Diventare se stessi

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Tante cose sono rimaste incompuite tra me e i miei genitori. Ci sono così tanti aspetti di cui non abbiamo mai discusso, relativi alla nostra vita insieme, alla tensione e all’infelicità della nostra famiglia, al mio mondo e al loro mondo.

E nella mia attività quotidiana, mentre aiuto i pazienti a ricostruire le fasi iniziali delle loro esistenze, mi convinco sempre più della natura fragile e sempre mutevole della realtà. I ricordi, e senza dubbio anche questo, sono molto più romanzeschi di quanto ci piaccia pensare.

Incoraggio sempre gli studenti che aspirano a diventare terapeuti a sottoporsi a una terapia personale. “Il vostro “io” è lo strumento più importante che avete a disposizione. Imparate tutto quello che potete al riguardo.

Mentre scrivo le mie memorie e torno a familiarizzare con il mio “io” più giovane e mi rendo conto di quanto fossi incasinato e quanto mi sia lamentato tutta la vita di non aver avuto un mentore…

Il mio piacere più grande consisteva nel perdermi nel mondo di un romanzo, e non facevo he ripetermi che la cosa migliore che una persona potesse fare nella vita era scriverne uno di valore.

Questa sensazione di non essere a mio agio con me stesso mi afflisse per tutta la prima fase della mia età adulta. All’esterno davo l’impressione di cavarmela splendidamente: avevo sposato la donna che amavo, mi ero conquistato l’ammissione alla facoltà di medicina e stavo ottenendo buoni risultati in tutti i sensi; ma nel profondo non ero mai rilassato, mai sicuro di me, e non riuscivo mai a capire davvero quale fosse la fonte della mia ansia. Avevo la sensazione confusa di essere stato profondamente ferito durante la mia primissima infanzia e sentivo che non ero mai davvero a casa.

Ricorsi invece ad un espediente che per me era naturale: raccontai una storia.

…siccome abbiamo solo una possibilità di vivere, dovremmo sfruttarla pienamente e concludere la vita con il minor numero possibile di rimpianti.

“I ricordi passati e i desideri futuri provocano solo turbamento”. C’è una tale verità in queste parole, ma a un costo molto alto. Non penso di essere in grado o di essere disposto a pagare così tanto.

…avrei dato alla storia una posizione privilegiata: l’avrei messa in primo piano, le avrei permesso di essere il principale veicolo del mio insegnamento. Sentivo che era arrivato il momento di liberare il narratore che era in me.

Un romanziere più esperto non avrebbe avuto difficoltà a romanzare tutti questi avvenimenti, ma io cercai di restare legato al mio mantra: La narrativa è la storia che avrebbe potuto accadere.

Ma quando aveva guardato fuori dal finestrino del padre, era ormai troppo tardi, perchè lui era morto e sepolto. “Quindi, guardate fuori dal finestrino del vostro paziente” intimo ai terapeuti. “Cercate di vedere il mondo come lo vede lui”.

…più grande è il senso di vita non vissuta, più grande è il terrore della morte.

Non di rado mi capita, quando sono immerso nella lettura delle opere di un qualche pensatore straordinario, e ne sono affascinato, che accada qualcosa in una seduta di terapia che mi porta a raccomandare quel particolare autore al mio paziente.

La mia vita è stata così ricca, così privilegiata, così sicura – in gran parte grazie al duro lavoro e alla generosità di mia madre.

Chiedo sempre ai miei pazienti di esplorare i rimpianti a consiglio loro di aspirare a una vita che ne sia priva.

“Era questa la vità? Avanti, ancora una volta”.

Ogni giorno è un buon giorno

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L’acqua non smette di incidere onde concentriche sulla superficie del liquido raccolto nello tsukubai. Flush flush flush… Mentre ero immersa nell’otemae, alle mie spalle udivo sempre il suono di quel rivolo d’acqua. Senza che me ne rendessi conto, il suono di quell’acqua si insinuava nel mio cuore e nel mio corpo.

Ci basta sentire il suono dell’acqua per rilassarci e dimenticare la stanchezza. senza rendermene conto, a un certo punto ero entrata in connessione con la natura.

Avevo fretta: dovevo correre. Ma non sapevo dove diavolo dirigermi.

Quando ci si siede davanti al bollitore, è li’ che si deve stare: davanti al bollitore.

Nei momenti felici, stringiamo forte quella felicità e godiamocela al cento per cento. Probabilmente è tutto quello che noi esseri umani possiamo fare.

