A occhi aperti

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Steve McCurry

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Poi lo incontri […], capisci che per cogliere l’attimo perfetto è dovuto scendere fino in fondo, nel mondo della fatica e della sofferenza.

“Alla fine ho capito che l’unico modo per lavorare era entrare in quel fiume marrone con le mie scarpe da tennis.”.

“Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. […]: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo”.

“… mentre cammini devi reagire velocemente, le cose ci sono e basta, in quei momenti non c’è bisogno di nessuna ricerca e di nessuna attesa. Cogli l’attimo e basta”.

 

Josef Koudelka

Invasion-68-Prague-Josef-Koudelka-palermoKoudelka racconta soltanto quello che ricorda con certezza, e prima di parlare controlla il libro: ”Sono passati quaranta anni e non ti puoi fidare della memoria, ma delle foto si, ti puoi fidare”.

“Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco”.

 

Don McCullin

3-McC“…fammi dire subito una cosa: io non sono un’artista, sono un fotografo.”

In quei giorni si diede una regola che avrebbe seguito per tutta la vita: “Bisogna sempre restituire, dare qualcosa in cambio quando si è in una situazione da cui si sta solo prendendo”. [… ] …arriva un momento in cui bisogna dare qualcosa in cambio per ottenere rispetto.”

“Fotografare le guerre significa rubare il dolore di altre persone.”

 

Elliott Erwitt

-76/26Per me il mondo è sempre uguale, sono un uomo di Neanderthal per cui l’informazione è ancora una cosa antica e lenta, dai tempi lunghi, in cui le cose si scoprono solo il giorno dopo a colazione”.

Nell’era digitale che senso hanno ancora i fotografi? […]: “Tutti possono avere una matita e un pezzo di carta, ma pochi sono i poeti”.

 

Paul Fusco

paul-fusco“…avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto mi fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio”.

Mentre si chiude l’ascensore ribadisce la sua lezione: “Non buttare via niente, tieni tutto quello che scrivi, può sempre servire, chissà magari tra quaranta anni”.

 

Alex Webb

San Ysidro, California, 1979

…si definisci fotografo di strada e non un fotoreporter: “Io comincio sempre camminando per le strade e lasciandomi guidare dalle esperienze con la macchina fotografica, senza preconcetti in testa.”.

 

 

 

Gabriele Basilico

000497F7-beirut-rasa-al-suolo-dalla-guerragabriele-basilico“…per me era diventata un’ossessione, una passione totalizzante che si mangiava tutto il mio tempo e mi fece anche perdere gli amici”. Ma non ha nessun rimpianto: “ Mi ero dato una specie di missione, testimoniare come lo spazio urbano si modifica”.

“Mi chiedi che fotografo sono? […] – Bene, io sono un misuratore di spazi. Arrivo in un luogo e comincio a muovermi come un rabdomante: non cerco acqua ma un punto di vista”.

 

Abbas

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“Per riuscire a fotografare e a funzionare devi essere capace di mettere un muro, una tenda, insomma una barriera alle emozioni, che divida e gli eventi che stai seguendo. Ma se tu pensi di esserti salvato ti sbagli, stai solo immagazzinando tutto nel tuo subconscio e poi arriverà il momento in cui tutto tornerà a galla”.

 

 

 

Paolo Pellegrin

pellegrin-fotografiaMa in questo approccio “sfocato” c’è anche un rispetto per le vittime: “Il pudore di fronte al dolore l’ho sempre avuto, sto un passo indietro, ma con gli anni e l’esposizione continua alla sofferenza questo processo di distanziamento si è accentuato: oggi sto due passi indietro e lo sguardo si fa più discreto.”

Sono cambiate le cose dentro di me, pensi a una figlia e ti senti responsabile, un effetto che non ti fanno mogli, compagne, genitori. Il rischio di dare dolore non mi aveva mai davvero fermato. Luna si, perché la sua vita dipende da me e discende da me”.

 

Sebastiao Salgado

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“…io scrivo con la macchina fotografica, è la lingua che ho scelto per esprimermi e la fotografia è tutta la mia vita”.

 

 

La strada / Cormac McCarthy

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Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: SE NON è LUI IL VERBO DI Dio allora Dio non ha mai parlato.

Poi  si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.

E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?

Si, certo che puoi.

Tu cosa faresti se io morissi?

Se tu morissi vorrei morire anch’io.

Per poter stare con me?

