Seguire l’istinto verso Punta Aderci

A volte è una questione di istinto: decidere di svoltare a destra piuttosto che andare dritto. Non sai cosa c’è dietro gli alberi, non ti aspetti nulla.

Mi incammino nella direzione opposta a quella di chi ha deciso di porre fine alla giornata. Dietro una staccionata c’è un trattore colmo di meloni: una collina gialla che nasconde due signori che fumano e chiacchierano, in attesa che qualcuno contribuisca a rendere meno pesante il loro carico. Quando rivolgo lo sguardo al paesaggio che mi si presenta davanti, vengo travolto da un’estasi istantanea, un lampo di solitudine talmente denso da rendere il silenzio intorno assoluto. Niente più rumore di passi né chiacchiericcio. Inspiegabilmente mi sento distaccato dal tempo e dallo spazio. Dura un istante, eterno.

Il cielo è per metà nuvoloso, ma il sole non ne vuole sapere di nascondersi e straccia le nuvole scagliando i suoi ultimi raggi sui vigneti della Riserva Naturale di Punta Aderci.

Un campo da poco sottoposto a mietitura, rilascia un profumo di grano fresco che si mescola all’essenza del mare che si intravede in fondo alla strada brecciata che sto percorrendo.

La discesa verso il mare agitato, come spesso succede nel pomeriggio, non è invitante. L’onda spinge verso terra e poi si ritira portando con se i pensieri, tutti, senza fare distinzione. Poi l’onda torna e ti restituisce qualcosa che hai dimenticato, un riflessione, una tenerezza, un turbamento.

Ci sono posti che, quando li attraverso, sento l’ispirazione nascermi dentro. Vorrei assaggiarne la terra, annusare le pietre; sento il desiderio di raccontarli attraverso le emozioni che mi si sono accese dentro.

Intanto Matty ha lasciato la sua firma di pietra in equilibrio; il promontorio che si apre sul mare ci congiunge con il mondo intero.

Restano le linee che il trabocco disegna nel blu, custode immobile di un luogo prezioso.

Le incisioni rupestri e le stelle cancellate

“Da noi il cielo finisce prima, la montagna ti toglie un gran numero di stelle”.

Lo dice mentre guarda il paese incastonato nelle Alpi, dopo averci guidato nel Parco Archeologico di Luine in Val Camonica, raccontandoci della sua passione per l’Arte Rupestre. Scandagliare un bosco alla ricerca di nuove rocce incise, fare rilievi fotografici, studiare la superficie rocciosa per analizzarne i danni, catalogarle. Questo ci racconta Andrea, con un tale trasporto da farci appassionare al suo lavoro.

Un insieme di piccoli fori incisi sulla roccia molto vicini tra loro a dare corpo a disegni di capanne, guerrieri, animali, scene sesso, di vita quotidiana di riti religiosi.

Migliaia di anni fa l’uomo avvertiva l’esigenza di lasciare una traccia, di affidare quanto visto, pensato, vissuto, al tempo e alle divinità, ad altri uomini. Inconsapevole ideatore dell’arte e della comunicazione, l’uomo preistorico disegna le rocce di questa valle lasciando un incredibile testamento, un dono prezioso.

Arrivato a Boario Terme ho sentito subito la pressione della montagna, un’oppressione: in verità non mi sono sentito affatto a mio agio.

Credo sia una conseguenza inevitabile per chi è abituato a vedere l’orizzonte talmente dritto da scomparire quando il cielo ed il mare hanno lo stesso colore.

Ora, sulla via del ritorno, sento la montagna meno ostile, mi ha rivelato alcuni segreti e le sono grato. Guarderò le stelle nel mio cielo con più attenzione e riconoscenza, pensando a chi le ha barattate con la bellezza delle montagne.

La favola della Torre di Belém

Il cielo blu è trafficato da nuvole in continua trasformazione. Il prato intorno sembra un tappeto, steso apposta per potersi sedere e restare a guardare questo castello in miniatura che ha le sembianze di un vascello ancorato alla riva del fiume Tago. Potrei non entrare: nulla di quello che c’è dentro può essere più bello di quello che si vede da qui.
La Torre di Belém è un omaggio alla bellezza: le pietre bianche che luccicano al sole, le mura merlettate. E’ come un vestito elegante indossato da una bella donna, Lisbona, una città a tratti malinconica, fatta vibrare perennemente dalla brezza dell’oceano, che si fa amare a prima vista.

