#UnViaggioUnLibro: il viaggio in treno nella scrittura di Murakami

 

unviaggiounlibro

Il viaggio in treno è un viaggio con il tempo: il tempo per fare, pensare, guardarsi intorno.
Nei vagoni dei treni veloci, quelli che rimandano alla conformazione dei pullman, quella passerella stretta sottrae un pò della privacy necessaria a chi, come me, vuole starsene per i fatti suoi. Sto raggiungendo Venezia, il mondo fuori scorre tranquillo ed io sono immerso nella lettura de “Il mestiere dello scrittore” di Murakami Haruki. Le colline scivolano via dal finestrino mentre cerco di carpire qualche segreto dal maestro giapponese. Non ho nessuna intenzione di diventare scrittore, vorrei solo avere un piccolissimo indizio sul come Murakami riesce a tenermi immerso nei suoi romanzi. Qualcuno mi ha detto che i racconti di Murakami sono tutti uguali. C’è un fondo di verità in questo, ma allora perchè leggo e rileggo i suoi libri con la stessa necessità di chi sente di dover tornare nei luoghi della propria adolescenza?
Mente fuori il mondo continua a scorrere, all’interno della carrozza l’unico movimento che riconosco è l’alternarsi delle pagine.

rbt

“Se il lettore ritroverà nelle mie opere quell’immensa sensazione di calore che prova sulla pelle quando entra nell’acqua termale, ne sarò felice […]. Dobbiamo credere soprattutto alle nostre impressioni reali, senza curarci di quanto dice la gente intorno a noi. Non c’è criterio che valga di più, sia per uno scrittore che per un lettore.“

Il leggero vibrare della poltrona concilia l’assorbimento di questi pensieri. Il libro poggiato sul tavolino sembra sentirsi a suo agio, come se fosse il suo posto nel mondo. Il viaggio in treno nella scrittura di Murakami mi pare ora il solo modo di leggere questo libro, come se una volta arrivati a destinazione, non potessi più continuarne la lettura. Un leggero filo di disappunto si annoda a quest’esperienza particolare.
Quando il treno si ferma, senza scossoni, senza lo stridere metallico dei freni, mi sento come i personaggi di mr Murakami che tornano nel mondo reale, attraversato da una sensazione di vuoto, smarrimento. Mi guardo intorno per essere certo di non dimenticare niente e lasciare un cenno di gratitudine ad una condizione che non si verificherà mai più, non più su quei sedili, mai più uguale.

L’elefante scomparso

mef_vivid

Non c’era nulla di cui dovessi parlarle. Sinceramente. Non c’è nulla di cui si debba parlare.

Non voglio spingere nessuno a fare niente, né essere spinto. Mi basta sentire la sua presenza vicino a me, la sua punteggiatura volteggiare intorno a me.

Non voglio diventare il padrone del mondo o un artista di genio. Non voglio nemmeno volare. Soltanto essere in due posti contemporaneamente.

Ci sono tante cose che pur andando avanti negli anni continuo a non capire.

La memoria è qualcosa di simile a un romanzo, o forse un romanzo è qualcosa di simile alla memoria. […]. In entrambi i casi, ci si sforza di mettere tutto in ordine, ogni cosa al suo posto, ma il contesto tende a sfuggire, e alla fine si dilegua.

Mi piaceva andare lontano. Tagliare l’erba lontana di un prato lontano. Contemplare il paesaggio lontano di un posto lontano.

A volte sento che le cose intorno a me perdono il giusto equilibrio, ma può darsi che si tratti di una mia impressione. Può darsi che sia dentro di me che da allora qualcosa ha perso il suo equilibrio, e che sia questa la ragione per cui la realtà esterna mi appare distorta. Forse tutto dipende da me.

Noi lo chiamiamo l’uccello-giraviti. Un’idea di mia moglie. Il suo vero nome lo ignoravamo, non sapevamo neanche che aspetto avesse. Ma questo all’uccello-giraviti era indifferente, ogni giorno veniva sugli alberi li’ intorno a stringere le viti del nostro piccolo mondo tranquillo.

