Viaggio in Tunisia, quando il mondo era in 4:3

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Libri, racconti di viaggiatori, guide in vari formati, bozze di itinerari, luoghi dove mangiare e fare foto. È più o meno così che organizzo un viaggio. Quando la data di partenza è lontana, però, mi capita spesso di distrarmi e pensare a viaggi passati. Riguardo video e foto, rileggo pensieri appuntati su fogliettini vari raccolti e conservati insieme a biglietti e cartoline. Così è tornato alla memoria un viaggio lontano nel tempo, quando il mondo era ancora in 4:3 e la videocamera troppo ingombrante per essere portarla in giro con disinvoltura. Quando si usava ancora la pellicola per le foto e sul retro delle stampe si scrivevano nomi e luoghi. Quando non era semplice, come oggi, organizzarsi un viaggio per conto proprio, e si andava in agenzia a prenotare un volo.

Così sono tornato al mare caldo di Djerba, in Tunisia. Al primo contatto con il deserto e con un cammello, e alla strana sensazione nel non riuscire a tenere gli occhi aperti e a come si appannavano le pupille al contatto con l’acqua.

I colori sbiaditi delle foto di Matmata, rinvigoriscono il ricordo dell’aridità del paesaggio che abbiamo attraversato, adeguato all’atmosfera dei villaggi berberi sparsi tra le alture plasmate dall’erosione del tempo.

La banale considerazione che la funzione delle foto è riportare alle mente emozioni vissute in passato, si esprime tutta con questa immagine:

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Arriviamo in una ghorfa che credevamo abitata solo da qualche lucertola e, nell’assoluto silenzio, salta fuori Fouad (così c’è annotato dietro la foto), uno spilungone con un baffetto furbo ed un’andatura elegante. Sobbalzo a tal punto che il tappo della reflex mi cade, finendo in una specie di pozzo e andato perso per sempre. Il nostro ospite sorride, ci offre del tè e qualche aneddoto su quel luogo. Ci racconta di se, della sua famiglia e della vita in quella “zona dimenticata dal mondo” dice con ramarico. Di sicuro è un copione ripetuto più volte, ma è molto efficace e lascia trasparire un certa autenticità. Trascorriamo piacevolmente qualche momento, attraversando queste costruzioni di pietra ed argilla che nascondono storie di vita quotidiana di un popolo antico come il mondo. Fouad ci saluta augurandoci una vita piena di figli e felicità, scomparendo così com’è apparso.

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Quando i treni erano lenti…

In treno

Quando da bambino prendevo il treno nasceva una magia particolare, anche se la destinazione non era sempre piacevole. Mi sentivo importante. I treni erano abbastanza lenti da consentire di affacciarsi al finestrino e godere dello scorrere del paesaggio. C’era il tempo di contare le pecore nei campi, di essere seguiti da un’auto e salutare qualcuno che ti stava guardando. Quando si attraversava una città, mi piaceva sbirciare nelle finestre delle case che si affacciavano nei pressi dei binari, mi chiedevo come si chiamassero quelle persone e se avessero mai preso un treno. Avrei voluto urlare: “ehi, sono qui sul treno, mi vedi?”

Ora i treni viaggiano ad una velocità elevata che ha accorciato notevolmente le distanze. I finestrini non si abbassano più, siamo comodamente seduti e collegati al mondo, ma non a quello che stiamo attraversando.

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dettaglio Locomotiva museo di Pietrarsa

Viaggiare in treno, su grandi distanze, mi ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto mi ha fatto riscoprire un’umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: un’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa   T. Terzani

Il giro del mondo in 65 quotidiani

Ricordo il sorriso del ragazzo cingalese a Kandy, che avrebbe voluto chiedermi cosa ci potessi capire.  Ricordo il gatto sulla cassa del negozio che li vendeva ad Istanbul, vicino alla pasticceria dell’omone dalla barba bianca. Ricordo il profumo di spezie che c’era intorno alla bancarella a Damasco. Ricordo Balengo che me ne fatto omaggio a Zanzibar.