Si. Per poter stare con te.

Ok.

Se solo il mio cuore fosse di pietra.

Si. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quello che vorremmo dimenticare.

Guardati intorno. Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l’assenza di qualsiasi tempo.

Ce la caveremo, vero, papà?

Si. Ce la caveremo.

E non ci succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Si. Perché noi portiamo il fuoco.

Uscì fuori nella luce livida, rimase li in piedi e per un attimo vide l’assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L’oscurità implacabile. […]. Il vuoto nero e schiacciante dell’universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli.

Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno.

Anche se vedevano mondi diversi sapevano la stessa cosa. Che quel treno sarebbe rimasto li a decomporsi lentamente per l’eternità, e che nessun treno avrebbe mai più viaggiato.

Tu non mi credi.

Si che ti credo.

Ok.

Ti credo sempre.

Non mi pare proprio.

Si invece. Ti devo credere per forza.

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

Non ci vedo.

Lo so. Facciamo un passo per volta.

Ok.

Non mi lasciare la mano.

Ok.

Qualunque cosa succeda.

Qualunque cosa succeda.
E adesso cosa facciamo, papà?, disse l’uomo.

Appunto, dimmelo tu, disse il bambino.

Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.

E riuscirò a sentirti?

Si. Mi sentirai. Fa’ come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere. Ok?

Ok.

 

 

L’assassinio del Commendatore

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dav_vividLì, per la prima volta dopo tanto tempo, vidi il telegiornale della Nhk. […]. Però di tutto quello che disse, dall’inizio alla fine, non c’era quasi nulla che avesse una qualche attinenza con me. Era come se parlasse di fatti avvenuti su un altro pianeta, o di cose inventate di sana pianta da chissà chi.

…riguardo alla relazione con mia moglie mi sentivo sereno. Consideravo il ruolo che mi era toccato nella commedia di quel matrimonio come naturale e ovvio.

“E voi? Chi siete voi? Avete preso quell’aspetto li, ma in realtà chi siete? Vedete, questa domanda vi mette in imbarazzo, anche voi troverete difficile rispondere. Lo stesso è per me. […]… sono io un fantasma? No, no, non è così, signore. Non sono un fantasma. Sono una pura e semplice “idea”.”

La sua figura divenne sempre più evanescente, i contorni meno nitidi. E in pochi secondi sparì del tutto.[…]. La sua presenza non aveva lasciato alcuna traccia. Già, le idee non hanno né calore, né peso. Prendono solo in prestito sembianze provvisorie.

Poteva darsi che non fosse veramente accaduto, ma non era nemmeno un sogno. Forse era qualcos’altro ancora.

Scusate l’invadenza, ma è da un po’ che vi osservo lavorare. Spero di non avervi disturbato. Anche a queste parole non avevo intenzione di rispondere. Che mi desse fastidio o meno, come poteva una persona vivente mettersi a ragionare con un’idea?

“Cercate di non farci caso, però, se ci riuscite. So che non è gentile da parte mia, ma un’idea vede tutto. Non è che possiamo scegliere cosa vedere e cosa no.”

Accanto a me, sul sedile, il Commendatore non c’era più. La cosa non mi stupì, né mi inquietò. Lui aveva modi tutti suoi di comportarsi.

“In ultima analisi, la vera domanda è se si possa considerare un’idea qualcosa di autonomo o meno.” “Proprio così”, mi sussurrò all’orecchio il Commendatore. Memore del suo avvertimento, non mi guardai attorno.

“La cosa che ho temuto più di tutto, prigioniero in quello spazio stretto e buio, – proseguì Menshiki, – non era morire. No. La paura è cominciata quando ho iniziato a pensare che rischiavo di vivere eternamente così. È stato allora che ho avuto davvero paura. Una paura che mi toglieva il fiato. Avevo le allucinazioni, vedevo le pareti stringersi intorno a me fino a stritolarmi. Per resistere vivi lì dentro è necessario sormontare quell’angoscia. Occorre sapersi dominare. E a questo scopo, arrivare più vicino possibile alla morte.”.

E pensai a tante cose. La metà, avrei fatto meglio a dimenticarle. Se almeno ci fosse stato il Commendatore, con me! Se almeno avessi potuto parlare con lui di qualcosa! Di qualunque cosa, di qualunque argomento… Mi sarebbe bastato sentire la sua voce. Lui però non c’era, da nessuna parte, e non avevo modo di chiamarlo.