…in che momento, a che punto, l’ago della mia vita aveva preso a sbandare? Non lo sapevo. Non mi veniva in mente nessun episodio particolare.

Anche lui era profondamente addormentato. Né l’uno né l’altro sospettavano di nulla. Credevano che il mondo non avesse subito cambiamenti e continuasse a funzionare come al solito. Si sbagliavano. Il mondo a loro insaputa stava mutando rapidamente. Tanto da non poter più tornare indietro.

Ma le lancette dell’orologio avanzano, segnano le due, le tre, a poco a poco si fa sera, e io non ho combinato nulla. E alla fine mi trovavo sempre sul divano, competamente disorientato.

È solo. Ma non è triste. La gente usa spesso l’espressione “sentirsi solo”, ma in realtà c’è solitudine e solitudine. C’è quella triste e dura che logora i nervi. Ma ce n’è anche una diversa. Per conoscerla, è necessario controllare il proprio corpo, la si ottiene in cambio di questo sforzo.

Frequentavamo una scuola privata per soli maschi e lui aveva molto successo, in classe era il più popolare, oltre ad essere il cocco dei professori. Nonostante avesse ottimi voti non si dava arie, era socievole, alla mano, e scherzava volentieri. Aveva anche il senso della giustizia. Eppure io fiutavo in lui un istinto calcolatore, dietro quella generica bravura, e fin dall’inizio non lo potei sopportare. […]. Tutta la mia natura si rivoltava contro l’odore di egoismo e di arroganza che emanava da Aoki, come a volte non si può sopportare l’odore del corpo di qualcuno.

Non dovevo lasciarmi abbattere da gente disprezzabile che per me non contava nulla.

A queste persone non passa neanche per l’anticamera del cervello che potrebbero sbagliarsi. Non riescono neanche a immaginare che possono ferire qualcuno irreparabilmente, senza motivo. Non si assumono la minima responsabilità degli effetti della loro condotta.

L’assassinio del Commendatore

IMG_20190221_122903.jpg

dav_vividLì, per la prima volta dopo tanto tempo, vidi il telegiornale della Nhk. […]. Però di tutto quello che disse, dall’inizio alla fine, non c’era quasi nulla che avesse una qualche attinenza con me. Era come se parlasse di fatti avvenuti su un altro pianeta, o di cose inventate di sana pianta da chissà chi.

…riguardo alla relazione con mia moglie mi sentivo sereno. Consideravo il ruolo che mi era toccato nella commedia di quel matrimonio come naturale e ovvio.

“E voi? Chi siete voi? Avete preso quell’aspetto li, ma in realtà chi siete? Vedete, questa domanda vi mette in imbarazzo, anche voi troverete difficile rispondere. Lo stesso è per me. […]… sono io un fantasma? No, no, non è così, signore. Non sono un fantasma. Sono una pura e semplice “idea”.”

La sua figura divenne sempre più evanescente, i contorni meno nitidi. E in pochi secondi sparì del tutto.[…]. La sua presenza non aveva lasciato alcuna traccia. Già, le idee non hanno né calore, né peso. Prendono solo in prestito sembianze provvisorie.

Poteva darsi che non fosse veramente accaduto, ma non era nemmeno un sogno. Forse era qualcos’altro ancora.

Scusate l’invadenza, ma è da un po’ che vi osservo lavorare. Spero di non avervi disturbato. Anche a queste parole non avevo intenzione di rispondere. Che mi desse fastidio o meno, come poteva una persona vivente mettersi a ragionare con un’idea?

“Cercate di non farci caso, però, se ci riuscite. So che non è gentile da parte mia, ma un’idea vede tutto. Non è che possiamo scegliere cosa vedere e cosa no.”

Accanto a me, sul sedile, il Commendatore non c’era più. La cosa non mi stupì, né mi inquietò. Lui aveva modi tutti suoi di comportarsi.

“In ultima analisi, la vera domanda è se si possa considerare un’idea qualcosa di autonomo o meno.” “Proprio così”, mi sussurrò all’orecchio il Commendatore. Memore del suo avvertimento, non mi guardai attorno.

