Le lacrime di Nietzsche

20170406_103229-picsay

 

Sai, Sig, forse lo scopo della cura dovrebbe essere proprio quello: liberare la coscienza nascosta, consentirgli di chiedere aiuto alla luce del sole.

Si chiese come possa essere che cose che a mezzogiorno appaiono solari e benevole, alle tre di notte grondino invece di paura.

Credo che le paure non nascano dal buio: sono piuttosto come le stelle, sempre presenti, ma oscurate dalla luce del giorno.

I sogni sono un mistero glorioso che implora di essere capito.

Conosco molti che, non piacendosi, cercano di correggere questo stato di cose convincendo prima gli altri a pensare bene di loro. Una volta riuscitici, cominciano a pensare bene di se stessi. Ma si tratta di una falsa soluzione, significa sottomettersi  all’autorità degli altri.

Voi volete volare, ma non si può cominciare semplicemente mettendosi a farlo. Devo prima insegnarvi a camminare, e il primo passo per imparare a camminare consiste nel capire che chi non obbedisce a se stesso viene governato da altri. E’ più facile, di gran lunga più facile, obbedire a un altro che comandare se stesso.

Collochiamoci su un luogo lontano ed elevato, la vetta di un monte, magari, e osserviamo insieme.

“L’individuo non sceglie consapevolmente le mete della propria vita. Sono un accidente della storia. O no?” “Non impossessarsi del progetto della propria vita significa fare della propria esistenza un accidente.” “Ma nessuno gode di una tale libertà” protestò Breuer. “Non si può uscire dalla prospettiva del proprio tempo, della propria cultura, della propria famiglia”. “Una volta” lo interruppe Nietzsche “ un saggio ebreo consigliò ai propri seguaci di rompere con i genitori al fine di proseguire la perfezione”.

La tensione che avverto qui, al torace, aumenta ogni minuto che passa. Fra un po’ esploderà. Con la ragione non riesco a scacciarla. Ditemi come iniziare! Come posso scoprire un significato che ho nascosto io stesso?

Il tempo non si può infrangere: è il fardello più grave che ci portiamo addosso. E la nostra sfida più grossa è vivere nonostante questo fardello.

Il vostro paradosso, è che vi dedicate alla ricerca della verità, ma non sopportate la vista di ciò che scoprite.

…morì al momento giusto!

“Oggi parlatemi di questa questione del morire al momento giusto”. “Vivendo quando vivete! La morte perde ogni connotazione di terrore se si muore dopo aver consumato la vita!”

“La vostra vita l’avete vissuta? O ne siete stato vissuto? L’avete scelta? O ne siete stato scelto? L’avete amata? O vi è dispiaciuta?”

“Ho vissuto quella che mi è stata assegnata. Io sono stato incastrato in questa vita”.

“Non è come per voi… per me è troppo tardi! Io ho una famiglia, dei dipendenti, degli studenti…non posso cambiare la mia vita: è troppo intrecciata con la trama di altre vite”.

Nietzsche gli prese il braccio “Amico mio, io non posso dirvi come vivere in modo diverso perché, se lo facessi, ancora una volta tu vivresti il disegno di una altro”.

“In questo momento, Friedrich, non amo altro che il pensiero di avere adempiuto al mio dovere nei confronti degli altri” […] “Dovere e fedeltà sono falsità, schermi dietro cui nascondersi. La liberazione di se stesso significa un sacro “no”, anche nei confronti del dovere”[…]. “Devi imparare a conoscere il tuo lato cattivo”.

“Per costruire figli devi prima costruire te stesso”.

Farsi carico delle responsabilità altrui: è proprio lì la trappola, per me come per loro.

“…dobbiamo vivere come se fossimo liberi. Anche se non possiamo sfuggire al fato, tuttavia dobbiamo prenderlo a testate: dobbiamo volere che il nostro destino si realizzi. Dobbiamo amare il nostro fato”.

“…il vero nemico sono “le divoranti fauci del tempo”. Tuttavia, non so bene come, nei confronti di queste fauci non mi sento inerme. Oggi , forse per la prima volta, mi sembra di volere la mia vita”.