Decido di affrontare la coda ed entrare. Attraverso il ponte levatoio ed entro in un racconto fatto di battaglie e prigionieri, di cannoni e banchetti reali, di sale e terrazze circondate da un paesaggio che non si dimentica.

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Da lontano, la piccola Torre di Belém diventa un minuscolo gioiello di pietra che fa risplendere la sua favola.

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I gatti di Civita di Bagnoregio

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Come un bambino che cammina in bilico su di un muretto si regge alla mano del padre per non scivolare, così Civita di Bagnoregio si regge al resto della terra con un lungo ponte bianco che sovrasta la valle. Arrivati in cima ci accoglie un gatto che, apparentemente indifferente, non batte ciglio al nostro passaggio. Nel borgo c’è la naturale pace di un luogo di altri tempi, tanto che si fa fatica a capire se è abitato da qualcuno o è tenuto in vita solo da negozi e ristoranti.


La storia di questo luogo è segnata da frane e terremoti che hanno eroso lo sperone di tufo sul quale è stato costruito, riducendone le dimensioni e sgretolando torri e palazzi giù per la valle.

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Un signore ci dice che sono rimasti in nove ad essere cittadini di Civita di Bagnoregio. Quando turisti e commercianti lasciano il borgo, restano solo in nove tra queste mura antiche: un’immagine seducente.

In nove senza contare i gatti, ovviamente. Ogni vicolo ha il suo: c’è chi è a guardia di una scala, chi sbuca dalla fessura di una porta diroccata, un altro ti guarda da un tetto. Ti vengono incontro senza timore, come a dire che lì non c’è da avere paura, che la “città che muore” è ancora viva per continuare a regalare emozioni, ancora!

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Il Tempio di Valadier, una pietra preziosa

Subito dopo il tramonto non c’è praticamente nessuno e si può godere in tranquillità tutta la magia di questo luogo inconsueto. La salita diventa poco faticosa se ci si lascia distrarre dalle colline intorno che si colorano di rosso man mano che il sole si nasconde. Arrivati in cima ai settecento metri percorsi, lo spettacolo è superiore alle aspettative. Un tempietto incastonato nella roccia, come una pietra preziosa in un anello.
Entrando provo un certa indifferenza anzi, qualcosa mi induce ad uscire subito. Strano, sarà la mia irrequietezza, o i troppi peccati intrappolati quì, scaricati dalle tante anime dannate che vi hanno trovato rifugio nei secoli.

L’interno della grotta, invece, è pieno di sculture di pietra su pietra a testimoniare che questo è uno di quei luoghi dove l’energia dell’universo è in equilibrio e contagia le persone che vi si addentrano.
Nella quiete della collina, entro nel Santuario di Santa Maria Infra Saxa a pochi metri dal Tempio. Le pietre che danno forma alla chiesetta tengono questo luogo nell’assoluto silenzio. Guardare gli occhi della madonna sul piccolo altare mi concede un istante di totale purezza, poco importa che sia o meno una copia.

Durante la lenta discesa fa buio, si è accesa qualche luce artificiale lungo il tragitto; l’animo è sereno. Questo è un di quei rari momenti in cui la fatica fisica è totalmente azzerata dal senso di pienezza per essere stati in un luogo speciale ed averne respirato la bellezza. Ascolto il rumore che fa il vento nella gola formata dalle rocce e penso alle emozioni contrastanti provate in così breve tempo nello stesso luogo. Solo un posto magico come il Tempio di Valadier può essere tutto questo.

Un incantesimo da Shakespeare and Company

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Se dovessi finire in Paradiso, è così che vorrei che fosse. Entrando, l’impatto è sorprendente: ci sono libri ovunque, talmente tanti da far sparire le pareti e l’aria è satura dell’odore della carta; si riesce a distingue l’odore dei libri vecchi da quelli stampati più di recente.
Purtroppo è il giorno sbagliato: c’è una tale quantità di persone che sembra essere in metro all’ora di punta. Forse potrei prendere un manuale di scienze occulte che di sicuro alloggia tra questi scaffali, preparare un incantesimo e far sparire tutti all’istante.

In un istante, silenzio!

I tappeti strausati attutiscono il rumore dei passi, ma appena prendo a salire al piano di sopra, uno scricchilio rompe la magica quiete creata, come se si volesse segnalare un pericolo imminente a chi sta di sopra. Ma ci sono solo libri che coprono ogni centimetro quadrato delle pareti insieme a specchi, frasi memorabili e fotografie storiche. Avverto una strana agitazione, forse per l’idea che comincia a girarmi in testa che possa esserci un fantasma in questo labirinto di conoscenza. Uno scrittore poco fortunato che ha trovato rifugio in questo luogo, restandoci intrappolato come punizione per non essere riuscito a farsi pubblicare neanche un racconto. Del resto le poltrone, i letti e gli eccentrici lampadari rendono la libreria Shakespeare and Company un luogo ideale per ospitare amanti di storie vere o inventate.

