I mattoni di Urbino

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Urbino la vedi da lontano: appare e scompare tra gli alberi dopo ogni curva. È assediata da nuvole basse, che faticano non poco a farsi strada tra i mattoni della città. I mattoni: prima d’ora non avevo mai pensato ai mattoni. Ad Urbino i mattoni non sono solo dei parallelepipedi di colore rosso usati per l’edilizia, sono l’anima del centro storico. Non ho mai sentito così forte la presenza delle mura degli edifici in una città. Sono disegnate in modo incredibilmente preciso, con i mattoni perfettamente allineati, ordinati, disciplinati come un reggimento in una parata militare. Vicoli, scalinate, saliscendi inaspettati; si è avvolti completamente, dalla pavimentazione alle pareti, da mattoni tutti uguali che ti colorano la pelle, ti fanno perdere l’orientamento, ti tolgono il fiato.

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Eppure c’è una straordinaria armonia. Dopo lo scombussolamento iniziale, Urbino ti invita a fare amicizia con le sue librerie, i caffè e quell’atmosfera da intellettuale che ne determina il fascino, con la complicità di un’immensa ricchezza storica e artistica.

L’assassinio del Commendatore

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dav_vividLì, per la prima volta dopo tanto tempo, vidi il telegiornale della Nhk. […]. Però di tutto quello che disse, dall’inizio alla fine, non c’era quasi nulla che avesse una qualche attinenza con me. Era come se parlasse di fatti avvenuti su un altro pianeta, o di cose inventate di sana pianta da chissà chi.

…riguardo alla relazione con mia moglie mi sentivo sereno. Consideravo il ruolo che mi era toccato nella commedia di quel matrimonio come naturale e ovvio.

“E voi? Chi siete voi? Avete preso quell’aspetto li, ma in realtà chi siete? Vedete, questa domanda vi mette in imbarazzo, anche voi troverete difficile rispondere. Lo stesso è per me. […]… sono io un fantasma? No, no, non è così, signore. Non sono un fantasma. Sono una pura e semplice “idea”.”

La sua figura divenne sempre più evanescente, i contorni meno nitidi. E in pochi secondi sparì del tutto.[…]. La sua presenza non aveva lasciato alcuna traccia. Già, le idee non hanno né calore, né peso. Prendono solo in prestito sembianze provvisorie.

Poteva darsi che non fosse veramente accaduto, ma non era nemmeno un sogno. Forse era qualcos’altro ancora.

Scusate l’invadenza, ma è da un po’ che vi osservo lavorare. Spero di non avervi disturbato. Anche a queste parole non avevo intenzione di rispondere. Che mi desse fastidio o meno, come poteva una persona vivente mettersi a ragionare con un’idea?

“Cercate di non farci caso, però, se ci riuscite. So che non è gentile da parte mia, ma un’idea vede tutto. Non è che possiamo scegliere cosa vedere e cosa no.”

Accanto a me, sul sedile, il Commendatore non c’era più. La cosa non mi stupì, né mi inquietò. Lui aveva modi tutti suoi di comportarsi.

“In ultima analisi, la vera domanda è se si possa considerare un’idea qualcosa di autonomo o meno.” “Proprio così”, mi sussurrò all’orecchio il Commendatore. Memore del suo avvertimento, non mi guardai attorno.

“La cosa che ho temuto più di tutto, prigioniero in quello spazio stretto e buio, – proseguì Menshiki, – non era morire. No. La paura è cominciata quando ho iniziato a pensare che rischiavo di vivere eternamente così. È stato allora che ho avuto davvero paura. Una paura che mi toglieva il fiato. Avevo le allucinazioni, vedevo le pareti stringersi intorno a me fino a stritolarmi. Per resistere vivi lì dentro è necessario sormontare quell’angoscia. Occorre sapersi dominare. E a questo scopo, arrivare più vicino possibile alla morte.”.

E pensai a tante cose. La metà, avrei fatto meglio a dimenticarle. Se almeno ci fosse stato il Commendatore, con me! Se almeno avessi potuto parlare con lui di qualcosa! Di qualunque cosa, di qualunque argomento… Mi sarebbe bastato sentire la sua voce. Lui però non c’era, da nessuna parte, e non avevo modo di chiamarlo.

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“Tu vorresti riuscire a disegnare bene, vero? – le chiesi. Di nuovo Marie annuì. “Mi piacciono la cose che si vedono, quanto quelle invisibili, – disse.

