Un ragazzo normale

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Alle ventitré  e trenta una scritta era apparsa in sovraimpressione su tutte le emittenti locali: Maradona è un giocatore del Napoli! Il nonno era scoppiato in lacrime, liberandosi dell’enorme tensione accumulata in un mese, da quando era iniziata la trattativa con il Barcellona; papà, invece, era saltato dalla sedia, aveva cacciato la bottiglia di Asti che conservava per le occasioni buone ed era venuto da me con il bicchiere ancora pieno.

In un’altra città, la stessa sera, la stessa scena, lo stesso brindisi, la stessa euforia. Questa è solo una delle vicende narrate nel libro, che trovano una straordinaria corrispondenza con la vita di chi ha vissuto l’infanzia negli anni ottanta.

Allora non potevo saperlo, ma in seguito ho capito che le cose straordinarie, quelle che resteranno per sempre nella tua vita, arrivano spesso in punta di piedi e all’improvviso, senza tuoni e particolari avvisaglie.

Solo io non avevo accanto nessun maestro Miyagi che mi aiutasse a tirar fuori le mie qualità, alcun esempio che meritasse davvero di essere seguito o imitato. Tranne Giancarlo.

Il mio piano, infatti, era quello di diventare suo amico, un amico vero, di quelli ai quali si dà il cinque, per l’appunto. Solo così avrei potuto, un giorno, chiedergli di insegnarmi a diventare un eroe.

A sei anni avevo già imparato che la povertà spesso è costretta ad andare a braccetto con le bugie.

“Tu combatti la criminalità, è vero?” trovai il coraggio di chiedere infine. […] “Ma che dici, non ho nulla dell’eroe, guarda”, e alzò il braccio per mostrarmi i bicipiti, “non ho neanche i muscoli!” […] “Senti, io non so che idea ti sia fatto di me, o se qualcuno ti abbia raccontato delle fesserie, io sono solo un giornalista abusivo che tenta di fare il suo lavoro. […]” […] “Faccio solo il mio dovere”, e si diresse verso l’ascensore.

“Mimì, sient’ a me, un domani, quando ti sposerai, se tua moglie inizia ad alluccare, tu non dire niente, non replicare, chiuditi la porta di casa alle spalle e vatti a fumare ‘na bella sigaretta, ‘A femmina ‘ncazzata è comme ‘o mare ‘ntempesta!”

“Se fossi un supereroe, la mia missione sarebbe proteggerti.”

Spesso siamo troppo presi dall’inseguire i nostri sogni, […], nemmeno capiamo che sì, sognare è importante, ma ancora più importante di sognare è fare, perché la vita, in fondo, è una cosa semplice, solo giorni dopo giorni. E allora dobbiamo stare attenti a non riempire tutti questi giorni unicamente di sogni, ma anche di emozioni vere, di vita vissuta.

Quella sera sentii di essere diverso da lui e dagli altri membri della famiglia, che pregavano ogni giorno il loro dio salvo poi tradirlo l’attimo seguente senza neanche rendersene conto.

“Io sono un giornalista, è diverso, devo scrivere quello che mi accade intorno, devo captare i segnali, avere lo sguardo attento, devo saper dire alla gente quello che non sa, informarla, raccontarle la verità, in modo che poi possa valutare, scegliere. E devo anche aiutare, laddove possibile.” “Lo vedi che avevo ragione? Aiuti la gente e non hai paura di nulla. Sei un supereroe!”

“Invece, Mimì, è sempre importante ricordarsi che siamo umani e non disponiamo di alcun potere, che non siamo infallibili, sbagliamo e spesso paghiamo caro per i nostri sbagli. Sentirsi invincibili non è una cosa buona, perché ti porta a commettere degli errori, a sottovalutare i segnali, a non accorgersi della precarietà delle cose.”