“La cosa che ho temuto più di tutto, prigioniero in quello spazio stretto e buio, – proseguì Menshiki, – non era morire. No. La paura è cominciata quando ho iniziato a pensare che rischiavo di vivere eternamente così. È stato allora che ho avuto davvero paura. Una paura che mi toglieva il fiato. Avevo le allucinazioni, vedevo le pareti stringersi intorno a me fino a stritolarmi. Per resistere vivi lì dentro è necessario sormontare quell’angoscia. Occorre sapersi dominare. E a questo scopo, arrivare più vicino possibile alla morte.”.

E pensai a tante cose. La metà, avrei fatto meglio a dimenticarle. Se almeno ci fosse stato il Commendatore, con me! Se almeno avessi potuto parlare con lui di qualcosa! Di qualunque cosa, di qualunque argomento… Mi sarebbe bastato sentire la sua voce. Lui però non c’era, da nessuna parte, e non avevo modo di chiamarlo.

dav_vivid

“Tu vorresti riuscire a disegnare bene, vero? – le chiesi. Di nuovo Marie annuì. “Mi piacciono la cose che si vedono, quanto quelle invisibili, – disse.

Per fare del suo ritratto un’opera d’arte non bastava che riproducessi tali quali le sue fattezze. Perché avrei realizzato soltanto una raffigurazione molto somigliante e nulla più. L’essenziale invece, ciò che dovevo scoprire, era la “narrazione” da rivelare sulla tela.

Un sorriso che era come un raggio di sole filtrato tra le nubi e venuto a creare un cerchi di luce sul terreno.

Che strana giornata! Non riuscivo a capire se stessi avanzando, indietreggiando o girando in tondo. Mi sembrava di aver perso del tutto il senso dell’orientamento.

“In qualunque cosa c’è un aspetto positivo. Qualunque nuvola, per quanto spessa e scura, vista dall’alto brilla di luce argentea.”.

…le idee sono la fonte stessa dell’energia che alimenta la loro cognizione…

…gli esseri umani, anche quando vogliono smettere di pensare a una cosa, in realtà stanno pensando a quella cosa, e finché la pensano, quella cosa viene pensata. Per smettere di pensare a una cosa, devono smettere di pensare che vogliono smettere di pensare. “Insomma, almeno che per qualche motivo non si venga colpiti da improvvisa amnesia, a meno che non si stacchi di colpo la spina del pensiero, non ci si può liberare delle idee.”.

“Credo di comprendere cosa vuol dire. Che per un certo periodo della vita, anche il fatto di annullare se stessi ha la sua importanza.”.

“Si, l’insieme delle caratteristiche che fanno di una persona quella che è.”.

La cosa strana, con i quadri, è che più si avvicinano al compimento, più acquisiscono volontà, punto di vista ed espressività propri. E quando viene il momento, dicono al pittore che si deve fermare, che l’opera è pronta.

Eppure presentivo in quel quadro uno sviluppo. Da un momento all’altro qualcosa stava per accadere, stave per iniziare, lì dentro – lo percepivo con estrema intensità.

Comunque la sua esistenza, non c’era bisogno di dirlo, era legata al tempo, allo spazio e alla probabilità. Come quella di ogni persona a questo mondo. Perché noi essere umani, finché viviamo, non possiamo liberarci da questa limitazione. Tutti, nessuno escluso, siamo per così dire circondati da solidi muri, è in questo modo che siamo fatti. Forse.

Intanto , non potevo fare altro che avanzare. Con la luce della torcia per unica alleata, mi inoltrai nell’oscurità della “via metaforica”.

“Il mio ruolo, il mio lavoro, è solo di farti attraversare. – rispose lui. – Farti sgusciare attraverso lo stretto spiraglio che separa il nulla dalla realtà. Il seguito, non è più compito mio.”.

“hai bevuto l’acqua del fiume. Basta che tu vada avanti, vedrai che saranno le tue mosse a generare risposte pertinenti. Qui, nel regno della correlazione, funziona così.”.