“Ogni individuo deve scegliere la verità che è in grado di tollerare”.

“…ora so che la chiave al vivere bene è prima di tutto volere ciò che è necessario e poi amare ciò che si è voluto”.

Continuare a danzare, finche’ ci sarà musica.

20170912_102512-picsay

 

Fare quel lavoro era come spalare la neve. Nevicava? E io ero lì pronto con la mia pala, a liberare le strade, in modo rapido ed efficiente. Non avevo nessuna ambizione o aspettativa. Mi limitavo a sbrigare in modo sistematico i lavori che mi arrivavano, uno dopo l’altro. Francamente, ogni tanto non potevo fare a meno di chiedermi se non stavo sprecando la mia vita.

Il buio aveva assorbito il mio corpo, e io non ero che un ectoplasma sospeso a mezz’aria. Senza più corpo, e senza nessun altro punto di riferimento nello spazio. Vagavo nel nulla più totale, su quella strana linea di confine tra incubo e realtà.

Fondamentalmente agli uomini piace ammazzarsi a vicenda. E così si ammazzano finché non ne hanno avuto abbastanza. Quando sono stanchi, per un po’ si riposano. Poi ricominciano ad ammazzarsi. E’ una cosa stabilita. Non ci si può fidare di nessuno, e non cambierà mai. Non c’è niente da fare. Se a qualcuno non piace, l’unica cosa da fare è fuggirsene in un altro mondo.

Non puoi startene seduto a pensare. Se no non arriverai a niente. Capisci? -Capisco, dissi. – Ma cosa devo fare, allora? –Danzare, rispose . –Continuare a danzare, finche’ ci sarà musica. Capisci quello che sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra.

Tutt’a un tratto mi ricordai dell’uomo pecora. Anche in questo momento lui esiste, pensai. In una zona di alterazione spazio-temporale dentro quell’albergo. Sì, lui è presente. Cerca di farmi capire qualcosa. Ma non funziona. Io non riesco a captare il messaggio. E’ troppo veloce. La mia testa è intorpidita e non riesco a decifrare la scritta.

Da dove cominciare? Non c’era un vero punto di partenza. Ero schiacciato contro un muro altissimo, circondato da pareti lucide e scivolose come specchi. Non sapevo dove mettere le mani, non c’era nessun appiglio. Ero disorientato.

Sognava che la perfezione divorasse l’imperfezione. Per lei questo era l’amore… Per me l’amore era un puro concetto dotato di un corpo inadeguato, che passando attraverso cavi sotterranei, linee telefoniche eccetera, riesce faticosamente a trovare il contatto. Una cosa terribilmente imperfetta. A volte ci sono errori di trasmissione. A volte non si conosce il numero. A volte ti chiamano, ma hanno sbagliato numero. Non c’è niente da fare. Finche’ vivremo in questo corpo, sarà così. Ho cercato di spiegarglielo. Infinite volte. Ma un giorno lei se ne è andata. Può darsi che io, col mio elogio dell’imperfezione, l’abbia incoraggiata.

Se si fanno le cose mettendoci amore, quell’amore ti ritorna. Sei hai un atteggiamento positivo alla vita, la tua vita sarà più piacevole. –Di più non si può? –Di più noi non possiamo. Poi entra in gioco la fortuna.

Tutti noi viviamo in un continuo movimento e tutto quello che ci circonda si trasforma di conseguenza, e prima o poi dovrà sparire. E’ un processo inevitabile. Non c’è niente di duraturo. Le cose restano nella coscienza , ma spariscono dal mondo della realtà.

Nel segno della pecora, nel segno di Murakami

20170610_091730Quando l’orologio batté le due, sentii due colpi contro la porta. [ ] Aprii, e vidi l’uomo-pecora. A un paio di metri di distanza, stava osservando la cassetta della posta come fosse una cosa rara, poco interessato sia alla porta che a me. Era alto forse un metro e cinquanta, poco più della cassetta. Aveva la schiena curva e le gambe storte.   [ ] Aveva addosso una pelle di pecora che lo ricopriva tutto dal collo in giù, e che si adattava perfettamente al suo corpo tozzo. Le parti che rivestivano le braccia e le gambe le aveva confezionate lui, così come il cappuccio che gli nascondeva la testa, ma le corna ricurve che spuntavano in cima erano vere.

