuto assimilare in un giorno di vita vissuta.

Nonostante le tante imperfezioni , è l’immagine che più di tutte mi ricorda l’adolescenza e la mia semplice e ridente famiglia, la quale è riuscita a vincere le difficoltà grazie a quella leggerezza che da bambino cercavo di combattere con tutte le mie forze e che ho scoperto poi essere il più grande tesoro fra i tanti che mi hanno lasciato.

Papà faceva le cose perché così doveva andare, accettava quello che la vita gli portava ogni giorno e non obiettava. E chissà che non avesse ragione.

So che le cose belle spesso accadono all’improvviso, a volte proprio quando hai smesso di desiderarle.

Dentro di me sentivo che era giunto il momento di tornare a sognare, tornare a dare valore e forza alle parole, che per un po’ avevo creduto nulla potessero di fronte alla cattiveria e alle ingiustizie umane e, invece, possono tanto, come sapeva bene Giancarlo[…]. Le parole spesso arrivano a smuovere le nostre vite […]. E poco importa se a volte trovano dei muri, se non sono riuscite a tenere in vita Giancarlo e non sono servite a cambiare le cose, se non ci evitano di cadere, l’importante è che ci aiutino ogni volta a rimetterci in piedi.

Capii di essere un ragazzo normale. Come lo era Giancarlo, un ragazzo normale. Mia nonna un giorno disse che non esistono eroi al mondo, solo persone che ogni  tanto fanno una bella azione, la cosa giusta, e poi tornano a essere uno qualunque.

La Patagonia di Chatwin

 

Nella stanza da pranzo della nonna c’era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l’armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c’era scritto qualcosa con inchiostro nero e sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere.

Presi il treno per La Plata per vedere il miglior museo di storia naturale del Sud America.

Bahia Blanca è l’ultimo posto importante prima del deserto della Patagonia.

La mattina andai a piedi a Bethesda, per una strada bianca fiancheggiata da pioppi. Un agricoltore andava nella mia stessa direzione e mi portò a visitare suo fratello Alun Powell.

Dormii negli alloggi dei peoni. La notte era fredda. Mi diedero una branda e un poncho invernale nero come copriletto. A parte il poncho, il necessario per il mate’ e i coltelli, i peoni non possedevano niente.

La notte era calda, si stava facendo tardi e il proprietario dell’unico negozio di Epuyen stava strofinando il bancone che gli serviva anche da bar. Il senor  Naitane era un ometto raggrinzito, di pelle bianchissima. Guardava nervosamente i suoi clienti, e non vedeva l’ora che se ne andassero.

Dappertutto nelle Ande del sud si sentono storie di bandoleros norteamericanos.

Las Pampas, venti miglia più avanti di Rico Pico, era l’ultimo abitato prima della frontiera.

L’odore della pioggia, portato dal vento, arrivava in fondo alla valle prima della stessa pioggia, un odore di terra bagnata e di piante aromatiche.

Ora avevo due ragioni per tornare nella Cordigliera: vedere a Valle Huemeules il vecchio allevamento di ovini di Charley Milward e trovare l’unicorno di padre Palacios.

Attraversai tre città senza interesse, San Julian, Santa Cruz e Rio Gallegos.

Attraversai lo Stretto ed entrai nella Terra del Fuoco. […] Tierra del Fuego. Terra del Fuoco. I fuochi erano quelli di un campo di indios fuegini. Secondo un’altra versione Magellano vide solo fumo e la chiamò Tierra del Humo, Terra del fumo, ma Carlo V disse che poteva esserci fumo senza fuoco, e cambiò il nome.

Nel 1890 una crudele interpretazione della teoria di Darwin, nata a suo tempo in Patagonia, ritornò in Patagonia e sembrò incoraggiare la caccia agli indios. Uno slogan: “la sopravvivenza dei più forti”.

Raggiunsi la città più a sud del mondo. Ushuaia era sorta nel 1869, quando il reverendo W.H. Stirling aveva fatto costruire, vicino alle capanne degli indios Yaghan, l’edificio prefabbricato della Missione.

Da Ushuaia all’estancia di Bridges, a Harberton, c’erano trentacinque miglia di cammino lungo il Canale Beagle.

A Punta Arenas i padri salesiani avevano un museo più grande di quello di Rio Grande.

Eravamo vicini a Capo Horn, correndo con tutte le vele gonfiate da un forte vento a dritta. Era una domenica mattina. Camminavo su e giù lungo il boccaporto principale con Chips il carpentiere.

Dovevo fare ancora una cosa in Patagonia: trovare un pezzo di pelle di brontosauro in sostituzione di quello andato perduto.

Dopo aver aspettato la nave una settimana, udimmo la sua sirena echeggiare da dietro la palestra (che era una copia in cemento del Partenone)  […]. Durante tutta la settimana l’impiegato alle prenotazioni si era stretto nelle spalle quando gli chiedevamo dov’era la nave… La nave poteva essere affondata, per quel che ne sapeva o gli importava. Ma ora stava scribacchiando i nostri biglietti, sudando, gesticolando e abbaiando ordini. Poi traversammo in fila il capannone verde della dogana e costeggiammo le lamiere arrugginitedella nave fino alla passerella di imbarco, dove i chilotes stavano in coda con la faccia di chi ha aspettato quattrocento anni.