Un libro è un libro, un ebook è un ebook

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Leggere un libro è come prendere il sole sulla spiaggia: le mani nella sabbia, il profumo del mare, il chiacchiericcio in sottofondo. Legge un ebook è come prendere il sole sul terrazzo di casa: ci si abbronza lo stesso, si suda allo stesso modo e ci si può divertire ugualmente.

Io preferisco ancora andare il libreria, girare tra gli scaffali, lasciarmi condizionare da una copertina e magari sbirciare cosa leggono gli altri. Uscire con una busta di carta da tenere sul sedile dell’auto accanto a me e lasciare che il libro cominci a bisbigliarmi qualcosina. Tornare a casa e riporlo accanto al letto dove, quando tutti dormono, potrà cominciare a raccontarmi la sua storia.

Barcollando tra “la fine del mondo e il paese delle meraviglie”

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Per la prima volta ho vacillato. Stavo per cedere lasciandomi risucchiare dalla realtà. Stavo per chiudere il libro e dire basta. Ma Murakami è talmente assurdo che devi andare fino in fondo.

 

D’ora in poi lei sarà il Lettore dei sogni, Si dimentichi il suo vero nome.

Se la maggior parte delle persone si esprime in maniera ambigua, è perché in fondo al cuore è in cerca di guai, ne sono fermamente convinto.

Provai a immaginare il mio cranio senza carne ne’ pelle, svuotato del cervello e posato su uno scaffale, mentre il vecchio ci batteva sopra con delle molle in alluminio. Una sensazione stranissima.

Nessuno può tenere la propria ombra in questa città, e chi vi entra non può uscirne più. […]. E fu così che persi la mia ombra.

Non c’è nulla che mi piaccia di più di quel breve intervallo di tempo che va da quando mi infilo nel letto a quando mi addormento. Mi porto qualcosa da bere, ascolto musica, leggo qualche pagina. E’ un piacere immenso, come un bel tramonto o l’aria pura e pulita.

Ho paura che lei e la sua ombra finiate per riattaccarvi l’uno all’altra. E in tal caso bisognerebbe ricominciare tutto da capo.

Dimentichi la sua ombra. Qui è la fine del mondo, da qui non si va da nessuna parte.

La fine del mondo. Il problema era che non riuscivo assolutamente a ricordarmi ne’ la ragione ne’ lo scopo per cui avevo abbandonato il mio vecchio mondo ed ero venuto in quel posto. Qualcosa, qualche forza mi ci aveva portato. Qualche straordinaria e assurda energia. Così avevo perso la mia ombra, i miei ricordi, e adesso stavo per perdere il mio cuore.

Apri di più il tuo cuore, non sei prigioniero. Sei un uccello che vola nel cielo alla ricerca dei sogni.

Nessuno, genio o imbecille che sia, può vivere entro i limiti del proprio mondo. Per quanto profondo sia il sotterraneo dove si va a nascondere, per quanto alto sia il muro dentro il quale si rinchiude, verrà sempre qualcuno a scovarlo.

Se si ha fiducia che tutto andrà per il meglio, nulla fa più paura a questo mondo, – disse lei. Col passare degli anni, sono sempre meno le cose in cui si ha fiducia, – risposi. – Come i denti, a forza di strofinarci sopra si consumano. Non è che si diventi cinici, e nemmeno scettici, semplicemente ci si consuma.

…sono stato privato dei miei strumenti di valutazione, dei miei ricordi, come posso fare confronti?

Io sono sofferente nel corpo, ma tu sei sofferente nel cuore. Prima di tutto devi guarire. Altrimenti saremo entrambi rovinati prima di andarcene di qui. Io per conto mio rifletterò, ma tu devi fare tutto il possibile per salvarti. E’ questa la cosa importante.

Quando sono in preda alla confusione, io guardo sempre gli uccelli, – disse. – Osservandoli mi convinco  che ho ragione. Perché non hanno alcun nesso con la perfezione della città.