“Parli sempre di superpoteri… la lettura e la scrittura sono i poteri più potenti di cui disponiamo, ci ampliano la mente, ci fanno crescere, ci migliorano, a volte ci illuminano e ci fanno prendere nuove strade, ci permettono di cambiare idea, […]. La verità”, riprese dopo una breve pausa, “è che il più grande potere a disposizione dell’uomo, caro Mimì, quello che ci rende davvero grandi e liberi, è la cultura. E tu dovresti saperlo…”

Più diventavo grande e più non riuscivo a comprendere il modo di agire e di pensare di mio padre, il suo rinunciare sempre a tutto, il non provarci neanche ad avere una vita migliore, l’accontentarsi di un’esistenza spoglia.

“Non serve la vista per accorgersi del male, Mimì, servono gli altri sensi”

Quando non avrai ogni cosa a portata di mano, quando imparerai a sperare con tutta te stessa che un sogno si avveri, allora avrai imparato anche tu a essere romantica. Questo avrei dovuto risponderle.

“Loredà,” intervenne di nuovo papà. “ma alla fine che ce fotte a noi della gente?”

Io pensavo tra me e me che non mi sarebbero bastate cento enciclopedie per imparare quello che avrei potuto assimilare in un giorno di vita vissuta.

Nonostante le tante imperfezioni , è l’immagine che più di tutte mi ricorda l’adolescenza e la mia semplice e ridente famiglia, la quale è riuscita a vincere le difficoltà grazie a quella leggerezza che da bambino cercavo di combattere con tutte le mie forze e che ho scoperto poi essere il più grande tesoro fra i tanti che mi hanno lasciato.

Papà faceva le cose perché così doveva andare, accettava quello che la vita gli portava ogni giorno e non obiettava. E chissà che non avesse ragione.

So che le cose belle spesso accadono all’improvviso, a volte proprio quando hai smesso di desiderarle.

Dentro di me sentivo che era giunto il momento di tornare a sognare, tornare a dare valore e forza alle parole, che per un po’ avevo creduto nulla potessero di fronte alla cattiveria e alle ingiustizie umane e, invece, possono tanto, come sapeva bene Giancarlo[…]. Le parole spesso arrivano a smuovere le nostre vite […]. E poco importa se a volte trovano dei muri, se non sono riuscite a tenere in vita Giancarlo e non sono servite a cambiare le cose, se non ci evitano di cadere, l’importante è che ci aiutino ogni volta a rimetterci in piedi.

Capii di essere un ragazzo normale. Come lo era Giancarlo, un ragazzo normale. Mia nonna un giorno disse che non esistono eroi al mondo, solo persone che ogni  tanto fanno una bella azione, la cosa giusta, e poi tornano a essere uno qualunque.

La Patagonia di Chatwin

 

Nella stanza da pranzo della nonna c’era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l’armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c’era scritto qualcosa con inchiostro nero e sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere.

Presi il treno per La Plata per vedere il miglior museo di storia naturale del Sud America.

Bahia Blanca è l’ultimo posto importante prima del deserto della Patagonia.

La mattina andai a piedi a Bethesda, per una strada bianca fiancheggiata da pioppi. Un agricoltore andava nella mia stessa direzione e mi portò a visitare suo fratello Alun Powell.

Dormii negli alloggi dei peoni. La notte era fredda. Mi diedero una branda e un poncho invernale nero come copriletto. A parte il poncho, il necessario per il mate’ e i coltelli, i peoni non possedevano niente.

La notte era calda, si stava facendo tardi e il proprietario dell’unico negozio di Epuyen stava strofinando il bancone che gli serviva anche da bar. Il senor  Naitane era un ometto raggrinzito, di pelle bianchissima. Guardava nervosamente i suoi clienti, e non vedeva l’ora che se ne andassero.

Dappertutto nelle Ande del sud si sentono storie di bandoleros norteamericanos.

Las Pampas, venti miglia più avanti di Rico Pico, era l’ultimo abitato prima della frontiera.

L’odore della pioggia, portato dal vento, arrivava in fondo alla valle prima della stessa pioggia, un odore di terra bagnata e di piante aromatiche.

Ora avevo due ragioni per tornare nella Cordigliera: vedere a Valle Huemeules il vecchio allevamento di ovini di Charley Milward e trovare l’unicorno di padre Palacios.

Attraversai tre città senza interesse, San Julian, Santa Cruz e Rio Gallegos.

