Nel segno della pecora, nel segno di Murakami

20170610_091730Quando l’orologio batté le due, sentii due colpi contro la porta. [ ] Aprii, e vidi l’uomo-pecora. A un paio di metri di distanza, stava osservando la cassetta della posta come fosse una cosa rara, poco interessato sia alla porta che a me. Era alto forse un metro e cinquanta, poco più della cassetta. Aveva la schiena curva e le gambe storte.   [ ] Aveva addosso una pelle di pecora che lo ricopriva tutto dal collo in giù, e che si adattava perfettamente al suo corpo tozzo. Le parti che rivestivano le braccia e le gambe le aveva confezionate lui, così come il cappuccio che gli nascondeva la testa, ma le corna ricurve che spuntavano in cima erano vere.

 

Cercai la sua figura nello specchio. Non c’era! Nello specchio l’uomo-pecora non esisteva!  [ ] Nel mondo dello specchio ero l’unico essere vivente. Sentii un brivido freddo corrermi lungo la schiena.

Non c’è sensazione peggiore che svegliarsi al buio. E come se si dovesse ricominciare da capo. All’inizio, quando si aprono gli occhi, si ha l’impressione di vivere l’esistenza di qualcun altro, e ci vuole parecchio tempo prima che a questa subentri la propria. E’ una strana sensazione osservare la propria vita come se fosse quella di un altro.

La debolezza è qualcosa che imputridisce dentro di noi, come una cancrena. Io la sentivo già quando ero adolescente. Per questo ero sempre irritato. [ ] E’ come una malattia ereditaria: sai che ce l’hai, ma non puoi fare nulla per guarire.

E’ una debolezza morale, mentale… è una debolezza dell’esistenza stessa.

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L’uomo-pecora bussa alla porta e non mi stupisco, anzi lo stavo aspettando senza rendermene conto. La potenza di Murakami è tutta qui: far sembrare normale e scontato un avvenimento senza senso. Murakami ha alterato, per sempre, la mia percezione di lettore.

…magari domani resto

Se mentre sei a letto e stai leggendo, senti di doverti alzare a prendere una matita per sottolineare alcuni passi che ti stanno coinvolgendo, allora quel libro è un libro che non dimenticherai.

magari domani resto

“A quelli che resistono. E tirano avanti.” Già dalla dedica del libro ti leghi alla protagonista,  come  fosse una parte di te.

Le cose belle della vita, sient’ a me, quasi sempre ci sopravvivono.

Nennè, non sprecare le tue risate, che domani ti serviranno!

I genitori dovrebbero insegnare a rincorrere le passioni, non i progetti.

Le passioni ti possono regalare anche un pizzico di felicità ogni tanto, i progetti mai. Anzi, spesso te la portano via, la felicità intendo. Perché ti inducono a spostare l’obiettivo sempre un po’ più in là.

Devi cambiare d’animo, non di cielo.

Un “no” ha molta meno forza di un pensaci.

Ogni volta che metto piede nell’appartamento di mia madre mi prende una strana sensazione che non so spiegare, una specie di rabbia mista a compassione, perché alla mia età ancora non ho capito come confrontarmi con una donna tanto diversa da me, eppure tanto uguale. E poi c’è la casa, che è quella dove sono cresciuta, nella quale dovrei sentirmi a casa, per l’appunto, e invece non è così, perché i luoghi che lasciamo cambiano, proprio come cambiano le persone, e quando li rincontri non sono più gli stessi, e allora ti muovi al loro interno con cautela e malinconia, la stessa che provi quando ti capita di incappare in un vecchio amico per strada e ti accorgi che non sai più cosa dirgli.

Non si può spiegare agli altri come vivere, né si può trasmettere la voglia di essere felici. La felicità è una cosa piccola e intima che ti costringe ad averne cura e rispetto anche quando non ti va, quando sei stanco e vorresti solo stravaccarti sul divano. E’ una moglie petulante che ti parla mentre guardi la partita.

…abbiamo quello che ci siamo guadagnati, io, invece, penso che non esiste un dio che distribuisce pene e meriti, è semplicemente la vita, che prende ad alcuni e dà ad altri, come un’onda che si abbatte sula spiaggia e tira via con se una formina conficcata nella sabbia per poi restituirla a un nuovo bambino seduto sulla riva dalla parte opposta della costa.

Ognuno ha il suo passo, e quel passo va rispettato. Chi resta indietro non va né aiutato, né sospinto, solo atteso.

…aspetta, che ad aspettà nun è mai muorto nisciuno.

Si perdona davvero solo quando si smette di amare… Perciò i genitori non li perdoniamo quasi mai.

Se dovessi spiegare cos’è la povertà, e non parlo di miseria, ovvio, risponderei che è proprio quella cosa nella quale a volte nemmeno ti accorgi di trovarti, una condizione abituale dove manca sempre qualcosa di piccolo e non necessariamente fondamentale che ti fa sentire fuori luogo.