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“Tu vorresti riuscire a disegnare bene, vero? – le chiesi. Di nuovo Marie annuì. “Mi piacciono la cose che si vedono, quanto quelle invisibili, – disse.

Per fare del suo ritratto un’opera d’arte non bastava che riproducessi tali quali le sue fattezze. Perché avrei realizzato soltanto una raffigurazione molto somigliante e nulla più. L’essenziale invece, ciò che dovevo scoprire, era la “narrazione” da rivelare sulla tela.

Un sorriso che era come un raggio di sole filtrato tra le nubi e venuto a creare un cerchi di luce sul terreno.

Che strana giornata! Non riuscivo a capire se stessi avanzando, indietreggiando o girando in tondo. Mi sembrava di aver perso del tutto il senso dell’orientamento.

“In qualunque cosa c’è un aspetto positivo. Qualunque nuvola, per quanto spessa e scura, vista dall’alto brilla di luce argentea.”.

…le idee sono la fonte stessa dell’energia che alimenta la loro cognizione…

…gli esseri umani, anche quando vogliono smettere di pensare a una cosa, in realtà stanno pensando a quella cosa, e finché la pensano, quella cosa viene pensata. Per smettere di pensare a una cosa, devono smettere di pensare che vogliono smettere di pensare. “Insomma, almeno che per qualche motivo non si venga colpiti da improvvisa amnesia, a meno che non si stacchi di colpo la spina del pensiero, non ci si può liberare delle idee.”.

“Credo di comprendere cosa vuol dire. Che per un certo periodo della vita, anche il fatto di annullare se stessi ha la sua importanza.”.

“Si, l’insieme delle caratteristiche che fanno di una persona quella che è.”.

La cosa strana, con i quadri, è che più si avvicinano al compimento, più acquisiscono volontà, punto di vista ed espressività propri. E quando viene il momento, dicono al pittore che si deve fermare, che l’opera è pronta.

Eppure presentivo in quel quadro uno sviluppo. Da un momento all’altro qualcosa stava per accadere, stave per iniziare, lì dentro – lo percepivo con estrema intensità.

Comunque la sua esistenza, non c’era bisogno di dirlo, era legata al tempo, allo spazio e alla probabilità. Come quella di ogni persona a questo mondo. Perché noi essere umani, finché viviamo, non possiamo liberarci da questa limitazione. Tutti, nessuno escluso, siamo per così dire circondati da solidi muri, è in questo modo che siamo fatti. Forse.

Intanto , non potevo fare altro che avanzare. Con la luce della torcia per unica alleata, mi inoltrai nell’oscurità della “via metaforica”.

“Il mio ruolo, il mio lavoro, è solo di farti attraversare. – rispose lui. – Farti sgusciare attraverso lo stretto spiraglio che separa il nulla dalla realtà. Il seguito, non è più compito mio.”.

“hai bevuto l’acqua del fiume. Basta che tu vada avanti, vedrai che saranno le tue mosse a generare risposte pertinenti. Qui, nel regno della correlazione, funziona così.”.

Non dovevano condurre una vita ricca di emozioni, anzi, al contrario. Quanto ad andare in barca nel paese delle metafore, era altamente improbabile.

Ma esiste realmente, a questo mondo, la cosa giusta da fare, la cosa davvero giusta? O davvero sbagliata? Nel mondo in cui viviamo, la pioggia a volte è prevista al trenta per cento, a volte al settanta. E forse funziona così anche per la verità. C’è una verità al trenta per cento, c’è una verità al settanta.

Quanto a me, ero sempre il solito. Alcuni giorni prima avevo bevuto l’acqua del mondo metaforico e attraversato il fiume che separa l’essere dal nulla, ma non sapevo se dentro di me fosse mutato qualcosa o no.

La ragazza con la Leica

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Camminare per uno spazio che ti ignora mentre tu lo conosci a sufficienza mette in moto i pensieri o li macina via a ogni passo.

Ma la tenacia e la durezza di Gerda erano modellate in tutt’altra pasta: non guerriera, non mortuaria. Vivere a tutti i costi, ma non ad ogni prezzo, Gerda lo desiderava più di tutti loro messi insieme. E infatti superava i vincoli e gli ostacoli frapposti a quel desiderio con un impulso irrefrenabile, uno slancio che solo la mole d’acciaio di un cingolato era riuscito a stritolare.