Vengo urtato da uno zainetto, l’incantesimo è svanito. Mi faccio strada a fatica verso l’uscita. Ci sono diversi cartelli che invitano a non fare foto, del resto, in questa confusione, sarebbe inutile. Resta il gusto della sensazione che la vita può essere tenuta insiema da tutta questa quantità di libri.
Mi lascio alle spalle la bella fontana verde in stile liberty e sento la presenza di Notre Dame che nonostante le ferite, si prende cura di tutto intorno.

 

#UnViaggioUnLibro

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Viaggi e libri affollano la mia esistenza.
Convivono senza ostacolarsi, ognuno con la sua libertà, alternandosi con gentilezza ed educazione. A volte si intrecciano brevemente, come fanno le onde con gli scogli, lasciando uno la scia sull’altro. Altre si fondono in una catena indissolubile, nonostante non ci sia tra loro nessun legame.

Per qualche misteriosa alchimia, libro e viaggio diventato un unico ricordo, senza riuscire a stabilire quale dei due sia stato più importante.
Ci sono camere di alberghi, spiagge, alberi, corse in treno, bar, intere città che saranno per sempre associati alla bellezza del libro che ho letto in quel momento. Ci sono libri, dei quali non resterà traccia nella storia, che ricorderò per l’empatia che hanno saputo creare con il fascino del luogo dove sono stati letti.

Proverò a raccontare questi momenti con #UnViaggioUnLibro.

 

Norimberga: luci ed ombre

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Sono arrivato a Norimberga senza aspettative. Il cielo è incerto, come il mio umore.

“La città mi fece un’impressione orribile, della qual cosa naturalmente non fu la città ad avere colpa. La colpa era tutta mia. Vidi una città antica veramente incantevole, più ricca di Ulma, più singolare di Augusta, vidi St. Lorenz e St. Sebal, vidi il Municipio e il suo cortile, con una fontana di ineffabile grazia. Vidi tutto ciò, e tutto era assai bello, ma stretto d’assedio dai fabbricati di una città commerciale, fredda, squallida, assordata dallo scoppiettio dei motori, avvolta nelle spire delle automobili, tutto tremava leggermente al ritmo di un tempo diverso, un tempo incapace di costruire volte a costoloni e di ambientare fontane incantevoli come fiori in silenziosi cortili, tutto sembrava sul punto di rovinare l’attimo seguente, giacché non aveva più uno scopo, un’anima. Quante cose belle, incantevoli vidi in quella magnifica città! Non solo i monumenti celebri, le chiese, le fontane, la casa di Dürer, il castello, ma anche una miriade di piccoli dettagli, a me in fondo più cari. […]. Ma non ci fu nulla da fare. Vedevo tutto avvolto dai gas di scarico di quelle maledette macchine, tutto minato alla base, tutto vibrante di una vita che non riesco a sentire umana, ma solo diabolica, tutto in procinto di morire, in procinto di diventare polvere, bramoso di crollo e disfacimento per il troppo disgusto del mondo, per la stanchezza di un’esistenza senza scopo, di una bellezza senza anima.”

È sorprendente come ci si possa sentire vicini allo stato d’animo di uno scrittore. Era il 1925, quando Hermann Hesse concluse il suo Viaggio a Norimberga, a distanza di più di novant’anni anch’io provo un certo disagio a dover decidere se Norimberga ha un’anima nel profondo della sua bellezza. Avverto il peso delle ombre del suo passato che cercano di schiarirsi con le luci riflesse nel fiume che taglia la città, ricostruita in larga parte nel dopoguerra. Luci ed ombre di un luogo in cui si susseguono incantevoli angoli dove il tempo sembra essersi fermato a mille anni fa, e strade ricoperte di negozi alla moda. Norimberga è parte della Germania efficiente ed organizzata, ma ho respirato un’aria di indolenza, ma forse, “non fu la città ad avere colpa”.

Poi scende la sera, le ombre hanno il sopravvento e coprono tutto. Le luci dei lampioni stendono un velo romantico e ci si può lasciare affascinare da questa città che si anima, si rilassa, si lascia andare ed io con lei.