Ad affrontare le onde che ce vò, siamo bravi tutti, basta nuotare e seguire la corrente. Il problema è quando passa la tempesta e ti trovi a galleggiare nel mare calmo. Lì devi essere abile a muoverti il meno possibile.

Generalmente è proprio in un brivido che si racchiude tutta la nostra piccola vita. Forse è un istante di pura emozione che dà significato a tutto. E l’attimo dopo sei pronto a ricominciare.

Non so se questa voglia che ho di partire sia reale desiderio di una nuova vita o solo paura di restare. Credo, però, di aver bisogno di un tempo, di aspettare che gli eventi facciano il loro corso, sento la necessità di seguire l’istinto e affidarmi alle piccole cose che in quest’ultimo periodo mi hanno fatto sentire bene.  Sento che qualcosa prima o poi si smuoverà e mi porterà a capire quale strada imboccare. Ormai manca poco al prossimo incrocio.

Dove sta scritto che le cose devono durare per sempre… le cose durano quanto durano. Perciò mi farò bastare quel che sarà, ma in quel che sarà, puoi star certo, metterò tutta me stessa.

“…magari domani resto…”

 

 

 

La tristezza ha il sonno leggero

Marone ha frammentato la mia coscienza e l’ha divisa tra i protagonisti del suo romanzo.

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Ho poi avuto modo di capire che le verità scivolano fuori proprio in un istante di monotonia, quando la stanchezza di un giorno qualunque e sempre uguale ci appare come il peggiore dei mali.

…già allora avevo capito che ci si può sempre rialzare da una caduta finché c’è ancora un sogno di scorta da rincorrere.

Il suo gesto mi lasciò, manco a dirlo, senza parole. A poco più di un anno, Giovanni aveva avuto il coraggio di aprire bocca per dire una cosa diversa da quella che chi gli era di fronte voleva sentirsi dire. Io, per fare lo stesso, ho impiegato qualche decennio in più.

Sai, Erri, ci sono individui che dicono di credere nell’amore, ma non sono disposti a farsi sottrarre una porzione di letto, parlano di condivisione e non accettano di trovare il bagno occupato, si riempiono la bocca di progetti, e poi sbuffano se per caso la televisione è sul canale sbagliato. Grazie a loro ho capito che esistono persone che amano altre persone, e persone che amano solo l’idea di amare altre persone. Con queste ultime si può, al più, fare una cena galante, con le prime, invece, si possono anche spacchettare i cartoni di un trasloco.

L’amore, corrisposto o meno, serve a ricordarti che sei vivo, in mezzo a una marea di morti.

Il destino, in realtà, ci segue sempre un passo indietro e si ciba degli sbagli che lasciamo lungo la strada.

In genere i fuori di zucca sono quelli che hanno il coraggio di vivere sull’orlo, senza rincorrere falsi obiettivi e desideri altrui.

In realtà credo che chi non ha rimpianti non ha mai avuto sogni. Ed è la mancanza di sogni a precludere un bel futuro.

La verità è che tra la speranza e il rimpianto passa un soffio. E in quel soffio trascorriamo gran parte della nostra vita.

Chissà perché nella vita, più si va avanti, più si tende a eliminare qualcosa: prima i baci, poi le carezze, gli abbracci e, infine, le parole. Invece, bisognerebbe aggiungere. Sempre.

Uomini senza donne

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Tutto quel che possiamo fare è cercare di sopravvivere, mandare giù e andare avanti.

“Allora dobbiamo recitare?”

“Si, più o meno è così”         (Drive my car)

 

E’ quel profondo senso di perdita che ti assale quando devi separarti dalla donna amata, dopo averla incontrata ed esserti unito a lei. Quella fatica che fai a respirare. Se ci pensa, è un sentimento che è rimasto uguale da più di mille anni. Ed io che fino ad oggi non avevo mai provato personalmente questa emozione, in quanto essere umano non ero completo.            (Organo indipendente)

 

Ma la prospettiva davvero insopportabile per lui, più che la preclusione dell’atto sessuale in sé, era di non poter più passare insieme a loro momenti d’intimità. Perdere le donne in conclusione significa proprio questo. Perché le donne offrivano un tempo speciale che annullava la realtà, pur restandovi immerse. Era qualcosa che Shahrazad gli aveva regalato in quantità generosa, eppure inestinguibile. Per Habara, dover rinunciare un giorno a tutto questo era forse la più penosa delle prospettive.            (Shahrazad)

 

E al mondo c’era una quantità impressionante di cose da ricordare. Ma se fosse diventato un pesce o un girasole, invece che un essere umano, forse non avrebbe conosciuto quella strana sensazione che gli scaldava il cuore. Così gli sembrava. Rimase per molto tempo seduto a occhi chiusi. Assaporava tranquillamente quel calore, come una persona accanto a un falò.            (Samsa innamorato)

 

E’ facilissimo diventare “uomini senza donne”. Basta che tu ami profondamente una donna, e lei a un cerco punto se ne va.

