Storie di luoghi raggiunti “Senza volo”

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A volte, anche durante un cammino breve, nel limitato spazio che si impegna per colmare una distanza minuta, anche tra una fermata e l’altra del percorso di un mezzo pubblico che attraversa il cuore della città in cui si vive, si può celare l’ipotesi di un viaggio e scoprire che è possibile approdare.

Il mondo… appare come un’infinita biblioteca e ciascun luogo un libro. E se Borges diceva di non avere letto molto, quando pensava alla vastità delle biblioteche, così, allo stesso modo, ciascun viaggiatore pare perdersi di fronte alla vastità del mondo.

Anche ora che il viaggio sulla strada ha perso quel qualcosa di ingenuo e pionieristico, ancora molti finiscono prima o poi per salire su un bus. Per cercare quel qualcosa che pare più facile trovare lontano da se.

Forse anche lui cercava di sentire il rumore dei propri passi. Forse anche lui cercava di fare in modo che l’anima trovasse il corpo.

A ogni viaggio pare che ci si risvegli da una specie di torpore. Tutte le volte che si lascia il cunicolo della quiete domestica, si acuiscono i nostri sensi, e pare quasi di risvegliarsi e riacquistare la percezione che prima si era perduta. Ad ogni viaggio si ha quasi la sensazione di stare per uscire da una sorta di convalescenza che progredisce via via che si giunge in un luogo o poi in un altro. Alla fine del viaggio però, quando si ritorna nei luoghi abitati di consueto, è come se si ricadesse d’improvviso in quello da cui, come d’incanto, si era usciti. Il sonno, quella specie di torpore domestico, torna a velare il mondo che sta poco distante da noi e pare privo della stessa vitalità appena lasciata alle spalle. Il viaggio si direbbe uno staio di risveglio passeggero. Un modo per intravedere la realtà senza alcun velo.

Non c’è mai modo di decidere prima quel che poi si ricorderà. I ricordi hanno un che di imponderabile e imprevedibile. Così quando si parte per un viaggio, pure se si ha sempre quel desiderio di riportare con se’ un ricordo speciale, non c’è mai modo di sapere quale sarà, ne’ se ce ne sarà poi uno.

Quando si va a piedi si è deposta la corazza. Il contatto con le pieghe e le rugosità della terra è diretto. Non c’è più alcuna parete di aereo, treno, nave o pullman a fare da intercapedine con la realtà. Quando si va a piedi, si è a contatto diretto con la natura […], così la natura si lascia avvicinare fino quasi a svelare il suo aspetto più segreto e insopportabilmente fragile.

L’enigma di cosa sia giusto mettere dentro uno zaino si presenta, almeno per alcuni, quasi come irrisolvibile. Così, si sta fermi, a lungo, a guardare gli oggetti che, su un letto, sul pavimento e su un tavolo, stanno immobili al pari di animali domestici nell’attesa del cenno del padrone per la passeggiata quotidiana.

Verso la fine del viaggio a piedi, Tolstoj che sapeva quanto fosse difficile liberarsi del peso dei propri pensieri, si accontentò di un sollievo più accessibile all’uomo. Dopo aver provato una trattenuta e inesorabile invidia, per un tipo che gli passò davanti con una minuscola borsetta, acconsentì a lasciare lo zaino che pesava sedici chili su un carretto condotto da un giovane e una vecchietta, per proseguire, finalmente leggero, verso la meta.

Al pari dei materiali magnetici, che attirano a se’ piccoli frammenti di ferro, alcune città, certi precipizi sugli oceani, alcune terre aride, riescono più di altre nell’impresa di condurre i passi dei viaggiatori verso di se’.

Camminare con Thoreau

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Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento, se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.

…è, il camminare di cui parlo, l’impresa stessa, l’avventura della giornata.

Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio.

Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso.

La speranza e il futuro per me non sono nei prati e nei campi coltivati, non sono nei villaggi e nelle città, ma nelle paludi mobili e impervie.