The Greatest War-Photographer in the World: Robert Capa. […]. La pagina con il ritratto che consacra the Greatest War-Photographer in the World è una vetta mai raggiunta da un fotografo, ma se Capa perdesse l’equilibrio, potrebbe ricadere nel vuoto da cui si è appena sollevato. Il precipizio è sotto i loro occhi, priprio lì sul tavolo. Quella fotografia l’ha scattata Gerda. Sul fronte di Segovia, vicino al passo di Navacerrada, quando lei lavorava con la Leica…

Gerda che grazie a Friedmann imparava a fotografare, Friedmann che grazie a Gerda si dava un aspetto presentabile.

Ciascuno ricorda ciò che serve, quel che lo aiuta a mantenersi in sella. E il dottor Kuritzkes vuole solo tenersi la “sua Gerda”, anche se sa che non esiste. Gerda la temeraria, l’imprevedibile, la volpe rubia, che non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente.

Gerda era Gerda: una donna smaliziata che nei piccoli disguidi di un amplesso scoppiava a ridere come una ragazzina, un’amante dalla grazia principesca e dalla spigliatezza di una cameriera, un talento naturale che non somiglia alle borghesi ne’ alle proletarie, e tantomeno alle scimmie edeniche di sua madre che forse non esistevano nemmeno. Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque…

In quelle reazioni Georg aveva trovato conferma che Gerda, anche in guerra, in fondo era rimasta sempre la solita. Amava farsi ammirare, sai che scoperta, però non c’erano fuoco, fumo e cieli in fiamme che potessero darle alla testa – la sua attaccata alle spalle, soprattutto nei momenti critici.

“Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto”.

…un ritrattista deve catturare “la storia e il carattere che ogni modello possiede”, compito ideale per una Leica, così “disarmante” nella sua piccolezza.

 

Sebastião Salgado: Dalla mia Terra alla Terra

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Anche se il nostro mondo va molto velocemente, la vita segue un altro ordine di grandezza. E la vita va rispettata, quando la si vuole fotografare.

Oggi, quando mi guardo indietro, sento un’armonia fra quello che sono, ciò che faccio e ciò da cui provengo. Ma certo, all’epoca sapevo solo di star vivendo intensamente.

Diversamente dal cinema e dalla televisione, la fotografia ha il potere di produrre immagini che non sono piani continui ma ritagli di piani: frazioni di secondo che raccontano storie complete. Nelle mie immagini, la vita di ogni persona incontrata si narra attraverso i suoi occhi, le sue espressioni e ciò che sta facendo.

Ogni fotografia è una scelta. Anche nelle situazioni difficili, bisogna volerci stare e assumersi la responsabilità di esserci. Aderendo o meno a ciò che accade, ma avendo sempre chiaro in mente perché ci si trova in quel determinato luogo.

La fotografia è una scrittura ancora più forte perché la si può leggere ovunque nel mondo senza traduzione.

Se mi sono concentrato sula natura con Genesi, non ho però rinunciato al bianco e nero. Non mi serve il verde per mostrare gli alberi, né l’azzurro per mostrare il mare o il cielo. Il colore non m’interessa molto nella mia fotografia.

Fin dai tempi dell’analogico, quando lavoravo a colori con pellicole Kodachrome, gli azzurri e i rossi li trovavo talmente belli che diventavano più importanti delle emozioni contenute nella foto. Mentre col bianco e nero e tutta la gamma dei grigi posso concentrarmi sull’intensità delle persone, sui loro atteggiamenti, sui loro sguardi, senza che siano disturbati dal colore. Certo, nella realtà niente è in bianco e nero. Ma quando guardiamo un’immagine in bianco e nero, questa entra a far parte di noi, la assimiliamo e inconsciamente la coloriamo.

…noi moltiplichiamo i beni materiali per cercare di proteggerci, tanto da dimenticarci di vivere. Non guardiamo più la natura, non guardiamo più gli altri, ci separiamo dalla nostra comunità. Questo mi preoccupa molto, così come vedere che quasi tutte le tecnologie, alla fine, ci isolano. A mano a mano che la vita materiale evolve, ciascuno può fare sempre più cose da solo, nel proprio angolo. Eppure la storia dell’umanità è quella della nostra comunità ma invece noi ci sparpagliamo, diventiamo individualisti. Nessuno può convincermi che l’individualismo sia un valore, non più di quanto lo sia il cinismo.