Ma cos’è l’identità? È l’originalità del sistema di pensiero basato sull’insieme dei ricordi delle esperienze passate. Più semplicemente la si può chiamare lo spirito. Non esistono due persone con lo stesso spirito.

Delle stelle non serbo alcun ricordo. A pensarci bene, erano mesi che non alzavo gli occhi a guardarle. Se negli ultimi tre mesi fossero scomparse tutte quante dal cielo, di sicuro non me ne sarei nemmeno accorto. […]. A quel pensiero mi dissi che avevo condotto una vita ben limitata e assurda.

Qui ognuno di noi scava una fossa pura. Azioni senza scopo, sforzi che non portano progressi, percorsi che non hanno una meta finale. È fantastico, non trova? Nessuno reca danno a nessuno. Nessuno caccia via nessuno. Nessuno vince, nessuno perde.

Una volta che avrò abbandonato il suo cuore, però, arriverà la tranquillità. Una pace profonda quale lei non avrà mai provato.

La perfezione di questa città è basata sul fatto che i suoi abitanti non hanno sentimenti. Avendo perso il cuore, ogni essere è chiuso in un tempo allungato all’infinito. Per questo nessuno invecchia, nessuno muore.

Ma se non ci sono tutte queste cose brutte, significa che non c’è nemmeno il loro contrario. La gioia, la felicità, l’amore.se c’è la delusione è perché c’è la speranza, se c’è la tristezza è perché c’è la sua controparte, la gioia. Non esiste da nessuna parte la felicità senza delusione.

Mi bastava abbandonare al vento il mio cuore, come gli uccelli. Perché non potevo buttarlo.

E poi chi mai cercava la lealtà? Nessuno. Forse soltanto io. Però che senso aveva una vita senza lealtà?

Quella era la fine del mondo, e non aveva sbocco. Lì il mondo terminava, e quietamente si fermava.

 

Un ragazzo normale

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Alle ventitré  e trenta una scritta era apparsa in sovraimpressione su tutte le emittenti locali: Maradona è un giocatore del Napoli! Il nonno era scoppiato in lacrime, liberandosi dell’enorme tensione accumulata in un mese, da quando era iniziata la trattativa con il Barcellona; papà, invece, era saltato dalla sedia, aveva cacciato la bottiglia di Asti che conservava per le occasioni buone ed era venuto da me con il bicchiere ancora pieno.

In un’altra città, la stessa sera, la stessa scena, lo stesso brindisi, la stessa euforia. Questa è solo una delle vicende narrate nel libro, che trovano una straordinaria corrispondenza con la vita di chi ha vissuto l’infanzia negli anni ottanta.

Allora non potevo saperlo, ma in seguito ho capito che le cose straordinarie, quelle che resteranno per sempre nella tua vita, arrivano spesso in punta di piedi e all’improvviso, senza tuoni e particolari avvisaglie.

Solo io non avevo accanto nessun maestro Miyagi che mi aiutasse a tirar fuori le mie qualità, alcun esempio che meritasse davvero di essere seguito o imitato. Tranne Giancarlo.

Il mio piano, infatti, era quello di diventare suo amico, un amico vero, di quelli ai quali si dà il cinque, per l’appunto. Solo così avrei potuto, un giorno, chiedergli di insegnarmi a diventare un eroe.

A sei anni avevo già imparato che la povertà spesso è costretta ad andare a braccetto con le bugie.

“Tu combatti la criminalità, è vero?” trovai il coraggio di chiedere infine. […] “Ma che dici, non ho nulla dell’eroe, guarda”, e alzò il braccio per mostrarmi i bicipiti, “non ho neanche i muscoli!” […] “Senti, io non so che idea ti sia fatto di me, o se qualcuno ti abbia raccontato delle fesserie, io sono solo un giornalista abusivo che tenta di fare il suo lavoro. […]” […] “Faccio solo il mio dovere”, e si diresse verso l’ascensore.