E una volta che lo sei diventato, la loro solitudine ti si attacca addosso per sempre, è un colore che ti entra dentro, come una macchia di vino su un tappeto chiaro. Farla sparire è un lavoro improbo. Col tempo può darsi che sbiadisca, ma almeno finchè respiri resterà lì, indelebile.          (Uomini senza donne)

 

La tentazione di essere felici

20160811_103007-picsayE poi c’è Napoli…”

“Mi ero dimenticato che la vita è come questa città, un abbaglio. Tutte queste luci, i sorrisi della gente, le bancarelle, i carretti dello zucchero filato, le biciclette che strombazzano, la luna che si riflette in acqua e illumina Capri in lontananza sono ben poca cosa rispetto al silenzio dei tanti viali sporchi e dimenticati, di fronte al lamento dei vicoli che trasudano violenza, davanti agli sguardi spauriti di chi ancora non ha capito come confrontarsi con l’altra faccia della città.”

“Le madri, spesso, ritengono che l’amore donato debba tornare loro in qualche modo. Una specie di ricatto, insomma.”

“Mi piace chi combatte ogni giorno per essere felice.”

Enzo Biagi, per caso.

Enzo Biagi
Ritratto fotografato nella redazione del Corriere della Sera

A Firenze, sotto la stazione, c’è un posto dove puoi comprare libri. Non una libreria, ma una sorta di stand con la vetrina, dove si illuminano gli occhi di chi apprezza libri fotografici, di architettura e cose strane. In uno scatolone ho scovato un libro che sembrava non meritare attenzione. Quando l’ho visto con la copertina rossa, le scritte 20160703_211336-picsaygialle e tutte le pagine macchiate dal tempo, ho avuto un sussulto: ENZO BIAGI “Senza dire arrivederci”. L’avevo dimenticato, me ne sono vergognato. Tanti anni senza leggere Enzo Biagi.

E’ lui che mi ha raccontato l’Italia di mio nonno e di mio padre. E’ lui che mi ha aperto gli occhi sull’Italia della mia adolescenza. Ricominciare a leggere Biagi è stato come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Ho ritrovato la narrazione piena di nostalgia nel ricordare gli avvenimenti della vita sua e degli altri. L’eleganza nel porre domande scomode. La maniacale e malinconica descrizione dei luoghi e dei personaggi. L’immediatezza con la quale Biagi riusciva a farsi capire da tutti.

Credo sia di Biagi il primo libro che ho letto: “Mille camere”, quelle degli alberghi frequentati duranti i suoi reportage da tutto il mondo. Nelle prime pagine del libro c’è una citazione: “E’ giunto il tempo di sciogliere le vele” ed io ho cominciato a sognare.

 

La Terra di Mezzo

20141031_160328-picsayQuando comincio un libro, fin dalle prime pagine, cerco delle affinità con un personaggio, dei punti in comune per poter vivere la sua storia. Quando queste affinità sono forti, mi gusto il racconto nella testa, per tutto il giorno, fino a sera. Poi delego ad un segnalibro la memoria degli avvenimenti e mi addormento appagato.
Un attimo prima che il libro finisca, comincio una vita parallela nella Terra di Mezzo. Quando non è ancora calato il sipario sulla storia che sto leggendo, sono già alla ricerca di nuovi protagonisti ai quali accompagnarmi: comincio a cercare un nuovo libro! Un limbo entusiasmante tra vecchio e nuovo.
La vita nella Terra di Mezzo non è semplice: leggere qualcosa dello stesso autore? Sullo stesso argomento? Cambiare decisamente genere? Un bel tormento! Si perché, vivere nella Terra di Mezzo è un’esperienza surreale. Un viaggio astrale alla ricerca della stella cometa da seguire. E’ come se dovessi decidere che vita vivere nei giorni a seguire. Reporter, soldato di ventura, investigatore, cameriere, viaggiatore. Uomo, donna, italiano, giapponese, francese. Un inutile supplizio, tanto a decidere non sarò io.
I libri esercitano su di me una forma non ben definita di potere. Quando c’è un libro nelle vicinanze la mia attenzione subisce un’interruzione e si sposta su questo rettangolo di carta. Non riesco a distinguere se sono incuriosito dalla storia che può raccontarmi, o affascinato dall’oggetto. Sono tentato di rapirlo per poterlo tenere nelle mani. Questa ossessione, quando sono nella Terra di Mezzo, è incontrollabile. Non c’è cura e non voglio essere curato, voglio solo continuare a leggere.

Ho comprato un ebook, non volevo!

Ho comprato un ebook ed installato un lettore sullo smartphone, non volevo! E’ colpa di Super Santos di Roberto Saviano, Street Photography di Barbara Oggero e Pendolibro 2014 di Libreriamo. Sono solo alcune delle pubblicazioni digitali che volevo leggere ma che ho continuato ad ignorare per intransigenza eccesiva. Non ho cambiato idea rispetto a quanto scritto qualche settimana fa, ma sono alla ricerca costante di storie che raccontano il mondo e l’essere umano che lo abita e quindi, se ne varrà la pena, non metterò le mani nella sabbia, non sentirò il rumore del mare, ma leggerò una storia arricchendomi di nuove emozioni e va bene così.