“Nei giorni di pioggia, ascolta la pioggia. Stai qui con il corpo e con lo spirito. Assapora con tutto il cuore il momento attuale, usando i tuoi cinque sensi. In questo modo capirai. La strada per la libertà è sempre qui e ora.”

Rimpiangiamo in continuazione il passato e ci preoccupiamo del futuro che ancora deve arrivare. Eppure, ci si può preoccupare quanto si vuole, ma comunque non si potrà mai tornare nei giorni passati, né anticipare il futuro per farci trovare pronti.

…C’è solo un modo: godere del presente. Solo quando riesce a concentrarsi su questo istante, senza passato e senza futuro, l’essere umano si accorge di vivere una libertà senza limiti.

Il tè è questo modo di vivere.

A vederla da fuori, una scena di cerimonia del tè appare solo come un gruppo di persone sedute in silenzio. Ma dove lo sguardo esterno non arriva, accada altro. Quel silenzio è denso.

Il Ciclope

Il Ciclope

Stanotte sono davanti a quella cosa che fanno di tutto per nascondarci e che ci salverebbe dal naufragio: il senso del limite.

Piante come gerani, ginestre, aglio selvatico, enormi cuscini di fiori gialli: e tu non sai nulla di tutto questo, ti accorgi che in posti simili, più che apprendere, puoi solo misurare l’abisso della tua distanza dalla natura.

I luoghi si visitano di giorno, ma si capiscono – anzi si sentono – solo la notte.

Qui è tutto lampante. L’occhio della profetessa piumata grida al mondo che c’è un sistema che ci intontisce di anestetici e ci tiene in stato di subbuglio mentale, al preciso scopo di non farci capire che una cosca di predoni sta divorando il mondo.

Siamo pieni di paure, certo, ma paure di cose senza significato, e le paure a vuoto si chiamano paranoie. Ci manca il timore vero, quello supremo. L’orrore di noi stessi, incapaci di sentire il grido della natura che boccheggia e dice: “Basta”.

Pare che nel mondo i fari siano di tre tipi: il “paradiso”, che sta confortevolmente piantato in terraferma; il “purgatorio”, aggrappato agli ultimi promontori rocciosi; e l'”inferno”, perduto su qualche isolotto disabitato al largho. Ebbene, si dice che chi ha vissuto la terza e più estrema delle esperienze diventi qualcosa di simile a un mago.

Ma a restituirmi il tempo è stato soprattutto il magnifico silenzio della Rete, di cui ho goduto in queste settimane senza Internet. Le mie giornate duravano il doppio. Dimostravano il mostruoso furto perpretato dal web. L’assenza di navigazione nel ciberspazio svelava gli orizzonti illimitati della navigazione in mare, e anche quella dentro me stesso.

Partii come i Greci, senza mai girarmi verso l’Isola. “Non devi guardare la riva che lasci”, dicono o soffrirari di nostalgia, la malattia che ti chiama indietro appena alzate le vele.

…sostiene Pereira

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Disse: la filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.

…è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa.

…si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e con le limonate piene di zucchero.

Sì, replicò Pereira, però se al posto dell’anima, come vogliono i filosofi francesi, ci mettiamo la parola personalità, ecco che l’eresia non c’è più, io mi sono convinto che non abbiamo un personalità sola, abbiamo tante personalità che convivono fra loro sotto la guida di un io egemone.

…ha bisogno di dire addio alla sua vita passata, ha bisogno di vivere nel presente, un uomo non può vivere come lei, dottor Pererira, pensando solo al passato.

Il Vesuvio universale

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Il Vesuvio è un vulcano attivo e giovane nonostante l’età immemorabile, potrebbe ridestarsi e scrollarsi di dosso in un pugno di minuti le centinaia di migliaia di abitanti abbarbicati con le unghie alla sua carne.

Insomma a Pomigliamo sapevamo che esisteva un altrove. L’Alfa Romeo con la sua modernità era una Milano in terra vesuviana, ma pagava lo scotto di essere fuori da Napoli.

“Il Vesuvio da questo lato è speculare, viene prima il monte Somma e poi il Vesuvio. Guarda qui, me lo sono tatuato sul braccio, è la mia forza, sono stato a lavorare a Milano fino a qualche mese fa e la cosa che mi mancava era proprio lui…”

Calpestandolo, imparando a conoscerlo da dentro, si pensa al Vesuvio come a un essere dotato di rara bellezza e generosità tenute in scacco da un’ira furibonda che in un istante può traboccare cancellando tutta la prodigiosità offerta fino a quel momento.