I fondamenti della nostra vita, finora, sono stati il nostro senso di appartenenza a una comunità e la nostra spiritualità. Questo è quanto ho voluto mettere nelle mie foto.

Che si tratti di Nenci, degli Abissini, degli Zo’è oppure degli Hymbas o dei Papuani della Nuova Guinea, tutti gli uomini e le donne che ho incontrato non sono molto diversi da me. Abbiamo lo stesso bisogno di amore, di felicità, si piacere e di tutto quello che costituisce l’essenziale della vita.

Genesi mi ha fatto prendere coscienza che a forza di allontanarci dalla natura per via dell’urbanizzazione, siamo diventati animali molto complicati e che diventando estranei al pianeta, diventiamo estranei a noi stessi. […]. Mi piacerebbe far capire che la soluzione al pericolo corso dagli uomini e da ogni specie del pianeta non consiste nel tornare indietro, ma nel tornare alla natura.

Soltanto nella natura ritroviamo un po’ di libertà. Ecco che cosa abbiamo voluto mostrare con Genesi, i nostri libri e una serie di mostre presenti in tutto il mondo.

La mia fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita. Adoro la fotografia, adoro fotografare, tenere in mano la fotocamera, giocare con le inquadrature e con la luce. Adoro vivere con la gente, osservare le comunità e ore anche gli animale, gli alberi, le pietre. Per me la fotografia è tutto questo e non posso dire che siano decisioni razionali quella che mi portano in giro a vedere il mondo. È un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso. È il desiderio di fotografare che mi spinge di continuo a ripartire. Ad andare e vedere altrove. A realizzare sempre e comunque nuove immagini.

 

Senza Fine / Gabriele Romagnoli

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…matrimonio […]: a contare più di tutto non è l’impegno che si prende, ma quello che ci si mette. Che sia la prima casa, la seconda o l’ultima. È però in questa che non puoi sbagliare il posizionamento del letto e, ancor meno, il materasso.

Ogni amore è anche questo, un intervento su se stessi per offrirsi  all’altro.

…quando capisci di dover andare via devi farlo, se vuoi sperare di arrivare in un luogo da cui non voler ripartire al risveglio. “Io non sono stato come te”, ha detto mio padre, parlando di se stesso al passato. “Io sono stato sempre con la mamma, cercando di aggiustare le cose con il tempo… con la vita… un po’ qua e un po’ là… e alla fine andavano anche bene.”

“E se poi non vedessi mai l’Australia?”

LEI L’amore è l’unione tra due anime: il problema consiste nel dare equilibrio all’amalgama che ne scaturisce.  LUI L’amore è più il piacere di dare che di ricevere.

Accettare la perdita nella forma del disamore o in quella della morte è un passo che evita il male a sé e agli altri.

È così che ci arrende al penultimo amore, rendendolo mestamente definitivo. Lo si fa per mancanza di fiducia nel futuro o in se stessi. Perché si è capito tutto ma si fa finta di no, come chi è entrato in una setta, ha visto il guru preparare i suoi trucchi, ma ormai è troppo lontano per tornare indietro. Perché si vuole dimostrare agli altri di non aver sbagliato. O a se stessi.

Esiste un abisso tra la ricerca dell’ultimo amore inteso come quello definitivo e quella, più banale, del prossimo. A motivare la prima è una sorta di fede nell’assoluto, la seconda un bisogno relativo: provare qualcosa di inedito.

È una terribile espressione, troppo tardi. È la sorella maggiore di quell’altra (a cui chiude la porta), una semplice parola, in verità: ormai. Or-mai: ora mai. Troppo tardi, ormai.

No, non era quella possibilità in sé, ma la possibilità in sé. A bloccarmi su quel marciapiede di Brooklyn era l’idea che qualcosa fosse definitivamente uscito dal quadro, che la vita procedesse come un imbuto e che, oltre al surf, molte altre cose non potessero più passare attraverso la strettoia del futuro. Troppo tardi. Per il surf, ma non per qualcos’altro. […]… qualcosa che mi permettesse di camminare per le strade acciottolate di Brooklyn con la semplice gioia di essere lì, di essere nella mia vita, di aver centrato il bersaglio della mia felicità.