Lo so , penserete che sono perverso…

Nel deserto l’aria pura e la solitudine compensano la mancanza di acqua e di fertilità.

Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in cerca della foresta più buia, della palude più fitta e più impenetrabile e, a occhi cittadini, più tetra.

Non tutti gli uomini sono in grado di adattarsi in ugual misura alla civiltà; e se la maggioranza, come cani e pecore, ha una naturale disposizione alla remissività, non è un motivo per soggiogare la natura degli altri al punto di ridurli allo stesso livello.

Il mio desiderio di conoscere è discontinuo, ma il desiderio di rigenerare la mente in atmosfere sconosciute, esplorando zone non ancora percorse dalle mie gambe. È perenne e costante.

I nostri alati pensieri si sono fatti pollame.

Beato tra i mortali colui che non spreca un istante della propria vita fuggevole rievocando il passato.

Vivere “Controvento”

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Ho conosciuto vite di cui ignoravo l’esistenza. Approfondito quelle di personaggi dei quali pensavo di sapere molto. Mi sono stati svelati i volti di chi conoscevo solo per il contributo lasciato all’umanità. Ho ascoltato le loro musiche, letto stralci delle loro opere.

Federico Pace viaggia nei loro viaggi. Io mi sono lasciato travolgere gustando ogni pagina, vivendo ogni avvenimento, esplorando ogni avventura narrata.

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Oscar capì che alcuni viaggi possono cambiarti la vita.

Il viaggio verso qualcosa che non esisteva, ma che era sul punto di esistere solo perché lui aveva cominciato a pensarci.

Perché dell’altro, del simile e del diverso, dell’amico, non si può fare a meno.

Un’illusione, attraversare quasi l’intero mondo per domandarsi davvero cosa si debba fare di questa insondabile esistenza, maestosa e assurda.

Quando la notte è in viaggio, la mente si fa più lucida, e il paesaggio, invisibile fantasma al di là del finestrino, sembra privare i nostri pensieri di gravità. L’andare , in qualche modo, toglie pesantezza  e lascia che la riflessione ci aiuti a chiarire qualcosa dentro di noi.

Il sonno, spazio misterioso in cui capita di rimanere per alcune incomprensibili ore, non è un luogo in cui, se ci si è già stati, si sa come tornarci. Il sonno è una dimensione, un tempo, a cui si accede senza sapere come. Solo l’attesa e la pazienza sanno come fare. E’ il sonno, semmai, ad aprirsi la strada verso di noi, non possiamo che aspettare.

Per Kafka la notte era senza sonno, era lo spazio in cui l’uomo che si mette a lavoro diventa creatore. Nella notte accedeva a qualcosa d’altro. Non al sonno, non all’innocenza.

Ma ancora una volta il sonno si mostrò come un gatto a cui non si può chiedere di accoccolarsi vicino a te. Si avvicina solo se vuole lui. E se lui non vuole, tu non puoi fare nulla.

Tutto quel viaggio, scrisse Jeanmeret, tutti quei frammenti di mondo, non per rimanere affascinato dall’infinità diversa degli uomini, ma per capire cosa c’è di unico e comune in tutta l’umanità. Era come cercare, nel profondo intimo di una cellula, in quella doppia elica curva, i codici che condividiamo con tutti gli uomini e che ci rendono unici.

E comminarono ancora. Nulla era più come prima. Piano, il cammino sancì un cambiamento, una variazione, uno spostamento di mondo. William era già qualcosa d’altro. Non c’era nulla da dirgli. Niente da suggerirgli. Erano due mondi accostai, dentro i quali accadevano cose diversissime. Lo stesso cammino, gli stessi passi, eppure quella direzione così diversa. L’amore del figlio, la compassione fortissima. Fortissima come il cuore che batteva e lo teneva sveglio la notte. Quegli ultimi passi. Gli ultimi passi. Solo pochi mesi. Il cammino ora non portava più a casa.