“Mimì, sient’ a me, un domani, quando ti sposerai, se tua moglie inizia ad alluccare, tu non dire niente, non replicare, chiuditi la porta di casa alle spalle e vatti a fumare ‘na bella sigaretta, ‘A femmina ‘ncazzata è comme ‘o mare ‘ntempesta!”

“Se fossi un supereroe, la mia missione sarebbe proteggerti.”

Spesso siamo troppo presi dall’inseguire i nostri sogni, […], nemmeno capiamo che sì, sognare è importante, ma ancora più importante di sognare è fare, perché la vita, in fondo, è una cosa semplice, solo giorni dopo giorni. E allora dobbiamo stare attenti a non riempire tutti questi giorni unicamente di sogni, ma anche di emozioni vere, di vita vissuta.

Quella sera sentii di essere diverso da lui e dagli altri membri della famiglia, che pregavano ogni giorno il loro dio salvo poi tradirlo l’attimo seguente senza neanche rendersene conto.

“Io sono un giornalista, è diverso, devo scrivere quello che mi accade intorno, devo captare i segnali, avere lo sguardo attento, devo saper dire alla gente quello che non sa, informarla, raccontarle la verità, in modo che poi possa valutare, scegliere. E devo anche aiutare, laddove possibile.” “Lo vedi che avevo ragione? Aiuti la gente e non hai paura di nulla. Sei un supereroe!”

“Invece, Mimì, è sempre importante ricordarsi che siamo umani e non disponiamo di alcun potere, che non siamo infallibili, sbagliamo e spesso paghiamo caro per i nostri sbagli. Sentirsi invincibili non è una cosa buona, perché ti porta a commettere degli errori, a sottovalutare i segnali, a non accorgersi della precarietà delle cose.”

“Parli sempre di superpoteri… la lettura e la scrittura sono i poteri più potenti di cui disponiamo, ci ampliano la mente, ci fanno crescere, ci migliorano, a volte ci illuminano e ci fanno prendere nuove strade, ci permettono di cambiare idea, […]. La verità”, riprese dopo una breve pausa, “è che il più grande potere a disposizione dell’uomo, caro Mimì, quello che ci rende davvero grandi e liberi, è la cultura. E tu dovresti saperlo…”

Più diventavo grande e più non riuscivo a comprendere il modo di agire e di pensare di mio padre, il suo rinunciare sempre a tutto, il non provarci neanche ad avere una vita migliore, l’accontentarsi di un’esistenza spoglia.

“Non serve la vista per accorgersi del male, Mimì, servono gli altri sensi”

Quando non avrai ogni cosa a portata di mano, quando imparerai a sperare con tutta te stessa che un sogno si avveri, allora avrai imparato anche tu a essere romantica. Questo avrei dovuto risponderle.

“Loredà,” intervenne di nuovo papà. “ma alla fine che ce fotte a noi della gente?”

Io pensavo tra me e me che non mi sarebbero bastate cento enciclopedie per imparare quello che avrei potuto assimilare in un giorno di vita vissuta.

Nonostante le tante imperfezioni , è l’immagine che più di tutte mi ricorda l’adolescenza e la mia semplice e ridente famiglia, la quale è riuscita a vincere le difficoltà grazie a quella leggerezza che da bambino cercavo di combattere con tutte le mie forze e che ho scoperto poi essere il più grande tesoro fra i tanti che mi hanno lasciato.

Papà faceva le cose perché così doveva andare, accettava quello che la vita gli portava ogni giorno e non obiettava. E chissà che non avesse ragione.

So che le cose belle spesso accadono all’improvviso, a volte proprio quando hai smesso di desiderarle.

Dentro di me sentivo che era giunto il momento di tornare a sognare, tornare a dare valore e forza alle parole, che per un po’ avevo creduto nulla potessero di fronte alla cattiveria e alle ingiustizie umane e, invece, possono tanto, come sapeva bene Giancarlo[…]. Le parole spesso arrivano a smuovere le nostre vite […]. E poco importa se a volte trovano dei muri, se non sono riuscite a tenere in vita Giancarlo e non sono servite a cambiare le cose, se non ci evitano di cadere, l’importante è che ci aiutino ogni volta a rimetterci in piedi.