Non è facile vivere accanto a chiunque. Specie se non è il tuo genere. Accettare è il primo modo di amare. Nell’innamoramento si trasfigura l’altra persona, abbagliati dalla luce del momento. L’idealizzazione cede poi il passo alla realtà. L’oggetto di ammirazione assoluta si trasforma in un relativo cialtrone, che ha paura di volare e si concede esibizioni da zimbello. È allora che bisogna stragli o starle accanto con immutata fierezza e accresciuta comprensione. L’accettazione non è una forma di rassegnazione, ma una matura adesione alla realtà. Si spengono i fari e resta il buio della sera, un fagotto sull’altro lato del letto, che fatica a dormire, appesantito dai problemi comuni e da qualcuno più originale. Quasi tutti abbiamo gli stessi sogni, ognuno ha i propri incubi.

… tutto quello che devi fare è sopravvivere. Se ci riesci, poi le cose cambiano.

Smetti di aspettare non quando perdi la speranza, ma quando l’hai trovata. Quando non ti giri più a guardare chi va nell’altra direzione sulla scala mobile. Quando non invochi più il domani perché domani è adesso. Quando non hai più paura di morire perché hai vissuto.

L’ultimo amore è una grazia che non viene concessa, ma conquistata. […]. Senza affanno, senza paura, senza fine.

La Libertà viaggia in treno

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Il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si va compiendo. È sempre qualcosa in più. Per qualche motivo il viaggio in treno finisce sempre per rimandare a una collettività, a una comunità, a una condivisione.

Nessuno addio è così definitivo come quello pronunciato lungo la banchina di un treno. […] Nulla è insignificante quando si ha a che fare con due persone che stanno per separarsi al confine di un viaggio.

… tutti noi, che ci siamo seduti in autobus o in treno, ci siamo innamorati in cinque secondi di qualcuno.

Il primo viaggio è quello che si fa sopra una giostra. Come un satellite, un astro. Quando ancora nulla si sa della geografia, delle mappe, dello spazio e di tutto quello che sta lontano da noi e altrove.

Più vado avanti nella mia vita, ha scritto, più i miei ricordi diventano dettagliati. Più fugge il tempo, più si torna indietro. Più si va avanti negli anni, più si torna all’eterna estate.

Domani, sembra sempre un giorno in cui si potrà avere coraggio.

Il viaggio in treno, al di là dell’apparente destinazione, del luogo verso cui si va, è spesso già di per se uno spazio dove ciascuno trova il tempo e il modo per una sorta di riscatto quotidiano. Il tempo vissuto sul treno non è solo il tempo del viaggio, ma è il tempo in cui ciascuno prova ad accedere a un se stesso che altrove non gli viene riconosciuto.

Nelle stazioni ci sono silenzi e attese che aprono varchi improvvisi.

È la porzione di treno che sta lì per far passare, per fare andare oltre e camminare. […] E’ lo spazio dove passano quelli che, anche in viaggio, non riescono a trovare pace. Nei vagoni moderni, in quelli che rimandano alla conformazione dei pullman, quella passerella stretta corre tra due file di sedili, ma anche se le dimensioni sono così minute da rendere più complicato il passaggio, ancora svela qualcosa dei viaggiatori che altrimenti non si riuscirebbe a scoprire mai.

I binari disegnano una linea solitaria in uno spazio assoluto. C’è desolazione e magia.

…quando anche lui passò lo Specchio per la prima volta, quando ebbe la sensazione immediata “di come una persona possa perdere improvvisamente memoria e cognizione del tempo” e allo stesso tempo accogliere “una miriade di pensieri e immagini nuove negli occhi”.

Come se al momento della partenze ci si immergesse nelle acque e solo in seguito, solo dopo aver percorso tutto intero quella specie di mare profondo che è il viaggio, si riuscisse a riemergere, proprio quando si è arrivati in quel punto oltre il quale non si può più andare.

Una ragazza, come una sirena poggiata sui fondali del suo oceano, tiene gli occhi chiusi. Il filo degli auricolari accentua quell’isolamento abissale. Ad attrarre è il fatto che, per qualche motivo, si capisce che non li ha chiusi per dormire, ma per qualcos’altro.

Non si parte mai solo per andare a vedere una città, un luogo sconosciuto, o per il solo gusto di viaggiare. Ogni volta che ci si allontana da casa e da quello con cui si son prese da tempo le misure, ogni volta che ci si mette su un treno che va da una capo all’altro, lo si fa per lasciarsi alle spalle il consueto e attingere a qualcosa di più grande.