Il tempo consuma e trasforma ogni cosa. Tuttavia qualcosa, di ciò che siamo, resta immutato, come una voce profonda che nel cavo di noi stessi continua a cantare una piccola melodia. Il tempo consuma e trasforma. Ma qualcosa, qualcosa che è l’essenza, si perpetua. Così il viaggio, che somiglia al tempo, muta e travolge.

Le lacrime di Nietzsche

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Sai, Sig, forse lo scopo della cura dovrebbe essere proprio quello: liberare la coscienza nascosta, consentirgli di chiedere aiuto alla luce del sole.

Si chiese come possa essere che cose che a mezzogiorno appaiono solari e benevole, alle tre di notte grondino invece di paura.

Credo che le paure non nascano dal buio: sono piuttosto come le stelle, sempre presenti, ma oscurate dalla luce del giorno.

I sogni sono un mistero glorioso che implora di essere capito.

Conosco molti che, non piacendosi, cercano di correggere questo stato di cose convincendo prima gli altri a pensare bene di loro. Una volta riuscitici, cominciano a pensare bene di se stessi. Ma si tratta di una falsa soluzione, significa sottomettersi  all’autorità degli altri.

Voi volete volare, ma non si può cominciare semplicemente mettendosi a farlo. Devo prima insegnarvi a camminare, e il primo passo per imparare a camminare consiste nel capire che chi non obbedisce a se stesso viene governato da altri. E’ più facile, di gran lunga più facile, obbedire a un altro che comandare se stesso.

Collochiamoci su un luogo lontano ed elevato, la vetta di un monte, magari, e osserviamo insieme.

“L’individuo non sceglie consapevolmente le mete della propria vita. Sono un accidente della storia. O no?” “Non impossessarsi del progetto della propria vita significa fare della propria esistenza un accidente.” “Ma nessuno gode di una tale libertà” protestò Breuer. “Non si può uscire dalla prospettiva del proprio tempo, della propria cultura, della propria famiglia”. “Una volta” lo interruppe Nietzsche “ un saggio ebreo consigliò ai propri seguaci di rompere con i genitori al fine di proseguire la perfezione”.

La tensione che avverto qui, al torace, aumenta ogni minuto che passa. Fra un po’ esploderà. Con la ragione non riesco a scacciarla. Ditemi come iniziare! Come posso scoprire un significato che ho nascosto io stesso?

Il tempo non si può infrangere: è il fardello più grave che ci portiamo addosso. E la nostra sfida più grossa è vivere nonostante questo fardello.

Il vostro paradosso, è che vi dedicate alla ricerca della verità, ma non sopportate la vista di ciò che scoprite.

…morì al momento giusto!

“Oggi parlatemi di questa questione del morire al momento giusto”. “Vivendo quando vivete! La morte perde ogni connotazione di terrore se si muore dopo aver consumato la vita!”

“La vostra vita l’avete vissuta? O ne siete stato vissuto? L’avete scelta? O ne siete stato scelto? L’avete amata? O vi è dispiaciuta?”

“Ho vissuto quella che mi è stata assegnata. Io sono stato incastrato in questa vita”.

“Non è come per voi… per me è troppo tardi! Io ho una famiglia, dei dipendenti, degli studenti…non posso cambiare la mia vita: è troppo intrecciata con la trama di altre vite”.

Nietzsche gli prese il braccio “Amico mio, io non posso dirvi come vivere in modo diverso perché, se lo facessi, ancora una volta tu vivresti il disegno di una altro”.

“In questo momento, Friedrich, non amo altro che il pensiero di avere adempiuto al mio dovere nei confronti degli altri” […] “Dovere e fedeltà sono falsità, schermi dietro cui nascondersi. La liberazione di se stesso significa un sacro “no”, anche nei confronti del dovere”[…]. “Devi imparare a conoscere il tuo lato cattivo”.

“Per costruire figli devi prima costruire te stesso”.

Farsi carico delle responsabilità altrui: è proprio lì la trappola, per me come per loro.

“…dobbiamo vivere come se fossimo liberi. Anche se non possiamo sfuggire al fato, tuttavia dobbiamo prenderlo a testate: dobbiamo volere che il nostro destino si realizzi. Dobbiamo amare il nostro fato”.