Non dovevano condurre una vita ricca di emozioni, anzi, al contrario. Quanto ad andare in barca nel paese delle metafore, era altamente improbabile.

Ma esiste realmente, a questo mondo, la cosa giusta da fare, la cosa davvero giusta? O davvero sbagliata? Nel mondo in cui viviamo, la pioggia a volte è prevista al trenta per cento, a volte al settanta. E forse funziona così anche per la verità. C’è una verità al trenta per cento, c’è una verità al settanta.

Quanto a me, ero sempre il solito. Alcuni giorni prima avevo bevuto l’acqua del mondo metaforico e attraversato il fiume che separa l’essere dal nulla, ma non sapevo se dentro di me fosse mutato qualcosa o no.

Il mestiere dello scrittore – Murakami

IMG_20180910_162423-01.jpeg

 

Il numero di romanzieri non ha limiti, ma lo spazio nelle librerie si.

Scrivere un romanzo è un atto lento, un atto che si compie a marcia ridotta. Qualcosa a metà strada fra a camminata e la pedalata.

Mentre scrivevo, la sensazione che provavo era più vicina al “fare musica” che al “comporre frasi” […]. Mantenere il ritmo, trovare accordi, credere nella forza dell’improvvisazione.

Definire a parole l’originalità è molto difficile, ma descrivere e far rivivere le condizioni spirituali che la generano è possibile. Quando scrivo un romanzo ho sempre il desiderio di ricreare dentro di me queste condizioni. Perché è una sensazione magnifica. Una sensazione rinfrescante, come se all’interno di una giornata ne sorgesse un’altra. Sarebbe bellissimo se riuscissi a far provare la stessa cosa anche ai miei lettori. Aprire una finestra nelle pareti dello spirito, per far entrare aria fresca. È un pensiero, una speranza, che ho sempre in testa mentre scrivo un romanzo.

Se il lettore ritroverà nelle mie opere quell’immensa sensazione di calore che prova sulla pelle quando entra nell’acqua termale, ne sarò felice […]. Dobbiamo credere soprattutto alle nostre impressioni reali, senza curarci di quanto dice la gente intorno a noi. Non c’è criterio che valga di più, sia per uno scrittore che per un lettore.

Essere un romanziere significa raccontare una storia. E raccontare una storia significa, in altre parole, scendere di propria volontà al fondo della propria coscienza. Nella parte più buia del proprio spirito.

L’energia fisica e quella spirituale sono due ruote di una macchina. Quando funzionano in equilibrio reciproco, riescono a dare al veicolo una giusta direzione e ad avere una grande efficienza.

…si realizzano cose in teoria impossibili. Ed è proprio per questo che scrivere è una grande gioia.

In una zona sotterranea, al di sotto del duro strato della vita quotidiana, in realtà siamo legati “tramite il romanzo”. Nel profondo del cuore condividiamo una storia.  Sono questi i lettori che ho in mente. Scrivo giorno dopo giorno con la speranza di dar loro un po’ di piacere e qualche emozione.

Barcollando tra “la fine del mondo e il paese delle meraviglie”

IMG_20180614_192954.jpg

Per la prima volta ho vacillato. Stavo per cedere lasciandomi risucchiare dalla realtà. Stavo per chiudere il libro e dire basta. Ma Murakami è talmente assurdo che devi andare fino in fondo.

 

D’ora in poi lei sarà il Lettore dei sogni, Si dimentichi il suo vero nome.

Se la maggior parte delle persone si esprime in maniera ambigua, è perché in fondo al cuore è in cerca di guai, ne sono fermamente convinto.

Provai a immaginare il mio cranio senza carne ne’ pelle, svuotato del cervello e posato su uno scaffale, mentre il vecchio ci batteva sopra con delle molle in alluminio. Una sensazione stranissima.

Nessuno può tenere la propria ombra in questa città, e chi vi entra non può uscirne più. […]. E fu così che persi la mia ombra.