Non saprei dire quando ho cominciato a collezionare quotidiani, non avevo intenzione di farne un souvenir. Ne è nata una testimonianza di presenza:  essere in un posto in un giorno esatto. Una mappa senza confini, solo una data e segni grafici diversi per ogni paese. Una sorta di rassegna stampa di luoghi: il giro del mondo in 65 quotidiani.

Ora questa collezione aveva voglia di essere vista.

Ricordi che perdono colore 3

per sfondo

Non poteva durare tutta la vita! Ho messo fine alla ricerca di foto e diari di vecchi viaggi di lavoro e non, persi in un trasloco. Una ricerca durata anni, perché non volevo rassegnarmi all’idea di non avere più immagini e parole di un periodo emozionante della mia vita. Quando i ricordi saranno stinti ed anche il bianco e nero della memoria diventerà tutto grigio non resterà più testimonianza del mio passaggio in quei luoghi.
E se non dovessi più incontrare i compagni di quei viaggi, con i quali, anche a distanza di tanti anni, finiamo sempre col ricordare quelle esperienze? E se non ricordassi più niente…?

Se non ricordassi più la Giamaica? Se non ricordassi più le Dunn’s River Falls di Ocho Rios, al seguito di una modella brasiliana, della quale, sono sicuro, non mi dimenticherò mai. Se non ricordassi più le incredibili sconchigliapiagge di Turks and Caicos? Dove si è consumato il mio più grande delitto nei confronti della natura, per il quale, dopo tanti anni, provo ancora rimorso ogni volta che il mio sguardo vi si posa sopra, mitigato solo in parte dal ricordo di un inaspettato bagno in compagnia di razze giganti. Se non ricordassi più di Santiago de Compostela? La cattedrale, la gente intorno. Lo stupore di ragazzo che affronta il primo viaggio all’estero da solo, arrivato dalla costa atlantica della Spagna dopo essersi fermato a Oporto, senza sapere bene dove è finito. E dopo, il rammarico per esserci arrivato in auto e la promessa di tornare. Se non ricordassi più Key West? L’arrivo con l’attrezzatura da lavoro in warning a causa di continui sbalzi di temperatura ed il continuo entrare ed uscire dai bagni dei locali per rimediare con gli asciugamani ad aria. Se non ricordassi più l’emozione provata a trovarmi così vicino a Cuba, fissazione mai soddisfatta di quei tempi?

Ne scrivo qui perché ne resti traccia, e se i miei timori dovessero prendere il sopravvento sulla fantasia e diventare reali, qualcuno potrà leggerli per me.

Ecco perché!

Prima di aprire il blog ero davvero pacoinviaggio. La valigia sempre pronta, ogni settimana in un paese diverso. Ero così abituato a viaggiare da non sentire più l’esigenza di dover avere un’immagine per ricordare i luoghi e le esperienze che stavo vivendo. Poi mi sono fermato, fisicamente intendo e dopo qualche tempo è nato il blog. Volevo convincermi che partire non è l’unico modo di viaggiare. In realtà avevo bisogno di raccontare, soprattutto a me stesso, di aver vissuto un periodo importante della vita nel modo migliore: viaggiando.
Negli ultimi tempi ho pensato ad altro: il lavoro pressante e la famiglia, alla quale mi sono dedicato senza indugio, senza rinunce. Il desiderio di conoscere non mi ha mai abbandonato ed ho continuato a viaggiare leggendo le vite degli altri, soprattutto per cercare risposta a domande più pressanti: Chi sono? Perché mi succede quello che mi succede? Comunque, viaggiare in tutti i sensi, è un pensiero quotidiano che cerca di farsi largo in una mente affollata. Il blog e l’ansia da prestazione che suscita, ha alimentato questa confusione. Ma4foto per paco allora perché continuare a far esistere pacoinviaggio?
Qualche giorno fa incontro un caro amico: “Che fine hai fatto? Ti ricordi quando giravamo il mondo?” Già i ricordi!
Pacoinviaggio è il cassetto dei miei ricordi, il diario dei miei pensieri, l’agenda dove programmare i #10viaggidafareprimadimorire, il taccuino dove appuntare le cose importanti della vita; ecco perché!
Questa volta ci metto la faccia.