Attraversai lo Stretto ed entrai nella Terra del Fuoco. […] Tierra del Fuego. Terra del Fuoco. I fuochi erano quelli di un campo di indios fuegini. Secondo un’altra versione Magellano vide solo fumo e la chiamò Tierra del Humo, Terra del fumo, ma Carlo V disse che poteva esserci fumo senza fuoco, e cambiò il nome.

Nel 1890 una crudele interpretazione della teoria di Darwin, nata a suo tempo in Patagonia, ritornò in Patagonia e sembrò incoraggiare la caccia agli indios. Uno slogan: “la sopravvivenza dei più forti”.

Raggiunsi la città più a sud del mondo. Ushuaia era sorta nel 1869, quando il reverendo W.H. Stirling aveva fatto costruire, vicino alle capanne degli indios Yaghan, l’edificio prefabbricato della Missione.

Da Ushuaia all’estancia di Bridges, a Harberton, c’erano trentacinque miglia di cammino lungo il Canale Beagle.

A Punta Arenas i padri salesiani avevano un museo più grande di quello di Rio Grande.

Eravamo vicini a Capo Horn, correndo con tutte le vele gonfiate da un forte vento a dritta. Era una domenica mattina. Camminavo su e giù lungo il boccaporto principale con Chips il carpentiere.

Dovevo fare ancora una cosa in Patagonia: trovare un pezzo di pelle di brontosauro in sostituzione di quello andato perduto.

Dopo aver aspettato la nave una settimana, udimmo la sua sirena echeggiare da dietro la palestra (che era una copia in cemento del Partenone)  […]. Durante tutta la settimana l’impiegato alle prenotazioni si era stretto nelle spalle quando gli chiedevamo dov’era la nave… La nave poteva essere affondata, per quel che ne sapeva o gli importava. Ma ora stava scribacchiando i nostri biglietti, sudando, gesticolando e abbaiando ordini. Poi traversammo in fila il capannone verde della dogana e costeggiammo le lamiere arrugginitedella nave fino alla passerella di imbarco, dove i chilotes stavano in coda con la faccia di chi ha aspettato quattrocento anni.

Con Murakami “A sud del confine, a oveste del sole”

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A me lei non piaceva proprio. Non è che ci fosse un motivo particolare, anzi era sempre gentile con me. Eppure, nelle sue parole, si avvertiva sempre un certo nervosismo che a volte mi rendeva inquieto.

Secondo me, nella vita ci sono cose che possono essere cambiate e altre che sono irreversibili. Arrivati a un certo punto, non si può più tornare indietro. […] Cioè col passare del tempo, alcune cose finisco per assumere una rigida forma definitiva, come il cemento che si solidifica in un secchio. A quel punto non si può invertire la rotta.

Amavo moltissimo quell’indefinibile nonsoché trasmessomi con forza dalle persone dell’altro sesso. Era come la passione segreta che alcuni nutrono per i temporali, i terremoti o i lunghi blackout. Potrei chiamarlo «magnetismo», una forza che, nostro malgrado, ci attira inevitabilmente a sé e ci risucchia.

Ero arrivato alla conclusione che il lavoro era solo una noiosa incombenza e che l’unica cosa da fare era impegnare il tempo libero nel miglior modo possibile e cercare di godersi la vita.

Ci sono cose che svaniscono all’improvviso come se fossero state recise da un colpo secco, mentre altre si dissolvono lentamente, fino a sparire del tutto. Ciò che rimare è solo il deserto.

La musica che ascoltavo allora e i libri che leggevo, li sentivo penetrare dentro di me, nota per nota, riga per riga. I miei nervi erano tesi e affilati come cunei e nel mio sguardo c’era una luce così penetrante che sembrava quasi voler trafiggere gli altri.

A sud del confine, a ovest de sole, – disse. Esiste un posto così. Hai mai sentito parlare di una malattia chiamata isteria siberiana? […]… Giorno dopo giorno, vedi il sole sorgere ad est, attraversare la volta celeste e tramontare a ovest e alla fine dentro di te qualcosa si spezza e muore. Lasci a terra la zappa e cominci a camminare con la mente svuotata da ogni pensiero, verso ovest, a ovest del sole. Continui a camminare per giorni, senza mangiare né bere, come un invasato. E un giorno ti accasci al suolo e muori. È questa l’isteria siberiana.