Per fare del suo ritratto un’opera d’arte non bastava che riproducessi tali quali le sue fattezze. Perché avrei realizzato soltanto una raffigurazione molto somigliante e nulla più. L’essenziale invece, ciò che dovevo scoprire, era la “narrazione” da rivelare sulla tela.

Un sorriso che era come un raggio di sole filtrato tra le nubi e venuto a creare un cerchi di luce sul terreno.

Che strana giornata! Non riuscivo a capire se stessi avanzando, indietreggiando o girando in tondo. Mi sembrava di aver perso del tutto il senso dell’orientamento.

“In qualunque cosa c’è un aspetto positivo. Qualunque nuvola, per quanto spessa e scura, vista dall’alto brilla di luce argentea.”.

…le idee sono la fonte stessa dell’energia che alimenta la loro cognizione…

…gli esseri umani, anche quando vogliono smettere di pensare a una cosa, in realtà stanno pensando a quella cosa, e finché la pensano, quella cosa viene pensata. Per smettere di pensare a una cosa, devono smettere di pensare che vogliono smettere di pensare. “Insomma, almeno che per qualche motivo non si venga colpiti da improvvisa amnesia, a meno che non si stacchi di colpo la spina del pensiero, non ci si può liberare delle idee.”.

“Credo di comprendere cosa vuol dire. Che per un certo periodo della vita, anche il fatto di annullare se stessi ha la sua importanza.”.

“Si, l’insieme delle caratteristiche che fanno di una persona quella che è.”.

La cosa strana, con i quadri, è che più si avvicinano al compimento, più acquisiscono volontà, punto di vista ed espressività propri. E quando viene il momento, dicono al pittore che si deve fermare, che l’opera è pronta.

Eppure presentivo in quel quadro uno sviluppo. Da un momento all’altro qualcosa stava per accadere, stave per iniziare, lì dentro – lo percepivo con estrema intensità.

Comunque la sua esistenza, non c’era bisogno di dirlo, era legata al tempo, allo spazio e alla probabilità. Come quella di ogni persona a questo mondo. Perché noi essere umani, finché viviamo, non possiamo liberarci da questa limitazione. Tutti, nessuno escluso, siamo per così dire circondati da solidi muri, è in questo modo che siamo fatti. Forse.

Intanto , non potevo fare altro che avanzare. Con la luce della torcia per unica alleata, mi inoltrai nell’oscurità della “via metaforica”.

“Il mio ruolo, il mio lavoro, è solo di farti attraversare. – rispose lui. – Farti sgusciare attraverso lo stretto spiraglio che separa il nulla dalla realtà. Il seguito, non è più compito mio.”.

“hai bevuto l’acqua del fiume. Basta che tu vada avanti, vedrai che saranno le tue mosse a generare risposte pertinenti. Qui, nel regno della correlazione, funziona così.”.

Non dovevano condurre una vita ricca di emozioni, anzi, al contrario. Quanto ad andare in barca nel paese delle metafore, era altamente improbabile.

Ma esiste realmente, a questo mondo, la cosa giusta da fare, la cosa davvero giusta? O davvero sbagliata? Nel mondo in cui viviamo, la pioggia a volte è prevista al trenta per cento, a volte al settanta. E forse funziona così anche per la verità. C’è una verità al trenta per cento, c’è una verità al settanta.

Quanto a me, ero sempre il solito. Alcuni giorni prima avevo bevuto l’acqua del mondo metaforico e attraversato il fiume che separa l’essere dal nulla, ma non sapevo se dentro di me fosse mutato qualcosa o no.

Vi racconto Venezia75, anzi no

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Le urla di ragazzi e fotografi, divisi da un tappeto rosso, superano la musica già assordante di per se. Tutti che fotografano tutto, con qualsiasi cosa abbia un, seppur piccolo, obiettivo. Vestiti eccentrici su personaggi eccentrici che passeggiano per farsi ammirare. C’è chi corre chissà dove a fare chissà cosa, e poi le necessarie lunghe file per i veri protagonisti di Venezia75: i film. È davvero uno spettacolo nello spettacolo e credo sia difficile immaginare possa essere diverso.

È divertente, ma appena finito di lavorare salgo su di una delle mille biciclette a noleggio che girano per il Lido di Venezia e comincio a pedalare verso sud, senza sapere cosa aspettarmi: ho bisogno di silenzio.

Un sole caldo asciuga la tanta pioggia caduta in mattinata. Arrivo a Malamocco, senza sapere della sua esistenza. Nelle prime ore del pomeriggio è praticamente deserto. Se vedessi solo in bianco e nero, giurerei di essere stato rimandato indietro nel tempo di alcuni decenni. Invece i colori di Malamocco rendono questo borgo davvero attraente, emozionante, rilassante.