Non c’è nulla che mi piaccia di più di quel breve intervallo di tempo che va da quando mi infilo nel letto a quando mi addormento. Mi porto qualcosa da bere, ascolto musica, leggo qualche pagina. E’ un piacere immenso, come un bel tramonto o l’aria pura e pulita.

Ho paura che lei e la sua ombra finiate per riattaccarvi l’uno all’altra. E in tal caso bisognerebbe ricominciare tutto da capo.

Dimentichi la sua ombra. Qui è la fine del mondo, da qui non si va da nessuna parte.

La fine del mondo. Il problema era che non riuscivo assolutamente a ricordarmi ne’ la ragione ne’ lo scopo per cui avevo abbandonato il mio vecchio mondo ed ero venuto in quel posto. Qualcosa, qualche forza mi ci aveva portato. Qualche straordinaria e assurda energia. Così avevo perso la mia ombra, i miei ricordi, e adesso stavo per perdere il mio cuore.

Apri di più il tuo cuore, non sei prigioniero. Sei un uccello che vola nel cielo alla ricerca dei sogni.

Nessuno, genio o imbecille che sia, può vivere entro i limiti del proprio mondo. Per quanto profondo sia il sotterraneo dove si va a nascondere, per quanto alto sia il muro dentro il quale si rinchiude, verrà sempre qualcuno a scovarlo.

Se si ha fiducia che tutto andrà per il meglio, nulla fa più paura a questo mondo, – disse lei. Col passare degli anni, sono sempre meno le cose in cui si ha fiducia, – risposi. – Come i denti, a forza di strofinarci sopra si consumano. Non è che si diventi cinici, e nemmeno scettici, semplicemente ci si consuma.

…sono stato privato dei miei strumenti di valutazione, dei miei ricordi, come posso fare confronti?

Io sono sofferente nel corpo, ma tu sei sofferente nel cuore. Prima di tutto devi guarire. Altrimenti saremo entrambi rovinati prima di andarcene di qui. Io per conto mio rifletterò, ma tu devi fare tutto il possibile per salvarti. E’ questa la cosa importante.

Quando sono in preda alla confusione, io guardo sempre gli uccelli, – disse. – Osservandoli mi convinco  che ho ragione. Perché non hanno alcun nesso con la perfezione della città.

Ma cos’è l’identità? È l’originalità del sistema di pensiero basato sull’insieme dei ricordi delle esperienze passate. Più semplicemente la si può chiamare lo spirito. Non esistono due persone con lo stesso spirito.

Delle stelle non serbo alcun ricordo. A pensarci bene, erano mesi che non alzavo gli occhi a guardarle. Se negli ultimi tre mesi fossero scomparse tutte quante dal cielo, di sicuro non me ne sarei nemmeno accorto. […]. A quel pensiero mi dissi che avevo condotto una vita ben limitata e assurda.

Qui ognuno di noi scava una fossa pura. Azioni senza scopo, sforzi che non portano progressi, percorsi che non hanno una meta finale. È fantastico, non trova? Nessuno reca danno a nessuno. Nessuno caccia via nessuno. Nessuno vince, nessuno perde.

Una volta che avrò abbandonato il suo cuore, però, arriverà la tranquillità. Una pace profonda quale lei non avrà mai provato.

La perfezione di questa città è basata sul fatto che i suoi abitanti non hanno sentimenti. Avendo perso il cuore, ogni essere è chiuso in un tempo allungato all’infinito. Per questo nessuno invecchia, nessuno muore.

Ma se non ci sono tutte queste cose brutte, significa che non c’è nemmeno il loro contrario. La gioia, la felicità, l’amore.se c’è la delusione è perché c’è la speranza, se c’è la tristezza è perché c’è la sua controparte, la gioia. Non esiste da nessuna parte la felicità senza delusione.

Mi bastava abbandonare al vento il mio cuore, come gli uccelli. Perché non potevo buttarlo.

E poi chi mai cercava la lealtà? Nessuno. Forse soltanto io. Però che senso aveva una vita senza lealtà?

Quella era la fine del mondo, e non aveva sbocco. Lì il mondo terminava, e quietamente si fermava.