Se in un luogo non esistono realtà intermedie, le mezze misure non possono esistere. A sud del confine esisteranno pure i forse , ma non a ovest del sole.

La nostra memoria e le nostre sensazioni sono troppo incerte e unilaterali e quindi, per provare la veridicità di alcuni fatti, ci basiamo su una «certa realtà». Ma quella che per noi è realtà, fino a che punto lo è davvero e fino a che punto è quella che noi percepiamo come tale?

Adesso tocca a me creare sogni per gli altri, sarà questo il mio nuovo compito.

Storie di luoghi raggiunti “Senza volo”

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A volte, anche durante un cammino breve, nel limitato spazio che si impegna per colmare una distanza minuta, anche tra una fermata e l’altra del percorso di un mezzo pubblico che attraversa il cuore della città in cui si vive, si può celare l’ipotesi di un viaggio e scoprire che è possibile approdare.

Il mondo… appare come un’infinita biblioteca e ciascun luogo un libro. E se Borges diceva di non avere letto molto, quando pensava alla vastità delle biblioteche, così, allo stesso modo, ciascun viaggiatore pare perdersi di fronte alla vastità del mondo.

Anche ora che il viaggio sulla strada ha perso quel qualcosa di ingenuo e pionieristico, ancora molti finiscono prima o poi per salire su un bus. Per cercare quel qualcosa che pare più facile trovare lontano da se.

Forse anche lui cercava di sentire il rumore dei propri passi. Forse anche lui cercava di fare in modo che l’anima trovasse il corpo.

A ogni viaggio pare che ci si risvegli da una specie di torpore. Tutte le volte che si lascia il cunicolo della quiete domestica, si acuiscono i nostri sensi, e pare quasi di risvegliarsi e riacquistare la percezione che prima si era perduta. Ad ogni viaggio si ha quasi la sensazione di stare per uscire da una sorta di convalescenza che progredisce via via che si giunge in un luogo o poi in un altro. Alla fine del viaggio però, quando si ritorna nei luoghi abitati di consueto, è come se si ricadesse d’improvviso in quello da cui, come d’incanto, si era usciti. Il sonno, quella specie di torpore domestico, torna a velare il mondo che sta poco distante da noi e pare privo della stessa vitalità appena lasciata alle spalle. Il viaggio si direbbe uno staio di risveglio passeggero. Un modo per intravedere la realtà senza alcun velo.

Non c’è mai modo di decidere prima quel che poi si ricorderà. I ricordi hanno un che di imponderabile e imprevedibile. Così quando si parte per un viaggio, pure se si ha sempre quel desiderio di riportare con se’ un ricordo speciale, non c’è mai modo di sapere quale sarà, ne’ se ce ne sarà poi uno.

Quando si va a piedi si è deposta la corazza. Il contatto con le pieghe e le rugosità della terra è diretto. Non c’è più alcuna parete di aereo, treno, nave o pullman a fare da intercapedine con la realtà. Quando si va a piedi, si è a contatto diretto con la natura […], così la natura si lascia avvicinare fino quasi a svelare il suo aspetto più segreto e insopportabilmente fragile.

L’enigma di cosa sia giusto mettere dentro uno zaino si presenta, almeno per alcuni, quasi come irrisolvibile. Così, si sta fermi, a lungo, a guardare gli oggetti che, su un letto, sul pavimento e su un tavolo, stanno immobili al pari di animali domestici nell’attesa del cenno del padrone per la passeggiata quotidiana.

Verso la fine del viaggio a piedi, Tolstoj che sapeva quanto fosse difficile liberarsi del peso dei propri pensieri, si accontentò di un sollievo più accessibile all’uomo. Dopo aver provato una trattenuta e inesorabile invidia, per un tipo che gli passò davanti con una minuscola borsetta, acconsentì a lasciare lo zaino che pesava sedici chili su un carretto condotto da un giovane e una vecchietta, per proseguire, finalmente leggero, verso la meta.