“La forza di evocazione del Vesuvio è intatta. A chi mi dice “ma voi siete matti, come fate a vivere sul Vesuvio?”, io rispondo così: a Somma Vesuviana c’è quella villa bellissima costruita dopo l’eruzione del 79 d.C. e sepolta da quella di Pollena del 400 d.C.: i Romani non erano fessi, sapevano benisimo che il Vesuvio era un vulcano, ma era una terra talmente bella e fertile che ci sono tornati. Dobbiamo aspirare a un fatalismo attivo”.

“… Noi scendiamo e saliamo a occhi chiusi, io non riesco a stare più di una settimana lontano da qui, non le dico che parlo con le pietre vulcaniche, ma quasi”.

“La camorra quando credi sia nata?nCon l’unità d’Italia, […] l’Italia nasce da un patto scellerato tra la malavita e la nuova politica. Il Nord non esisteva, economicamente era zer; Napoli era molto più ricca”.

Uno stralcio di conversazione in cui sono incappata innumerevoli volte: “Dobbiamo dire che i Borboni ci hanno lasciato tanto”. “Anche tanta miseria”. “Quella è dei Savoia”. Che lo stato italiano sia nemico, colpevole di aver gettato il Sud in uno stato di subalternità senza ritorno, è a diversi gradi di profondità sotto la superficie il mastice che tiene uniti guappi e professionisti, guide turistiche e maestri elementari, tassisti e fruttivendoli, lazzari e aristocarici.

Fu Teodoro Monticelli, sacerdote, naturalista, segretario perpetuo della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, a suggerire al re delle Due Sicilie Ferdinado II la creazione di un Osservatorio vesuviano che sarebbe stata la prima istituzione scientifica al mondo dedicata allo studio dei vulcani.

La cima del cono del Vesuvio era stata spazzata via, le ceneri avevano raggiunto la Croazia e a Parigi il cielo si coprì di una nebbia secca e giallastra così densa da rendere difficile alle barche navigare sulla Senna.

La nube di ceneri intanto si era condensata e ricadeva su Napoli come pioggia glutinosa, trasformando lo strato di sabbia nera e polvere in una coltre di fango scivoloso. Mentre saliva sulle pendici del Vulcano, Perret si vide tempestato da una grandin di palle di fango, alcune grosse come uova, respirava a fatica, gli occhi pieni di lacrime.

I modelli di simulazione non danno molte speranze: in un quarto d’ora un milione di persone perderebbe la vita.

L’uomo che trema

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Nell’epistolario di Freud si legge: “Nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati, giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo”. […]. Dunque si può dire che la malattia è insita negli esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e quindi l’integrità è la loro malattia.

In quel momento la vita, il mio essere al mondo, la somma delle attività umane, […], tutto […] era priva di valore.

La sola cosa che riesco a fare senza patire e perfino con un certo gusto è leggere…

…il dolore è più sopportabile della speranza.

Io non ho mai giocato sul corpo di mio padre. In molti, come me, non l’hanno mai fatto, pur non avendo abbandonato il padre né essendo stati abbandonati. Non gli è stato consentito, poiché la natura di questo scambio dipende dal rapporto che si instaura col padre. Nei tempi antichi, quando vigevano austere norme sociali e rigidi metodi educativi, doveva essere addirittura inammissibile che un padre si concedesse ai giochi del figlio.

Una delle qualità principali delle canzoni, il motivo stesso per cui la musica è così importante delle nostre vite, è che a volte capita che un disco, una voce, una melodia, e la nostra percezione, il nostro carattere, il nostro sentimento del vivere o il sentimento che ci attraversa in un preciso istante della nostra esistenza, si dispongono sul medesimo asse.

È possibile che anche solo l’idea della morte abbia un effetto benefico sul mio corpo e sulla mia psiche? La morte è l’unico unguento in grado di curare il mio male? Davvero la morte è al contempo il male e il rimedio?

Un’ora – il farmaco è puntuale – poi lo schianto.

…di come solo il toccare la schiena di mio figlio addormentato mi abbia infine salvato dal proposito, rigettandomi violentemente sulla superficie della Terra, il luogo che io avevo mestamente abbandonato, …

Lo stesso problema, ossia la fatica nel parlare, nel capire, nel decifrare, io ce l’ho più o meno con tutti.

Se devo fare una telefonata, ho bisogno di quei trenta secondi in cui fronteggiare me stesso, la mia congenita convinzione che disturberò la persona che sto per
chiamare, che non sarò in grado di apparire disinvolto nella conversazione, …

Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza. Perciò mi capitano situazioni di questo tipo, per ricordarmi chi sono, o meglio, cosa non sono.