Capii di essere un ragazzo normale. Come lo era Giancarlo, un ragazzo normale. Mia nonna un giorno disse che non esistono eroi al mondo, solo persone che ogni  tanto fanno una bella azione, la cosa giusta, e poi tornano a essere uno qualunque.

La Patagonia di Chatwin

 

Nella stanza da pranzo della nonna c’era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l’armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c’era scritto qualcosa con inchiostro nero e sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere.

Presi il treno per La Plata per vedere il miglior museo di storia naturale del Sud America.

Bahia Blanca è l’ultimo posto importante prima del deserto della Patagonia.

La mattina andai a piedi a Bethesda, per una strada bianca fiancheggiata da pioppi. Un agricoltore andava nella mia stessa direzione e mi portò a visitare suo fratello Alun Powell.

Dormii negli alloggi dei peoni. La notte era fredda. Mi diedero una branda e un poncho invernale nero come copriletto. A parte il poncho, il necessario per il mate’ e i coltelli, i peoni non possedevano niente.

La notte era calda, si stava facendo tardi e il proprietario dell’unico negozio di Epuyen stava strofinando il bancone che gli serviva anche da bar. Il senor  Naitane era un ometto raggrinzito, di pelle bianchissima. Guardava nervosamente i suoi clienti, e non vedeva l’ora che se ne andassero.

Dappertutto nelle Ande del sud si sentono storie di bandoleros norteamericanos.

Las Pampas, venti miglia più avanti di Rico Pico, era l’ultimo abitato prima della frontiera.

L’odore della pioggia, portato dal vento, arrivava in fondo alla valle prima della stessa pioggia, un odore di terra bagnata e di piante aromatiche.

Ora avevo due ragioni per tornare nella Cordigliera: vedere a Valle Huemeules il vecchio allevamento di ovini di Charley Milward e trovare l’unicorno di padre Palacios.

Attraversai tre città senza interesse, San Julian, Santa Cruz e Rio Gallegos.

Attraversai lo Stretto ed entrai nella Terra del Fuoco. […] Tierra del Fuego. Terra del Fuoco. I fuochi erano quelli di un campo di indios fuegini. Secondo un’altra versione Magellano vide solo fumo e la chiamò Tierra del Humo, Terra del fumo, ma Carlo V disse che poteva esserci fumo senza fuoco, e cambiò il nome.

Nel 1890 una crudele interpretazione della teoria di Darwin, nata a suo tempo in Patagonia, ritornò in Patagonia e sembrò incoraggiare la caccia agli indios. Uno slogan: “la sopravvivenza dei più forti”.

Raggiunsi la città più a sud del mondo. Ushuaia era sorta nel 1869, quando il reverendo W.H. Stirling aveva fatto costruire, vicino alle capanne degli indios Yaghan, l’edificio prefabbricato della Missione.

Da Ushuaia all’estancia di Bridges, a Harberton, c’erano trentacinque miglia di cammino lungo il Canale Beagle.

A Punta Arenas i padri salesiani avevano un museo più grande di quello di Rio Grande.

Eravamo vicini a Capo Horn, correndo con tutte le vele gonfiate da un forte vento a dritta. Era una domenica mattina. Camminavo su e giù lungo il boccaporto principale con Chips il carpentiere.

Dovevo fare ancora una cosa in Patagonia: trovare un pezzo di pelle di brontosauro in sostituzione di quello andato perduto.