“…il vero nemico sono “le divoranti fauci del tempo”. Tuttavia, non so bene come, nei confronti di queste fauci non mi sento inerme. Oggi , forse per la prima volta, mi sembra di volere la mia vita”.

“Ogni individuo deve scegliere la verità che è in grado di tollerare”.

“…ora so che la chiave al vivere bene è prima di tutto volere ciò che è necessario e poi amare ciò che si è voluto”.

Continuare a danzare, finche’ ci sarà musica.

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Fare quel lavoro era come spalare la neve. Nevicava? E io ero lì pronto con la mia pala, a liberare le strade, in modo rapido ed efficiente. Non avevo nessuna ambizione o aspettativa. Mi limitavo a sbrigare in modo sistematico i lavori che mi arrivavano, uno dopo l’altro. Francamente, ogni tanto non potevo fare a meno di chiedermi se non stavo sprecando la mia vita.

Il buio aveva assorbito il mio corpo, e io non ero che un ectoplasma sospeso a mezz’aria. Senza più corpo, e senza nessun altro punto di riferimento nello spazio. Vagavo nel nulla più totale, su quella strana linea di confine tra incubo e realtà.

Fondamentalmente agli uomini piace ammazzarsi a vicenda. E così si ammazzano finché non ne hanno avuto abbastanza. Quando sono stanchi, per un po’ si riposano. Poi ricominciano ad ammazzarsi. E’ una cosa stabilita. Non ci si può fidare di nessuno, e non cambierà mai. Non c’è niente da fare. Se a qualcuno non piace, l’unica cosa da fare è fuggirsene in un altro mondo.

Non puoi startene seduto a pensare. Se no non arriverai a niente. Capisci? -Capisco, dissi. – Ma cosa devo fare, allora? –Danzare, rispose . –Continuare a danzare, finche’ ci sarà musica. Capisci quello che sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra.

Tutt’a un tratto mi ricordai dell’uomo pecora. Anche in questo momento lui esiste, pensai. In una zona di alterazione spazio-temporale dentro quell’albergo. Sì, lui è presente. Cerca di farmi capire qualcosa. Ma non funziona. Io non riesco a captare il messaggio. E’ troppo veloce. La mia testa è intorpidita e non riesco a decifrare la scritta.

Da dove cominciare? Non c’era un vero punto di partenza. Ero schiacciato contro un muro altissimo, circondato da pareti lucide e scivolose come specchi. Non sapevo dove mettere le mani, non c’era nessun appiglio. Ero disorientato.

Sognava che la perfezione divorasse l’imperfezione. Per lei questo era l’amore… Per me l’amore era un puro concetto dotato di un corpo inadeguato, che passando attraverso cavi sotterranei, linee telefoniche eccetera, riesce faticosamente a trovare il contatto. Una cosa terribilmente imperfetta. A volte ci sono errori di trasmissione. A volte non si conosce il numero. A volte ti chiamano, ma hanno sbagliato numero. Non c’è niente da fare. Finche’ vivremo in questo corpo, sarà così. Ho cercato di spiegarglielo. Infinite volte. Ma un giorno lei se ne è andata. Può darsi che io, col mio elogio dell’imperfezione, l’abbia incoraggiata.

Se si fanno le cose mettendoci amore, quell’amore ti ritorna. Sei hai un atteggiamento positivo alla vita, la tua vita sarà più piacevole. –Di più non si può? –Di più noi non possiamo. Poi entra in gioco la fortuna.

Tutti noi viviamo in un continuo movimento e tutto quello che ci circonda si trasforma di conseguenza, e prima o poi dovrà sparire. E’ un processo inevitabile. Non c’è niente di duraturo. Le cose restano nella coscienza , ma spariscono dal mondo della realtà.