La mattina dopo

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I primi giorni sono come una corrente a cui non si riesce a sfuggire: non fai che pensare a quello che hai perso.

Non esiste una scala di dolore, della sofferenza e del vuoto, niente può essere giudicato o paragonato, esiste però per tutti la mattina dopo, che può essere quella in cui provi a difenderti e a proteggerti o quella in cui inizi a naufragare.

“Nella vita c’è un unico segreto” ripete spesso. “Bisogna vedere la bottiglia mezza piena, perchè la vita è fatta di cose belle e di dolori, e di dolori ne abbiamo avuti tanti, ma se ci fossimo fermati lì sarebbe davvero finita”

…sanno che piangersi addosso non è una cura e fanno quello che è necessario fare con convinzione.

“[…]. Se mi chiedi di cosa mi preoccupi ogni mattina ti rispondo in modo semplice, forse banale: sorridere e far sorridere. Tutto è precario, dobbiamo essere qualcosa”. Poi mi regala una frase di Charles Bukowski che gli sembra spieghi tutto definitivamente: “Siamo sottili come carta. Viviamo sul filo delle percentuali, temporaneamente. E questo è il bello e il brutto, il fattore tempo. E non ci si può fare niente”.

…c’è più volte il momento della fine, quello in cui l’equilibrio si rompe, ma ogni volta il giorno dopo impone di fare i conti con la nuova realtà e ripartire diversi.

…perchè dovremmo fare le cose per bene, con grande cura, se nessuno ce lo chiede, se farle in fretta sembra l’unico valore? Mi viene solo una risposta: per noi stessi.

…penso che le cose che mi stanno a cuore me le devo ricordare, non le devo affidare a un foglio.

Così sono andato a incontrare quell’uomo che non aveva più nulla dei suoi 20 anni. Dovevo farlo. Adesso, il mio giorno dopo era finito davvero.

Perduti nei Quartieri Spagnoli

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“Ma perchè sei venuto a Napoli?”. […] Napoli non era mai una scelta. Era un regalo che ti veniva imposto con le spalle al muro, una questione di nascita o di destino.

“Allora dimmi tu , Angelo, che hai la faccia come il culo, pure che supero l’esame, a che cazzo mi serve nella vita?” “E’ la conoscenza, Tonino” dissi. “ Mica deve essere in funzione di qualcos’altro.”

“Ma tu sei comunista” intervenne Angelo. “Che cazzo te ne devi fare dei soldi?”

“abusivo”, a Napoli un termine strausato e sempre libero da pregiudizi morali. L’abusivo non era tanto un intruso, quanto un precario.

Napoli non la capivo, non veramente. Mi mancava una visione d’insieme, un inquadramento più ampio, una vera mappa. In queato senso, Napoli non era un po’ come i Quartieri spessi? Soltanto in apparenza facile da districare, ma in realtà dotata di una logoca misteriosa che la rendeva una matassa impossibile da sbrogliare.

Per gli abitanti dei Quartieri Spagnoli, urlare era parlare. L’intimità auditiva era costante.

Secolo dopo secolo, a Napoli non cabiava mai niente. E stavo cominciando a sospettare che quella strana malinconia, che forse era unicamente napoletana, fosse la consapevolezza che, qualunque cosa succeda, la vita va avanti.

Non c’era un solo albero nei Quartieri Spagnoli, né molta luce, con cui misurare il cambio di stagione. La trasformazione si notava piuttosto dai bamchi del fruttivendolo, dai meloni tramitati in zucche, le prugne in cachi. Si notava dall’abbigliamento delle casalinghe nei bassi: non più zoccoli di legno e stoffe leggere in tinte pastello, ma ciabatte imbottite e sformati cardigan dai colori della terra.

A Napoli eravamo sempre un passo indietro, incurabilmente intrappolati in un ieri fatto di anziana magia, di scienza del sangue. Che cazzo ci facevo ancora là?

…Napoli, questa città di merda, che smarriva e dava emozioni troppo forti.

Perchè ora, dall’alto, riuscivo a vedere Napoli per come la vedeva il resto del mondo. Non pericolosa, smoderata o bella da far perdere la testa, ma semplicemente scivolata nel passato. Sparita. Dimenticata.

In quella fuga verso il pianerottolo, mi sforzai di non far scappare un sorriso per quell’aspetto tragicomico di Napoli che solo adesso, dopo tanti anni, mi sembrò di vedere. Per la quantità di furia, la quantità di passione, sprecata su ciò che erano in effetti ostacoli sormontabili, se non banali.