Dopo aver aspettato la nave una settimana, udimmo la sua sirena echeggiare da dietro la palestra (che era una copia in cemento del Partenone)  […]. Durante tutta la settimana l’impiegato alle prenotazioni si era stretto nelle spalle quando gli chiedevamo dov’era la nave… La nave poteva essere affondata, per quel che ne sapeva o gli importava. Ma ora stava scribacchiando i nostri biglietti, sudando, gesticolando e abbaiando ordini. Poi traversammo in fila il capannone verde della dogana e costeggiammo le lamiere arrugginitedella nave fino alla passerella di imbarco, dove i chilotes stavano in coda con la faccia di chi ha aspettato quattrocento anni.

Con Murakami “A sud del confine, a oveste del sole”

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A me lei non piaceva proprio. Non è che ci fosse un motivo particolare, anzi era sempre gentile con me. Eppure, nelle sue parole, si avvertiva sempre un certo nervosismo che a volte mi rendeva inquieto.

Secondo me, nella vita ci sono cose che possono essere cambiate e altre che sono irreversibili. Arrivati a un certo punto, non si può più tornare indietro. […] Cioè col passare del tempo, alcune cose finisco per assumere una rigida forma definitiva, come il cemento che si solidifica in un secchio. A quel punto non si può invertire la rotta.

Amavo moltissimo quell’indefinibile nonsoché trasmessomi con forza dalle persone dell’altro sesso. Era come la passione segreta che alcuni nutrono per i temporali, i terremoti o i lunghi blackout. Potrei chiamarlo «magnetismo», una forza che, nostro malgrado, ci attira inevitabilmente a sé e ci risucchia.

Ero arrivato alla conclusione che il lavoro era solo una noiosa incombenza e che l’unica cosa da fare era impegnare il tempo libero nel miglior modo possibile e cercare di godersi la vita.

Ci sono cose che svaniscono all’improvviso come se fossero state recise da un colpo secco, mentre altre si dissolvono lentamente, fino a sparire del tutto. Ciò che rimare è solo il deserto.

La musica che ascoltavo allora e i libri che leggevo, li sentivo penetrare dentro di me, nota per nota, riga per riga. I miei nervi erano tesi e affilati come cunei e nel mio sguardo c’era una luce così penetrante che sembrava quasi voler trafiggere gli altri.

A sud del confine, a ovest de sole, – disse. Esiste un posto così. Hai mai sentito parlare di una malattia chiamata isteria siberiana? […]… Giorno dopo giorno, vedi il sole sorgere ad est, attraversare la volta celeste e tramontare a ovest e alla fine dentro di te qualcosa si spezza e muore. Lasci a terra la zappa e cominci a camminare con la mente svuotata da ogni pensiero, verso ovest, a ovest del sole. Continui a camminare per giorni, senza mangiare né bere, come un invasato. E un giorno ti accasci al suolo e muori. È questa l’isteria siberiana.

Se in un luogo non esistono realtà intermedie, le mezze misure non possono esistere. A sud del confine esisteranno pure i forse , ma non a ovest del sole.

La nostra memoria e le nostre sensazioni sono troppo incerte e unilaterali e quindi, per provare la veridicità di alcuni fatti, ci basiamo su una «certa realtà». Ma quella che per noi è realtà, fino a che punto lo è davvero e fino a che punto è quella che noi percepiamo come tale?

Adesso tocca a me creare sogni per gli altri, sarà questo il mio nuovo compito.

Storie di luoghi raggiunti “Senza volo”

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A volte, anche durante un cammino breve, nel limitato spazio che si impegna per colmare una distanza minuta, anche tra una fermata e l’altra del percorso di un mezzo pubblico che attraversa il cuore della città in cui si vive, si può celare l’ipotesi di un viaggio e scoprire che è possibile approdare.

Il mondo… appare come un’infinita biblioteca e ciascun luogo un libro. E se Borges diceva di non avere letto molto, quando pensava alla vastità delle biblioteche, così, allo stesso modo, ciascun viaggiatore pare perdersi di fronte alla vastità del mondo.

Anche ora che il viaggio sulla strada ha perso quel qualcosa di ingenuo e pionieristico, ancora molti finiscono prima o poi per salire su un bus. Per cercare quel qualcosa che pare più facile trovare lontano da se.