Ipotesi di una sconfitta

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…frase offensiva, oscura pur nella sua semplicità – sta diventando impossibile – si era concretizzata, diventando anche la morte di mio padre, oltre che del nostro vivere contemporaneo.

Avevo sempre lo zainetto, un libro, un taccuino, abitudine che conservo ancora oggi, a distanza di tanti anni, come fossi alla ricerca di una collocazione esistenziale più che di un collocamento lavorativo.

Mi sedevo, consegnavo il tesserino, guardavo le sue gambe sotto il tavolo, i pantaloni salivano mostrando calzini corti, mocassini usurati, e in quella modestia vedevo la povertà della nazione; esistevano molte persone ricche in Italia, ma lo stato era miserabile, sempre prossimo al fallimento, me ne rendevo conto ogni sei mesi quando timbravo il tesserino di disoccupazione, ad aprile e a ottobre.

Tu puoi fare qualsiasi cosa…

 Mi addormentavo accanto a lui. Non sognavo porte, come di notte, ma un colore bianco, cullato dall’autobus sul margine della coscienza, tra il cigolio dei freni, delle sospensioni. Quando mi svegliavo, sentivo addosso la leggerezza del riposo e una stanchezza irrisolvibile, i dettagli ingigantiti e dai margini incerti, la gioia per le cose non esattamente viste: sembra di vivere dentro i libri che avrei voluto scrivere.

…ma un paio di volte l’anno, dal nulla, mi torna in mente una di quelle recriminazioni che ci accompagnano lungo tutta la vita. Fatti del passato che avremmo potuto affrontare in modo diverso. Momenti in cui ci accolliamo il peso del mondo.

Il selezionatore doveva essere nato al sud, l’accento torinese aveva preso il sopravvento ma non del tutto, così nell’uomo coesistevano sillabe disposte a battagliare tra loro pur di non farsi smentire dalla diversa inflessione della sillaba seguente, ogni sillaba torinese lottava contro un nemico invisibile, conscia del fatto di poter essere tradita da un momento all’altro, ricacciando l’uomo distante da Torino e da gran parte della propria vita.

Volevo cercare non so bene cosa, qualcosa che mio padre non aveva mai trovato poiché nemmeno immaginava che esistesse. Avevo fallito per liberare anche mio padre.

Se avessi dovuto sintetizzare l’Italia all’inizio del terzo millennio, avrei utilizzato il suono del cucchiaino di Solo Cattiveria imprigionato all’interno del vasetto di yogurt vuoto: non a caso, quando una persona è stremata e affranta, diciamo di averla raccolta con il cucchiaino.

Quello che sfuggiva alla frontiera dell’immagine era la nostra vita, che non poteva essere salvata, la vita era ciò che stava fuori dai bordi dell’immagine, ciò che stava appena fuori dall’immagine si consegnava alla vita, quanto imprigionato sui rulli era il racconto setacciato, custodito.

Raccoglievo la rabbia, collezionavo la miseria degli italiani impoveriti come me, ascoltavo tutte quelle voci, nomi e cognomi che chiedevano dilatazioni, piani di rientro, cambiali per pagare le bollette; erano voci di piccoli imprenditori, lavoratori, pensionati, disoccupati, tutti vinti da rassegnazione e umiliazione trasformate in improvvisi moti di rabbia.

Quando ero bambino, le aperture domenicali erano limitate al periodo natalizio, ma era prevedibile che la tendenza dovesse espandersi a tutto l’anno. E così, domenica dopo domenica, la religione era scomparsa dalla consuetudine popolare. Duemila anni di messe avevano sfiancato l’essere umano, centoseimila messe domenicali erano troppe anche per il fedele più convinto, ormai abbagliato dalla merce, che luccicava, soprattutto in Italia, da così pochi decenni.

Ah, sventurato sindacato e sventurata Chiesa cattolica: sempre le stesse connivenze autodistruttive.

…avevano inclinato le teste per ricevere le briciole dai sacchetti di patatine, e ridendo, ma con un inizio di smorfia, si erano alzati, e solo allora la risata collettiva si era trasformata nella maschera individuale della finzione, che si sarebbe inchiodata ai loro volti lavorativi abituali, accompagnandoli, sempre più isolati, fino alle scrivanie. Non credevano in niente, solo alla propria sconfitta, che arrivava ogni giorno.