“Facimmece nu blues”

 

concerto pino daniele copyAvevo 10 anni, forse 11. In casa avevamo un televisore Telefunken in bianco e nero che aveva tre tasti: uno lo accendeva, su di un altro si vedevano RaiUno e RaiTre e sull’altro altri canali, a volte si e a volte no.
Quella sera trascinai davanti a quel televisore la mia scrivania apparecchiata per la cena, perché trasmettevano il concerto del cantante del quale avevo comprato la mia prima musicassetta. E’ questo il primo ricordo che ho di Pino Daniele. Dopo quasi trent’anni ero sul palco, nelle sue vicinanze, in questo concerto del 2008 a Napoli.

Sono state dette tante parole, forse troppe; lui direbbe semplicemente:                                “Vabbuò, facimmece nu blues”

Il mare e la plastica

Il primo impatto non è stato piacevole a causa di un nuvolone nero e della voglia di tornare sulla spiaggia di Calamosche. Poi Matty stacca la maniglia dal suo secchiello e mi dice “Giochiamo a lanciarci il boomerang che non torna?”
Il sole taglia le nuvole con l’aiuto del vento e restiamo a giocare in un mare splendente e profumato, divertendoci come matti fino al tramonto quando un moderno carrettino, 20140827_185423-picsayportandoci una gustosa granita al pistacchio, ci invita a lasciare la spiaggia di San Lorenzo per andare a scoprire un altro angolo di Sicilia.
Un pezzo di plastica blu mi lega a questo luogo, al quale non ho avuto neanche il tempo di fare una foto.

Cenerentola, cenerentola, cenerentola…

45giriCi sono giorni nei quali, senza nessuna volontà, ti ritrovi a viaggiare nel passato. Un susseguirsi di situazioni che ti portano indietro nel tempo, ma tanto indietro: questo è uno di quelli.
Attraverso il quartiere dove sono cresciuto, con indifferenza. Non vivo qui da anni e quasi non sento di appartenere più a questo luogo: una sensazione che mi infastidisce ogni volta. Passo sotto una finestra a piano terra sempre illuminata. Dietro la tendina c’è ancora lei, ora i capelli sono bianchi con lo sguardo triste appoggiato ad un sorriso sempre tenero. Torno a trent’anni fa, quando passavamo di lì sapendo di ricevere biscotti e caramelle e quel sorriso tenero accompagnato da una carezza. La stradina o quel che ne resta, è sempre lì, ed io finisco ancora più lontano nel tempo, quando mi sbucciavo le ginocchia ogni due giorni e ne mostravo le cicatrici con orgoglio. Poi il pranzo in famiglia, sempre piacevole, ma è un giorno decisamente particolare. La curiosità fa aprire a mio figlio Mattia un cassetto, dove il mio stereo è custodito così come l’ho lasciato anni fa. Ci sono i 33 giri della mia adolescenza e qualche 45 giri ancora più vecchio. Tra questi ci sono delle favole; ne prendo una e rifaccio un gesto ormai desueto. Alzo il braccetto del giradischi ed appoggio la puntina alla prima traccia della favola di Cenerentola. La voce è un po’ strana, ma il fruscio del vinile la rende piacevole e familiare. Guardo mio figlio sul divano estasiato, come sempre quando ascolta favole e storielle. Quando la matrigna chiama Cenerentola, un singhiozzo le fa ripetere lo stesso nome all’infinito così come faceva quaranta anni fa, sempre sullo stesso punto. Ridiamo, io riparto nel tempo ma la destinazione è troppo lontana, in bianco e nero, sbiadita. Il viaggio dura poco: il presente è più divertente.