 

Cercai la sua figura nello specchio. Non c’era! Nello specchio l’uomo-pecora non esisteva!  [ ] Nel mondo dello specchio ero l’unico essere vivente. Sentii un brivido freddo corrermi lungo la schiena.

Non c’è sensazione peggiore che svegliarsi al buio. E come se si dovesse ricominciare da capo. All’inizio, quando si aprono gli occhi, si ha l’impressione di vivere l’esistenza di qualcun altro, e ci vuole parecchio tempo prima che a questa subentri la propria. E’ una strana sensazione osservare la propria vita come se fosse quella di un altro.

La debolezza è qualcosa che imputridisce dentro di noi, come una cancrena. Io la sentivo già quando ero adolescente. Per questo ero sempre irritato. [ ] E’ come una malattia ereditaria: sai che ce l’hai, ma non puoi fare nulla per guarire.

E’ una debolezza morale, mentale… è una debolezza dell’esistenza stessa.

20170520_172856-picsay

L’uomo-pecora bussa alla porta e non mi stupisco, anzi lo stavo aspettando senza rendermene conto. La potenza di Murakami è tutta qui: far sembrare normale e scontato un avvenimento senza senso. Murakami ha alterato, per sempre, la mia percezione di lettore.

…magari domani resto

Se mentre sei a letto e stai leggendo, senti di doverti alzare a prendere una matita per sottolineare alcuni passi che ti stanno coinvolgendo, allora quel libro è un libro che non dimenticherai.

magari domani resto

“A quelli che resistono. E tirano avanti.” Già dalla dedica del libro ti leghi alla protagonista,  come  fosse una parte di te.

Le cose belle della vita, sient’ a me, quasi sempre ci sopravvivono.

Nennè, non sprecare le tue risate, che domani ti serviranno!

I genitori dovrebbero insegnare a rincorrere le passioni, non i progetti.

Le passioni ti possono regalare anche un pizzico di felicità ogni tanto, i progetti mai. Anzi, spesso te la portano via, la felicità intendo. Perché ti inducono a spostare l’obiettivo sempre un po’ più in là.

Devi cambiare d’animo, non di cielo.

Un “no” ha molta meno forza di un pensaci.

Ogni volta che metto piede nell’appartamento di mia madre mi prende una strana sensazione che non so spiegare, una specie di rabbia mista a compassione, perché alla mia età ancora non ho capito come confrontarmi con una donna tanto diversa da me, eppure tanto uguale. E poi c’è la casa, che è quella dove sono cresciuta, nella quale dovrei sentirmi a casa, per l’appunto, e invece non è così, perché i luoghi che lasciamo cambiano, proprio come cambiano le persone, e quando li rincontri non sono più gli stessi, e allora ti muovi al loro interno con cautela e malinconia, la stessa che provi quando ti capita di incappare in un vecchio amico per strada e ti accorgi che non sai più cosa dirgli.

Non si può spiegare agli altri come vivere, né si può trasmettere la voglia di essere felici. La felicità è una cosa piccola e intima che ti costringe ad averne cura e rispetto anche quando non ti va, quando sei stanco e vorresti solo stravaccarti sul divano. E’ una moglie petulante che ti parla mentre guardi la partita.

…abbiamo quello che ci siamo guadagnati, io, invece, penso che non esiste un dio che distribuisce pene e meriti, è semplicemente la vita, che prende ad alcuni e dà ad altri, come un’onda che si abbatte sula spiaggia e tira via con se una formina conficcata nella sabbia per poi restituirla a un nuovo bambino seduto sulla riva dalla parte opposta della costa.

Ognuno ha il suo passo, e quel passo va rispettato. Chi resta indietro non va né aiutato, né sospinto, solo atteso.

…aspetta, che ad aspettà nun è mai muorto nisciuno.