Al pari dei materiali magnetici, che attirano a se’ piccoli frammenti di ferro, alcune città, certi precipizi sugli oceani, alcune terre aride, riescono più di altre nell’impresa di condurre i passi dei viaggiatori verso di se’.

Camminare con Thoreau

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Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento, se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.

…è, il camminare di cui parlo, l’impresa stessa, l’avventura della giornata.

Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio.

Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso.

La speranza e il futuro per me non sono nei prati e nei campi coltivati, non sono nei villaggi e nelle città, ma nelle paludi mobili e impervie.

Lo so , penserete che sono perverso…

Nel deserto l’aria pura e la solitudine compensano la mancanza di acqua e di fertilità.

Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in cerca della foresta più buia, della palude più fitta e più impenetrabile e, a occhi cittadini, più tetra.

Non tutti gli uomini sono in grado di adattarsi in ugual misura alla civiltà; e se la maggioranza, come cani e pecore, ha una naturale disposizione alla remissività, non è un motivo per soggiogare la natura degli altri al punto di ridurli allo stesso livello.

Il mio desiderio di conoscere è discontinuo, ma il desiderio di rigenerare la mente in atmosfere sconosciute, esplorando zone non ancora percorse dalle mie gambe. È perenne e costante.

I nostri alati pensieri si sono fatti pollame.

Beato tra i mortali colui che non spreca un istante della propria vita fuggevole rievocando il passato.

Vivere “Controvento”

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Ho conosciuto vite di cui ignoravo l’esistenza. Approfondito quelle di personaggi dei quali pensavo di sapere molto. Mi sono stati svelati i volti di chi conoscevo solo per il contributo lasciato all’umanità. Ho ascoltato le loro musiche, letto stralci delle loro opere.

Federico Pace viaggia nei loro viaggi. Io mi sono lasciato travolgere gustando ogni pagina, vivendo ogni avvenimento, esplorando ogni avventura narrata.

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Oscar capì che alcuni viaggi possono cambiarti la vita.

Il viaggio verso qualcosa che non esisteva, ma che era sul punto di esistere solo perché lui aveva cominciato a pensarci.

Perché dell’altro, del simile e del diverso, dell’amico, non si può fare a meno.

Un’illusione, attraversare quasi l’intero mondo per domandarsi davvero cosa si debba fare di questa insondabile esistenza, maestosa e assurda.

Quando la notte è in viaggio, la mente si fa più lucida, e il paesaggio, invisibile fantasma al di là del finestrino, sembra privare i nostri pensieri di gravità. L’andare , in qualche modo, toglie pesantezza  e lascia che la riflessione ci aiuti a chiarire qualcosa dentro di noi.

Il sonno, spazio misterioso in cui capita di rimanere per alcune incomprensibili ore, non è un luogo in cui, se ci si è già stati, si sa come tornarci. Il sonno è una dimensione, un tempo, a cui si accede senza sapere come. Solo l’attesa e la pazienza sanno come fare. E’ il sonno, semmai, ad aprirsi la strada verso di noi, non possiamo che aspettare.

Per Kafka la notte era senza sonno, era lo spazio in cui l’uomo che si mette a lavoro diventa creatore. Nella notte accedeva a qualcosa d’altro. Non al sonno, non all’innocenza.

Ma ancora una volta il sonno si mostrò come un gatto a cui non si può chiedere di accoccolarsi vicino a te. Si avvicina solo se vuole lui. E se lui non vuole, tu non puoi fare nulla.

Tutto quel viaggio, scrisse Jeanmeret, tutti quei frammenti di mondo, non per rimanere affascinato dall’infinità diversa degli uomini, ma per capire cosa c’è di unico e comune in tutta l’umanità. Era come cercare, nel profondo intimo di una cellula, in quella doppia elica curva, i codici che condividiamo con tutti gli uomini e che ci rendono unici.

E comminarono ancora. Nulla era più come prima. Piano, il cammino sancì un cambiamento, una variazione, uno spostamento di mondo. William era già qualcosa d’altro. Non c’era nulla da dirgli. Niente da suggerirgli. Erano due mondi accostai, dentro i quali accadevano cose diversissime. Lo stesso cammino, gli stessi passi, eppure quella direzione così diversa. L’amore del figlio, la compassione fortissima. Fortissima come il cuore che batteva e lo teneva sveglio la notte. Quegli ultimi passi. Gli ultimi passi. Solo pochi mesi. Il cammino ora non portava più a casa.