Nel segno della pecora, nel segno di Murakami

20170610_091730Quando l’orologio batté le due, sentii due colpi contro la porta. [ ] Aprii, e vidi l’uomo-pecora. A un paio di metri di distanza, stava osservando la cassetta della posta come fosse una cosa rara, poco interessato sia alla porta che a me. Era alto forse un metro e cinquanta, poco più della cassetta. Aveva la schiena curva e le gambe storte.   [ ] Aveva addosso una pelle di pecora che lo ricopriva tutto dal collo in giù, e che si adattava perfettamente al suo corpo tozzo. Le parti che rivestivano le braccia e le gambe le aveva confezionate lui, così come il cappuccio che gli nascondeva la testa, ma le corna ricurve che spuntavano in cima erano vere.

 

Cercai la sua figura nello specchio. Non c’era! Nello specchio l’uomo-pecora non esisteva!  [ ] Nel mondo dello specchio ero l’unico essere vivente. Sentii un brivido freddo corrermi lungo la schiena.

Non c’è sensazione peggiore che svegliarsi al buio. E come se si dovesse ricominciare da capo. All’inizio, quando si aprono gli occhi, si ha l’impressione di vivere l’esistenza di qualcun altro, e ci vuole parecchio tempo prima che a questa subentri la propria. E’ una strana sensazione osservare la propria vita come se fosse quella di un altro.

La debolezza è qualcosa che imputridisce dentro di noi, come una cancrena. Io la sentivo già quando ero adolescente. Per questo ero sempre irritato. [ ] E’ come una malattia ereditaria: sai che ce l’hai, ma non puoi fare nulla per guarire.

E’ una debolezza morale, mentale… è una debolezza dell’esistenza stessa.

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L’uomo-pecora bussa alla porta e non mi stupisco, anzi lo stavo aspettando senza rendermene conto. La potenza di Murakami è tutta qui: far sembrare normale e scontato un avvenimento senza senso. Murakami ha alterato, per sempre, la mia percezione di lettore.

…magari domani resto

Se mentre sei a letto e stai leggendo, senti di doverti alzare a prendere una matita per sottolineare alcuni passi che ti stanno coinvolgendo, allora quel libro è un libro che non dimenticherai.

magari domani resto

“A quelli che resistono. E tirano avanti.” Già dalla dedica del libro ti leghi alla protagonista,  come  fosse una parte di te.

Le cose belle della vita, sient’ a me, quasi sempre ci sopravvivono.

Nennè, non sprecare le tue risate, che domani ti serviranno!

I genitori dovrebbero insegnare a rincorrere le passioni, non i progetti.

Le passioni ti possono regalare anche un pizzico di felicità ogni tanto, i progetti mai. Anzi, spesso te la portano via, la felicità intendo. Perché ti inducono a spostare l’obiettivo sempre un po’ più in là.

Devi cambiare d’animo, non di cielo.

Un “no” ha molta meno forza di un pensaci.

Ogni volta che metto piede nell’appartamento di mia madre mi prende una strana sensazione che non so spiegare, una specie di rabbia mista a compassione, perché alla mia età ancora non ho capito come confrontarmi con una donna tanto diversa da me, eppure tanto uguale. E poi c’è la casa, che è quella dove sono cresciuta, nella quale dovrei sentirmi a casa, per l’appunto, e invece non è così, perché i luoghi che lasciamo cambiano, proprio come cambiano le persone, e quando li rincontri non sono più gli stessi, e allora ti muovi al loro interno con cautela e malinconia, la stessa che provi quando ti capita di incappare in un vecchio amico per strada e ti accorgi che non sai più cosa dirgli.

Non si può spiegare agli altri come vivere, né si può trasmettere la voglia di essere felici. La felicità è una cosa piccola e intima che ti costringe ad averne cura e rispetto anche quando non ti va, quando sei stanco e vorresti solo stravaccarti sul divano. E’ una moglie petulante che ti parla mentre guardi la partita.

…abbiamo quello che ci siamo guadagnati, io, invece, penso che non esiste un dio che distribuisce pene e meriti, è semplicemente la vita, che prende ad alcuni e dà ad altri, come un’onda che si abbatte sula spiaggia e tira via con se una formina conficcata nella sabbia per poi restituirla a un nuovo bambino seduto sulla riva dalla parte opposta della costa.