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Continuo a pedalare. Fino a all’Oasi del WWF degli Alberoni. Non avrei mai immaginato di trovare qui, tanto verde che arriva fino al mare. Continuo a pedalare finché non finisce la strada, finché non finisce l’isola, finché non finisce la mia energia.

Domani ancora Venezia75; quella dove il sole non basta, dove c’è bisogno di riflettori artificiali per far brillare le stelle.

Lisbona sotto la pelle

Sono salito sul tram numero 28 per caso. Il simbolo più popolare della città è il primo tram passato alla fermata appena fuori l’appartamento preso a Lisbona. Strano che non sia pieno, penso. Nessuno parla con il vicino e comunque non in portoghese. Una locandina che invita a stare attenti ai borseggiatori, l’aria tiepida che entra dai finestrini tutti aperti ed il rumore dello stridere delle ruote di ferro sui binari che guidano l’elettricos nel traffico non ancora caotico.

Come mi aspettavo, durante il tragitto il tram si riempie, per lo più di turisti. Il cuore di Lisbona scivola all’esterno, pulsando sempre più forte man mano che si arrampica per la collina dell’Alfama. Mi immergo nelle strade che salgono e scendono per il quartiere più antico di Lisbona, camminando accompagnato dallo sferragliare dei tram che si mescola alla musica malinconica del Fado che esce dalle porte aperte delle case dove mi fermo volentieri a bere una ginjinha.

Intorno a me c’è di tutto. Signore in grembiule che chiacchierano tra gli sguardi curiosi dei turisti, vecchi che si arrampicano senza fatica per le salite, bambini che giocano nelle stradine chiuse, pittori seduti sugli scalini con i taccuini sulle ginocchia, sfaccendati che cercano di nascondersi dai mille cellulari puntati ovunque mentre sbriciolano hashish. Tutto avvolto da una spensieratezza che può sembrare fuori luogo: è la saudade e mi ci trovo proprio bene.

Arrivo in Rua Garrett attraversando Largo do Chiado: è una distesa di persone. Il celebre caffè A Brasileira, ritrovo di intellettuali della Lisbona di inizio secolo scorso, si intravede appena tra ombrelloni e tavolini. Di fianco la statua di Pessoa, abbracciata e baciata da tutti quelli che passano, sedotti dalla possibilità di farsi una foto.

Una brezza fresca mi guida verso Praça do Comércio ed il tramonto lungo il fiume, per sempre nella mia memoria dopo la sera dell’eclissi. Questa città mi da la sensazione di essere in pieno mutamento. Uno strato fatiscente che sembra essere mal sopportato da un’eleganza che, però, fatica ad emergere. Come se fosse in corso una battaglia tra il caos dei tram e dei tuk tuk per turisti ed il desiderio di nostalgia e di lentezza del Fado, ma nessuno ha realmente voglia di vincere.

Ho letto molto su Lisbona prima di partire, forse troppo, e questo ha addomesticato l’effetto sorpresa essenziale in un viaggio, ma “O Aroma de Lisboa” si è insediato sotto la pelle, indelebile.

Con questi pensieri ancora a spasso per la mente, arrivo davanti al Convento do Carmo. Attraverso un piccolo ponte ed un localino, e salendo una ripida scala a chiocciola arrivo sulla terrazza dell’Elevador de Santa Justa. Il panorama notturno riscatta le delusioni dei vari miradouro in giro per la città. La splendida veduta, da’ la forza di sopportare  l’aria diventata quasi fredda. È molto tardi. Il tram 28 è fermo in un deposito chissà dove, per le strade non c’è più il vociare assordante della gente, il Fado è rinchiuso nei locali. Qualche cicala sottolinea il silenzio in cui è avvolta Lisbona, ma è solo per qualche ora.

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Uomini senza donne

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Tutto quel che possiamo fare è cercare di sopravvivere, mandare giù e andare avanti.

“Allora dobbiamo recitare?”