Il tempo consuma e trasforma ogni cosa. Tuttavia qualcosa, di ciò che siamo, resta immutato, come una voce profonda che nel cavo di noi stessi continua a cantare una piccola melodia. Il tempo consuma e trasforma. Ma qualcosa, qualcosa che è l’essenza, si perpetua. Così il viaggio, che somiglia al tempo, muta e travolge.

Le lacrime di Nietzsche

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Sai, Sig, forse lo scopo della cura dovrebbe essere proprio quello: liberare la coscienza nascosta, consentirgli di chiedere aiuto alla luce del sole.

Si chiese come possa essere che cose che a mezzogiorno appaiono solari e benevole, alle tre di notte grondino invece di paura.

Credo che le paure non nascano dal buio: sono piuttosto come le stelle, sempre presenti, ma oscurate dalla luce del giorno.

I sogni sono un mistero glorioso che implora di essere capito.

Conosco molti che, non piacendosi, cercano di correggere questo stato di cose convincendo prima gli altri a pensare bene di loro. Una volta riuscitici, cominciano a pensare bene di se stessi. Ma si tratta di una falsa soluzione, significa sottomettersi  all’autorità degli altri.

Voi volete volare, ma non si può cominciare semplicemente mettendosi a farlo. Devo prima insegnarvi a camminare, e il primo passo per imparare a camminare consiste nel capire che chi non obbedisce a se stesso viene governato da altri. E’ più facile, di gran lunga più facile, obbedire a un altro che comandare se stesso.

Collochiamoci su un luogo lontano ed elevato, la vetta di un monte, magari, e osserviamo insieme.

“L’individuo non sceglie consapevolmente le mete della propria vita. Sono un accidente della storia. O no?” “Non impossessarsi del progetto della propria vita significa fare della propria esistenza un accidente.” “Ma nessuno gode di una tale libertà” protestò Breuer. “Non si può uscire dalla prospettiva del proprio tempo, della propria cultura, della propria famiglia”. “Una volta” lo interruppe Nietzsche “ un saggio ebreo consigliò ai propri seguaci di rompere con i genitori al fine di proseguire la perfezione”.

La tensione che avverto qui, al torace, aumenta ogni minuto che passa. Fra un po’ esploderà. Con la ragione non riesco a scacciarla. Ditemi come iniziare! Come posso scoprire un significato che ho nascosto io stesso?

Il tempo non si può infrangere: è il fardello più grave che ci portiamo addosso. E la nostra sfida più grossa è vivere nonostante questo fardello.

Il vostro paradosso, è che vi dedicate alla ricerca della verità, ma non sopportate la vista di ciò che scoprite.

…morì al momento giusto!

“Oggi parlatemi di questa questione del morire al momento giusto”. “Vivendo quando vivete! La morte perde ogni connotazione di terrore se si muore dopo aver consumato la vita!”

“La vostra vita l’avete vissuta? O ne siete stato vissuto? L’avete scelta? O ne siete stato scelto? L’avete amata? O vi è dispiaciuta?”

“Ho vissuto quella che mi è stata assegnata. Io sono stato incastrato in questa vita”.

“Non è come per voi… per me è troppo tardi! Io ho una famiglia, dei dipendenti, degli studenti…non posso cambiare la mia vita: è troppo intrecciata con la trama di altre vite”.

Nietzsche gli prese il braccio “Amico mio, io non posso dirvi come vivere in modo diverso perché, se lo facessi, ancora una volta tu vivresti il disegno di una altro”.

“In questo momento, Friedrich, non amo altro che il pensiero di avere adempiuto al mio dovere nei confronti degli altri” […] “Dovere e fedeltà sono falsità, schermi dietro cui nascondersi. La liberazione di se stesso significa un sacro “no”, anche nei confronti del dovere”[…]. “Devi imparare a conoscere il tuo lato cattivo”.