Forse anche lui cercava di sentire il rumore dei propri passi. Forse anche lui cercava di fare in modo che l’anima trovasse il corpo.

A ogni viaggio pare che ci si risvegli da una specie di torpore. Tutte le volte che si lascia il cunicolo della quiete domestica, si acuiscono i nostri sensi, e pare quasi di risvegliarsi e riacquistare la percezione che prima si era perduta. Ad ogni viaggio si ha quasi la sensazione di stare per uscire da una sorta di convalescenza che progredisce via via che si giunge in un luogo o poi in un altro. Alla fine del viaggio però, quando si ritorna nei luoghi abitati di consueto, è come se si ricadesse d’improvviso in quello da cui, come d’incanto, si era usciti. Il sonno, quella specie di torpore domestico, torna a velare il mondo che sta poco distante da noi e pare privo della stessa vitalità appena lasciata alle spalle. Il viaggio si direbbe uno staio di risveglio passeggero. Un modo per intravedere la realtà senza alcun velo.

Non c’è mai modo di decidere prima quel che poi si ricorderà. I ricordi hanno un che di imponderabile e imprevedibile. Così quando si parte per un viaggio, pure se si ha sempre quel desiderio di riportare con se’ un ricordo speciale, non c’è mai modo di sapere quale sarà, ne’ se ce ne sarà poi uno.

Quando si va a piedi si è deposta la corazza. Il contatto con le pieghe e le rugosità della terra è diretto. Non c’è più alcuna parete di aereo, treno, nave o pullman a fare da intercapedine con la realtà. Quando si va a piedi, si è a contatto diretto con la natura […], così la natura si lascia avvicinare fino quasi a svelare il suo aspetto più segreto e insopportabilmente fragile.

L’enigma di cosa sia giusto mettere dentro uno zaino si presenta, almeno per alcuni, quasi come irrisolvibile. Così, si sta fermi, a lungo, a guardare gli oggetti che, su un letto, sul pavimento e su un tavolo, stanno immobili al pari di animali domestici nell’attesa del cenno del padrone per la passeggiata quotidiana.

Verso la fine del viaggio a piedi, Tolstoj che sapeva quanto fosse difficile liberarsi del peso dei propri pensieri, si accontentò di un sollievo più accessibile all’uomo. Dopo aver provato una trattenuta e inesorabile invidia, per un tipo che gli passò davanti con una minuscola borsetta, acconsentì a lasciare lo zaino che pesava sedici chili su un carretto condotto da un giovane e una vecchietta, per proseguire, finalmente leggero, verso la meta.

Al pari dei materiali magnetici, che attirano a se’ piccoli frammenti di ferro, alcune città, certi precipizi sugli oceani, alcune terre aride, riescono più di altre nell’impresa di condurre i passi dei viaggiatori verso di se’.

Camminare con Thoreau

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Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento, se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.

…è, il camminare di cui parlo, l’impresa stessa, l’avventura della giornata.

Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio.

Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso.

La speranza e il futuro per me non sono nei prati e nei campi coltivati, non sono nei villaggi e nelle città, ma nelle paludi mobili e impervie.

Lo so , penserete che sono perverso…

Nel deserto l’aria pura e la solitudine compensano la mancanza di acqua e di fertilità.

Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in cerca della foresta più buia, della palude più fitta e più impenetrabile e, a occhi cittadini, più tetra.

Non tutti gli uomini sono in grado di adattarsi in ugual misura alla civiltà; e se la maggioranza, come cani e pecore, ha una naturale disposizione alla remissività, non è un motivo per soggiogare la natura degli altri al punto di ridurli allo stesso livello.

Il mio desiderio di conoscere è discontinuo, ma il desiderio di rigenerare la mente in atmosfere sconosciute, esplorando zone non ancora percorse dalle mie gambe. È perenne e costante.

I nostri alati pensieri si sono fatti pollame.

Beato tra i mortali colui che non spreca un istante della propria vita fuggevole rievocando il passato.