Ognuno ha il suo passo, e quel passo va rispettato. Chi resta indietro non va né aiutato, né sospinto, solo atteso.

…aspetta, che ad aspettà nun è mai muorto nisciuno.

Si perdona davvero solo quando si smette di amare… Perciò i genitori non li perdoniamo quasi mai.

Se dovessi spiegare cos’è la povertà, e non parlo di miseria, ovvio, risponderei che è proprio quella cosa nella quale a volte nemmeno ti accorgi di trovarti, una condizione abituale dove manca sempre qualcosa di piccolo e non necessariamente fondamentale che ti fa sentire fuori luogo.

Ad affrontare le onde che ce vò, siamo bravi tutti, basta nuotare e seguire la corrente. Il problema è quando passa la tempesta e ti trovi a galleggiare nel mare calmo. Lì devi essere abile a muoverti il meno possibile.

Generalmente è proprio in un brivido che si racchiude tutta la nostra piccola vita. Forse è un istante di pura emozione che dà significato a tutto. E l’attimo dopo sei pronto a ricominciare.

Non so se questa voglia che ho di partire sia reale desiderio di una nuova vita o solo paura di restare. Credo, però, di aver bisogno di un tempo, di aspettare che gli eventi facciano il loro corso, sento la necessità di seguire l’istinto e affidarmi alle piccole cose che in quest’ultimo periodo mi hanno fatto sentire bene.  Sento che qualcosa prima o poi si smuoverà e mi porterà a capire quale strada imboccare. Ormai manca poco al prossimo incrocio.

Dove sta scritto che le cose devono durare per sempre… le cose durano quanto durano. Perciò mi farò bastare quel che sarà, ma in quel che sarà, puoi star certo, metterò tutta me stessa.

“…magari domani resto…”

 

 

 

La tristezza ha il sonno leggero

Marone ha frammentato la mia coscienza e l’ha divisa tra i protagonisti del suo romanzo.

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Ho poi avuto modo di capire che le verità scivolano fuori proprio in un istante di monotonia, quando la stanchezza di un giorno qualunque e sempre uguale ci appare come il peggiore dei mali.

…già allora avevo capito che ci si può sempre rialzare da una caduta finché c’è ancora un sogno di scorta da rincorrere.

Il suo gesto mi lasciò, manco a dirlo, senza parole. A poco più di un anno, Giovanni aveva avuto il coraggio di aprire bocca per dire una cosa diversa da quella che chi gli era di fronte voleva sentirsi dire. Io, per fare lo stesso, ho impiegato qualche decennio in più.

Sai, Erri, ci sono individui che dicono di credere nell’amore, ma non sono disposti a farsi sottrarre una porzione di letto, parlano di condivisione e non accettano di trovare il bagno occupato, si riempiono la bocca di progetti, e poi sbuffano se per caso la televisione è sul canale sbagliato. Grazie a loro ho capito che esistono persone che amano altre persone, e persone che amano solo l’idea di amare altre persone. Con queste ultime si può, al più, fare una cena galante, con le prime, invece, si possono anche spacchettare i cartoni di un trasloco.

L’amore, corrisposto o meno, serve a ricordarti che sei vivo, in mezzo a una marea di morti.

Il destino, in realtà, ci segue sempre un passo indietro e si ciba degli sbagli che lasciamo lungo la strada.

In genere i fuori di zucca sono quelli che hanno il coraggio di vivere sull’orlo, senza rincorrere falsi obiettivi e desideri altrui.

In realtà credo che chi non ha rimpianti non ha mai avuto sogni. Ed è la mancanza di sogni a precludere un bel futuro.

La verità è che tra la speranza e il rimpianto passa un soffio. E in quel soffio trascorriamo gran parte della nostra vita.

Chissà perché nella vita, più si va avanti, più si tende a eliminare qualcosa: prima i baci, poi le carezze, gli abbracci e, infine, le parole. Invece, bisognerebbe aggiungere. Sempre.