“Per costruire figli devi prima costruire te stesso”.

Farsi carico delle responsabilità altrui: è proprio lì la trappola, per me come per loro.

“…dobbiamo vivere come se fossimo liberi. Anche se non possiamo sfuggire al fato, tuttavia dobbiamo prenderlo a testate: dobbiamo volere che il nostro destino si realizzi. Dobbiamo amare il nostro fato”.

“…il vero nemico sono “le divoranti fauci del tempo”. Tuttavia, non so bene come, nei confronti di queste fauci non mi sento inerme. Oggi , forse per la prima volta, mi sembra di volere la mia vita”.

“Ogni individuo deve scegliere la verità che è in grado di tollerare”.

“…ora so che la chiave al vivere bene è prima di tutto volere ciò che è necessario e poi amare ciò che si è voluto”.

Continuare a danzare, finche’ ci sarà musica.

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Fare quel lavoro era come spalare la neve. Nevicava? E io ero lì pronto con la mia pala, a liberare le strade, in modo rapido ed efficiente. Non avevo nessuna ambizione o aspettativa. Mi limitavo a sbrigare in modo sistematico i lavori che mi arrivavano, uno dopo l’altro. Francamente, ogni tanto non potevo fare a meno di chiedermi se non stavo sprecando la mia vita.

Il buio aveva assorbito il mio corpo, e io non ero che un ectoplasma sospeso a mezz’aria. Senza più corpo, e senza nessun altro punto di riferimento nello spazio. Vagavo nel nulla più totale, su quella strana linea di confine tra incubo e realtà.

Fondamentalmente agli uomini piace ammazzarsi a vicenda. E così si ammazzano finché non ne hanno avuto abbastanza. Quando sono stanchi, per un po’ si riposano. Poi ricominciano ad ammazzarsi. E’ una cosa stabilita. Non ci si può fidare di nessuno, e non cambierà mai. Non c’è niente da fare. Se a qualcuno non piace, l’unica cosa da fare è fuggirsene in un altro mondo.

Non puoi startene seduto a pensare. Se no non arriverai a niente. Capisci? -Capisco, dissi. – Ma cosa devo fare, allora? –Danzare, rispose . –Continuare a danzare, finche’ ci sarà musica. Capisci quello che sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra.

Tutt’a un tratto mi ricordai dell’uomo pecora. Anche in questo momento lui esiste, pensai. In una zona di alterazione spazio-temporale dentro quell’albergo. Sì, lui è presente. Cerca di farmi capire qualcosa. Ma non funziona. Io non riesco a captare il messaggio. E’ troppo veloce. La mia testa è intorpidita e non riesco a decifrare la scritta.

Da dove cominciare? Non c’era un vero punto di partenza. Ero schiacciato contro un muro altissimo, circondato da pareti lucide e scivolose come specchi. Non sapevo dove mettere le mani, non c’era nessun appiglio. Ero disorientato.

Sognava che la perfezione divorasse l’imperfezione. Per lei questo era l’amore… Per me l’amore era un puro concetto dotato di un corpo inadeguato, che passando attraverso cavi sotterranei, linee telefoniche eccetera, riesce faticosamente a trovare il contatto. Una cosa terribilmente imperfetta. A volte ci sono errori di trasmissione. A volte non si conosce il numero. A volte ti chiamano, ma hanno sbagliato numero. Non c’è niente da fare. Finche’ vivremo in questo corpo, sarà così. Ho cercato di spiegarglielo. Infinite volte. Ma un giorno lei se ne è andata. Può darsi che io, col mio elogio dell’imperfezione, l’abbia incoraggiata.

Se si fanno le cose mettendoci amore, quell’amore ti ritorna. Sei hai un atteggiamento positivo alla vita, la tua vita sarà più piacevole. –Di più non si può? –Di più noi non possiamo. Poi entra in gioco la fortuna.

Tutti noi viviamo in un continuo movimento e tutto quello che ci circonda si trasforma di conseguenza, e prima o poi dovrà sparire. E’ un processo inevitabile. Non c’è niente di duraturo. Le cose restano nella coscienza , ma spariscono dal mondo della realtà.