 

Con Murakami “A sud del confine, a oveste del sole”

IMG_20180220_100934-01.jpeg

A me lei non piaceva proprio. Non è che ci fosse un motivo particolare, anzi era sempre gentile con me. Eppure, nelle sue parole, si avvertiva sempre un certo nervosismo che a volte mi rendeva inquieto.

Secondo me, nella vita ci sono cose che possono essere cambiate e altre che sono irreversibili. Arrivati a un certo punto, non si può più tornare indietro. […] Cioè col passare del tempo, alcune cose finisco per assumere una rigida forma definitiva, come il cemento che si solidifica in un secchio. A quel punto non si può invertire la rotta.

Amavo moltissimo quell’indefinibile nonsoché trasmessomi con forza dalle persone dell’altro sesso. Era come la passione segreta che alcuni nutrono per i temporali, i terremoti o i lunghi blackout. Potrei chiamarlo «magnetismo», una forza che, nostro malgrado, ci attira inevitabilmente a sé e ci risucchia.

Ero arrivato alla conclusione che il lavoro era solo una noiosa incombenza e che l’unica cosa da fare era impegnare il tempo libero nel miglior modo possibile e cercare di godersi la vita.

Ci sono cose che svaniscono all’improvviso come se fossero state recise da un colpo secco, mentre altre si dissolvono lentamente, fino a sparire del tutto. Ciò che rimare è solo il deserto.

La musica che ascoltavo allora e i libri che leggevo, li sentivo penetrare dentro di me, nota per nota, riga per riga. I miei nervi erano tesi e affilati come cunei e nel mio sguardo c’era una luce così penetrante che sembrava quasi voler trafiggere gli altri.

A sud del confine, a ovest de sole, – disse. Esiste un posto così. Hai mai sentito parlare di una malattia chiamata isteria siberiana? […]… Giorno dopo giorno, vedi il sole sorgere ad est, attraversare la volta celeste e tramontare a ovest e alla fine dentro di te qualcosa si spezza e muore. Lasci a terra la zappa e cominci a camminare con la mente svuotata da ogni pensiero, verso ovest, a ovest del sole. Continui a camminare per giorni, senza mangiare né bere, come un invasato. E un giorno ti accasci al suolo e muori. È questa l’isteria siberiana.

Se in un luogo non esistono realtà intermedie, le mezze misure non possono esistere. A sud del confine esisteranno pure i forse , ma non a ovest del sole.

La nostra memoria e le nostre sensazioni sono troppo incerte e unilaterali e quindi, per provare la veridicità di alcuni fatti, ci basiamo su una «certa realtà». Ma quella che per noi è realtà, fino a che punto lo è davvero e fino a che punto è quella che noi percepiamo come tale?

Adesso tocca a me creare sogni per gli altri, sarà questo il mio nuovo compito.

Continuare a danzare, finche’ ci sarà musica.

20170912_102512-picsay

 

Fare quel lavoro era come spalare la neve. Nevicava? E io ero lì pronto con la mia pala, a liberare le strade, in modo rapido ed efficiente. Non avevo nessuna ambizione o aspettativa. Mi limitavo a sbrigare in modo sistematico i lavori che mi arrivavano, uno dopo l’altro. Francamente, ogni tanto non potevo fare a meno di chiedermi se non stavo sprecando la mia vita.

Il buio aveva assorbito il mio corpo, e io non ero che un ectoplasma sospeso a mezz’aria. Senza più corpo, e senza nessun altro punto di riferimento nello spazio. Vagavo nel nulla più totale, su quella strana linea di confine tra incubo e realtà.

Fondamentalmente agli uomini piace ammazzarsi a vicenda. E così si ammazzano finché non ne hanno avuto abbastanza. Quando sono stanchi, per un po’ si riposano. Poi ricominciano ad ammazzarsi. E’ una cosa stabilita. Non ci si può fidare di nessuno, e non cambierà mai. Non c’è niente da fare. Se a qualcuno non piace, l’unica cosa da fare è fuggirsene in un altro mondo.