Si perdona davvero solo quando si smette di amare… Perciò i genitori non li perdoniamo quasi mai.

Se dovessi spiegare cos’è la povertà, e non parlo di miseria, ovvio, risponderei che è proprio quella cosa nella quale a volte nemmeno ti accorgi di trovarti, una condizione abituale dove manca sempre qualcosa di piccolo e non necessariamente fondamentale che ti fa sentire fuori luogo.

Ad affrontare le onde che ce vò, siamo bravi tutti, basta nuotare e seguire la corrente. Il problema è quando passa la tempesta e ti trovi a galleggiare nel mare calmo. Lì devi essere abile a muoverti il meno possibile.

Generalmente è proprio in un brivido che si racchiude tutta la nostra piccola vita. Forse è un istante di pura emozione che dà significato a tutto. E l’attimo dopo sei pronto a ricominciare.

Non so se questa voglia che ho di partire sia reale desiderio di una nuova vita o solo paura di restare. Credo, però, di aver bisogno di un tempo, di aspettare che gli eventi facciano il loro corso, sento la necessità di seguire l’istinto e affidarmi alle piccole cose che in quest’ultimo periodo mi hanno fatto sentire bene.  Sento che qualcosa prima o poi si smuoverà e mi porterà a capire quale strada imboccare. Ormai manca poco al prossimo incrocio.

Dove sta scritto che le cose devono durare per sempre… le cose durano quanto durano. Perciò mi farò bastare quel che sarà, ma in quel che sarà, puoi star certo, metterò tutta me stessa.

“…magari domani resto…”

 

 

 

La tristezza ha il sonno leggero

Marone ha frammentato la mia coscienza e l’ha divisa tra i protagonisti del suo romanzo.

20170307_214642-01

Ho poi avuto modo di capire che le verità scivolano fuori proprio in un istante di monotonia, quando la stanchezza di un giorno qualunque e sempre uguale ci appare come il peggiore dei mali.

…già allora avevo capito che ci si può sempre rialzare da una caduta finché c’è ancora un sogno di scorta da rincorrere.

Il suo gesto mi lasciò, manco a dirlo, senza parole. A poco più di un anno, Giovanni aveva avuto il coraggio di aprire bocca per dire una cosa diversa da quella che chi gli era di fronte voleva sentirsi dire. Io, per fare lo stesso, ho impiegato qualche decennio in più.

Sai, Erri, ci sono individui che dicono di credere nell’amore, ma non sono disposti a farsi sottrarre una porzione di letto, parlano di condivisione e non accettano di trovare il bagno occupato, si riempiono la bocca di progetti, e poi sbuffano se per caso la televisione è sul canale sbagliato. Grazie a loro ho capito che esistono persone che amano altre persone, e persone che amano solo l’idea di amare altre persone. Con queste ultime si può, al più, fare una cena galante, con le prime, invece, si possono anche spacchettare i cartoni di un trasloco.

L’amore, corrisposto o meno, serve a ricordarti che sei vivo, in mezzo a una marea di morti.

Il destino, in realtà, ci segue sempre un passo indietro e si ciba degli sbagli che lasciamo lungo la strada.

In genere i fuori di zucca sono quelli che hanno il coraggio di vivere sull’orlo, senza rincorrere falsi obiettivi e desideri altrui.

In realtà credo che chi non ha rimpianti non ha mai avuto sogni. Ed è la mancanza di sogni a precludere un bel futuro.

La verità è che tra la speranza e il rimpianto passa un soffio. E in quel soffio trascorriamo gran parte della nostra vita.

Chissà perché nella vita, più si va avanti, più si tende a eliminare qualcosa: prima i baci, poi le carezze, gli abbracci e, infine, le parole. Invece, bisognerebbe aggiungere. Sempre.

Uomini senza donne

20160916_082544-picsay

Tutto quel che possiamo fare è cercare di sopravvivere, mandare giù e andare avanti.

“Allora dobbiamo recitare?”