“Si, più o meno è così”         (Drive my car)

 

E’ quel profondo senso di perdita che ti assale quando devi separarti dalla donna amata, dopo averla incontrata ed esserti unito a lei. Quella fatica che fai a respirare. Se ci pensa, è un sentimento che è rimasto uguale da più di mille anni. Ed io che fino ad oggi non avevo mai provato personalmente questa emozione, in quanto essere umano non ero completo.            (Organo indipendente)

 

Ma la prospettiva davvero insopportabile per lui, più che la preclusione dell’atto sessuale in sé, era di non poter più passare insieme a loro momenti d’intimità. Perdere le donne in conclusione significa proprio questo. Perché le donne offrivano un tempo speciale che annullava la realtà, pur restandovi immerse. Era qualcosa che Shahrazad gli aveva regalato in quantità generosa, eppure inestinguibile. Per Habara, dover rinunciare un giorno a tutto questo era forse la più penosa delle prospettive.            (Shahrazad)

 

E al mondo c’era una quantità impressionante di cose da ricordare. Ma se fosse diventato un pesce o un girasole, invece che un essere umano, forse non avrebbe conosciuto quella strana sensazione che gli scaldava il cuore. Così gli sembrava. Rimase per molto tempo seduto a occhi chiusi. Assaporava tranquillamente quel calore, come una persona accanto a un falò.            (Samsa innamorato)

 

E’ facilissimo diventare “uomini senza donne”. Basta che tu ami profondamente una donna, e lei a un cerco punto se ne va.

E una volta che lo sei diventato, la loro solitudine ti si attacca addosso per sempre, è un colore che ti entra dentro, come una macchia di vino su un tappeto chiaro. Farla sparire è un lavoro improbo. Col tempo può darsi che sbiadisca, ma almeno finchè respiri resterà lì, indelebile.          (Uomini senza donne)

 

Questo è il mio legame con il viaggio

Mi succede quando sono in viaggio ed è normale. Ma quando ascolto i racconti di amici appena tornati a casa o quando leggo la descrizione di un luogo in un romanzo, sorrido. Non con espressioni del corpo, sorrido dentro di me. Una sensazione piacevole mi pervade, accompagnata da un animo sereno e sento di stare bene.

Entro nelle parole di chi mi parla di un viaggio e lo accompagno nel suo cammino. Mi guardo intorno cercando particolari che magari non ha visto, sorridendo alla gente che incontra e respirando la sua stessa aria.4foto per paco

Mi appiccico alle pagine di un racconto entrando in un ristorante con il protagonista, lasciandomi investire dagli odori della cucina ed assordare dal chiacchiericcio di chi è seduto ai tavoli. Esco in strada e passeggio senza fare domande, aspettando di girare pagina per godermi una nuova descrizione.

Questo è il mio legame con il viaggio, indissolubile, ossessivo, in tutti i sensi.

La tentazione di essere felici

20160811_103007-picsayE poi c’è Napoli…”

“Mi ero dimenticato che la vita è come questa città, un abbaglio. Tutte queste luci, i sorrisi della gente, le bancarelle, i carretti dello zucchero filato, le biciclette che strombazzano, la luna che si riflette in acqua e illumina Capri in lontananza sono ben poca cosa rispetto al silenzio dei tanti viali sporchi e dimenticati, di fronte al lamento dei vicoli che trasudano violenza, davanti agli sguardi spauriti di chi ancora non ha capito come confrontarsi con l’altra faccia della città.”

“Le madri, spesso, ritengono che l’amore donato debba tornare loro in qualche modo. Una specie di ricatto, insomma.”

“Mi piace chi combatte ogni giorno per essere felice.”

Per fortuna ci sono le nuvole

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Le felci si sgretolano sotto la pressione dei piedi che piombano al suolo come fucilate uno dietro l’altro. Il cuore mi rimbalza in gola per la paura. Il fiato ritmato mi rimbomba nella testa e diventa assordante unito al fracasso delle foglie che calpesto; non riesco a sentire se mi stanno seguendo ancora. Riesco a malapena a schivare i rami degli alberi che ricoprono la montagna, le spine di alcuni arbusti mi stracciano i pantaloni e poi le caviglie. Il terrore mi impedisce di girarmi a guardare e continuo a correre il più veloce possibile senza sapere dove sto andando.
Questo tratto di bosco non è ancora stato ripulito per la raccolta delle castagne che ci sarà tra qualche settimana. Ne approfitto e mi lascio cadere in un cespuglio sperando di non essere visto. Trattengo il respiro e tendo l’orecchio: nulla, solo il fruscio del vento che spettina gli alberi sopra di me. Un lungo sospiro mi incolla al suolo.
Il caos dentro di me è zittito dalla calma che mi circonda. La montagna, ferma e seria, mi invita a raccogliere le idee mentre il campanile che sovrasta il paese, sembra volermi chiedere cosa sta succedendo.
Per fortuna ci sono le nuvole. Una, a forma di quadrifoglio, scappa da un’altra più grande che sembra un coniglio, alla stessa velocità con la quale io scappo da questa gente, ma ha meno paura.