Non puoi startene seduto a pensare. Se no non arriverai a niente. Capisci? -Capisco, dissi. – Ma cosa devo fare, allora? –Danzare, rispose . –Continuare a danzare, finche’ ci sarà musica. Capisci quello che sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c’entra.

Tutt’a un tratto mi ricordai dell’uomo pecora. Anche in questo momento lui esiste, pensai. In una zona di alterazione spazio-temporale dentro quell’albergo. Sì, lui è presente. Cerca di farmi capire qualcosa. Ma non funziona. Io non riesco a captare il messaggio. E’ troppo veloce. La mia testa è intorpidita e non riesco a decifrare la scritta.

Da dove cominciare? Non c’era un vero punto di partenza. Ero schiacciato contro un muro altissimo, circondato da pareti lucide e scivolose come specchi. Non sapevo dove mettere le mani, non c’era nessun appiglio. Ero disorientato.

Sognava che la perfezione divorasse l’imperfezione. Per lei questo era l’amore… Per me l’amore era un puro concetto dotato di un corpo inadeguato, che passando attraverso cavi sotterranei, linee telefoniche eccetera, riesce faticosamente a trovare il contatto. Una cosa terribilmente imperfetta. A volte ci sono errori di trasmissione. A volte non si conosce il numero. A volte ti chiamano, ma hanno sbagliato numero. Non c’è niente da fare. Finche’ vivremo in questo corpo, sarà così. Ho cercato di spiegarglielo. Infinite volte. Ma un giorno lei se ne è andata. Può darsi che io, col mio elogio dell’imperfezione, l’abbia incoraggiata.

Se si fanno le cose mettendoci amore, quell’amore ti ritorna. Sei hai un atteggiamento positivo alla vita, la tua vita sarà più piacevole. –Di più non si può? –Di più noi non possiamo. Poi entra in gioco la fortuna.

Tutti noi viviamo in un continuo movimento e tutto quello che ci circonda si trasforma di conseguenza, e prima o poi dovrà sparire. E’ un processo inevitabile. Non c’è niente di duraturo. Le cose restano nella coscienza , ma spariscono dal mondo della realtà.

Nel segno della pecora, nel segno di Murakami

20170610_091730Quando l’orologio batté le due, sentii due colpi contro la porta. [ ] Aprii, e vidi l’uomo-pecora. A un paio di metri di distanza, stava osservando la cassetta della posta come fosse una cosa rara, poco interessato sia alla porta che a me. Era alto forse un metro e cinquanta, poco più della cassetta. Aveva la schiena curva e le gambe storte.   [ ] Aveva addosso una pelle di pecora che lo ricopriva tutto dal collo in giù, e che si adattava perfettamente al suo corpo tozzo. Le parti che rivestivano le braccia e le gambe le aveva confezionate lui, così come il cappuccio che gli nascondeva la testa, ma le corna ricurve che spuntavano in cima erano vere.

 

Cercai la sua figura nello specchio. Non c’era! Nello specchio l’uomo-pecora non esisteva!  [ ] Nel mondo dello specchio ero l’unico essere vivente. Sentii un brivido freddo corrermi lungo la schiena.

Non c’è sensazione peggiore che svegliarsi al buio. E come se si dovesse ricominciare da capo. All’inizio, quando si aprono gli occhi, si ha l’impressione di vivere l’esistenza di qualcun altro, e ci vuole parecchio tempo prima che a questa subentri la propria. E’ una strana sensazione osservare la propria vita come se fosse quella di un altro.

La debolezza è qualcosa che imputridisce dentro di noi, come una cancrena. Io la sentivo già quando ero adolescente. Per questo ero sempre irritato. [ ] E’ come una malattia ereditaria: sai che ce l’hai, ma non puoi fare nulla per guarire.

E’ una debolezza morale, mentale… è una debolezza dell’esistenza stessa.

20170520_172856-picsay

L’uomo-pecora bussa alla porta e non mi stupisco, anzi lo stavo aspettando senza rendermene conto. La potenza di Murakami è tutta qui: far sembrare normale e scontato un avvenimento senza senso. Murakami ha alterato, per sempre, la mia percezione di lettore.