“Si, più o meno è così”         (Drive my car)

 

E’ quel profondo senso di perdita che ti assale quando devi separarti dalla donna amata, dopo averla incontrata ed esserti unito a lei. Quella fatica che fai a respirare. Se ci pensa, è un sentimento che è rimasto uguale da più di mille anni. Ed io che fino ad oggi non avevo mai provato personalmente questa emozione, in quanto essere umano non ero completo.            (Organo indipendente)

 

Ma la prospettiva davvero insopportabile per lui, più che la preclusione dell’atto sessuale in sé, era di non poter più passare insieme a loro momenti d’intimità. Perdere le donne in conclusione significa proprio questo. Perché le donne offrivano un tempo speciale che annullava la realtà, pur restandovi immerse. Era qualcosa che Shahrazad gli aveva regalato in quantità generosa, eppure inestinguibile. Per Habara, dover rinunciare un giorno a tutto questo era forse la più penosa delle prospettive.            (Shahrazad)

 

E al mondo c’era una quantità impressionante di cose da ricordare. Ma se fosse diventato un pesce o un girasole, invece che un essere umano, forse non avrebbe conosciuto quella strana sensazione che gli scaldava il cuore. Così gli sembrava. Rimase per molto tempo seduto a occhi chiusi. Assaporava tranquillamente quel calore, come una persona accanto a un falò.            (Samsa innamorato)

 

E’ facilissimo diventare “uomini senza donne”. Basta che tu ami profondamente una donna, e lei a un cerco punto se ne va.

E una volta che lo sei diventato, la loro solitudine ti si attacca addosso per sempre, è un colore che ti entra dentro, come una macchia di vino su un tappeto chiaro. Farla sparire è un lavoro improbo. Col tempo può darsi che sbiadisca, ma almeno finchè respiri resterà lì, indelebile.          (Uomini senza donne)

 

La tentazione di essere felici

20160811_103007-picsayE poi c’è Napoli…”

“Mi ero dimenticato che la vita è come questa città, un abbaglio. Tutte queste luci, i sorrisi della gente, le bancarelle, i carretti dello zucchero filato, le biciclette che strombazzano, la luna che si riflette in acqua e illumina Capri in lontananza sono ben poca cosa rispetto al silenzio dei tanti viali sporchi e dimenticati, di fronte al lamento dei vicoli che trasudano violenza, davanti agli sguardi spauriti di chi ancora non ha capito come confrontarsi con l’altra faccia della città.”

“Le madri, spesso, ritengono che l’amore donato debba tornare loro in qualche modo. Una specie di ricatto, insomma.”

“Mi piace chi combatte ogni giorno per essere felice.”

Enzo Biagi, per caso.

Enzo Biagi
Ritratto fotografato nella redazione del Corriere della Sera

A Firenze, sotto la stazione, c’è un posto dove puoi comprare libri. Non una libreria, ma una sorta di stand con la vetrina, dove si illuminano gli occhi di chi apprezza libri fotografici, di architettura e cose strane. In uno scatolone ho scovato un libro che sembrava non meritare attenzione. Quando l’ho visto con la copertina rossa, le scritte 20160703_211336-picsaygialle e tutte le pagine macchiate dal tempo, ho avuto un sussulto: ENZO BIAGI “Senza dire arrivederci”. L’avevo dimenticato, me ne sono vergognato. Tanti anni senza leggere Enzo Biagi.

E’ lui che mi ha raccontato l’Italia di mio nonno e di mio padre. E’ lui che mi ha aperto gli occhi sull’Italia della mia adolescenza. Ricominciare a leggere Biagi è stato come tornare a casa dopo un lungo viaggio. Ho ritrovato la narrazione piena di nostalgia nel ricordare gli avvenimenti della vita sua e degli altri. L’eleganza nel porre domande scomode. La maniacale e malinconica descrizione dei luoghi e dei personaggi. L’immediatezza con la quale Biagi riusciva a farsi capire da tutti.

Credo sia di Biagi il primo libro che ho letto: “Mille camere”, quelle degli alberghi frequentati duranti i suoi reportage da tutto il mondo. Nelle prime pagine del libro c’è una citazione: “E’ giunto il tempo di sciogliere le vele” ed io ho cominciato a sognare.