I due lati di Cabo da Roca

Mentre mi avvicino al faro, ho la sensazione di muovermi nel letto di un fiume. Come le sue acque, sono attratto dall’estuario, trascinato dalla corrente; non c’è più modo di tornare indietro, non è possibile cambiare strada.

Il faro controlla la scogliera a picco sull’oceano. È il confine tra i due lati di Cabo da Roca. Uno è quello delle copertine, delle foto su Instagram (anche io ne ho una). Quello delle attese per uno scatto dal punto di vista migliore, quello dove vanno tutti. La forza della natura è evidente. La potenza con la quale il mare si scaglia contro la scogliera, è inequivocabile. Il vigore con il quale le acque vengono contrastate dalla roccia, lascia senza parole.

Poi c’è l’altro lato, inspiegabilmente desolato. Quello meno facile da raggiungere. Una distesa di verde intenso dove il caldo che sale dalla terra ed il vento freddo che arriva dal mare, mi lasciano senza forze. Non riesco ad addentrarmi, ad arrivare alla scogliera. Resto ad occhi chiusi e mi lascio abbracciare da questo luogo carico di energia.

Le nuvole si abbassano, la foschia copre il faro. È ora di andare.

Lisbona sotto la pelle

Sono salito sul tram numero 28 per caso. Il simbolo più popolare della città è il primo tram passato alla fermata appena fuori l’appartamento preso a Lisbona. Strano che non sia pieno, penso. Nessuno parla con il vicino e comunque non in portoghese. Una locandina che invita a stare attenti ai borseggiatori, l’aria tiepida che entra dai finestrini tutti aperti ed il rumore dello stridere delle ruote di ferro sui binari che guidano l’elettricos nel traffico non ancora caotico.

Come mi aspettavo, durante il tragitto il tram si riempie, per lo più di turisti. Il cuore di Lisbona scivola all’esterno, pulsando sempre più forte man mano che si arrampica per la collina dell’Alfama. Mi immergo nelle strade che salgono e scendono per il quartiere più antico di Lisbona, camminando accompagnato dallo sferragliare dei tram che si mescola alla musica malinconica del Fado che esce dalle porte aperte delle case dove mi fermo volentieri a bere una ginjinha.

Intorno a me c’è di tutto. Signore in grembiule che chiacchierano tra gli sguardi curiosi dei turisti, vecchi che si arrampicano senza fatica per le salite, bambini che giocano nelle stradine chiuse, pittori seduti sugli scalini con i taccuini sulle ginocchia, sfaccendati che cercano di nascondersi dai mille cellulari puntati ovunque mentre sbriciolano hashish. Tutto avvolto da una spensieratezza che può sembrare fuori luogo: è la saudade e mi ci trovo proprio bene.

Arrivo in Rua Garrett attraversando Largo do Chiado: è una distesa di persone. Il celebre caffè A Brasileira, ritrovo di intellettuali della Lisbona di inizio secolo scorso, si intravede appena tra ombrelloni e tavolini. Di fianco la statua di Pessoa, abbracciata e baciata da tutti quelli che passano, sedotti dalla possibilità di farsi una foto.

Una brezza fresca mi guida verso Praça do Comércio ed il tramonto lungo il fiume, per sempre nella mia memoria dopo la sera dell’eclissi. Questa città mi da la sensazione di essere in pieno mutamento. Uno strato fatiscente che sembra essere mal sopportato da un’eleganza che, però, fatica ad emergere. Come se fosse in corso una battaglia tra il caos dei tram e dei tuk tuk per turisti ed il desiderio di nostalgia e di lentezza del Fado, ma nessuno ha realmente voglia di vincere.

Ho letto molto su Lisbona prima di partire, forse troppo, e questo ha addomesticato l’effetto sorpresa essenziale in un viaggio, ma “O Aroma de Lisboa” si è insediato sotto la pelle, indelebile.

Con questi pensieri ancora a spasso per la mente, arrivo davanti al Convento do Carmo. Attraverso un piccolo ponte ed un localino, e salendo una ripida scala a chiocciola arrivo sulla terrazza dell’Elevador de Santa Justa. Il panorama notturno riscatta le delusioni dei vari miradouro in giro per la città. La splendida veduta, da’ la forza di sopportare  l’aria diventata quasi fredda. È molto tardi. Il tram 28 è fermo in un deposito chissà dove, per le strade non c’è più il vociare assordante della gente, il Fado è rinchiuso nei locali. Qualche cicala sottolinea il silenzio in cui è avvolta Lisbona, ma è solo per qualche ora.

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Il tempo si ferma nella Casa delle Farfalle

C’è una foresta vergine in miniatura nel cuore di Vienna: la SchmetterlingHaus.

Una serra in stile Liberty di notevole bellezza, racchiude un giardino incantato abitato da centinaia di farfalle libere di sprigionare la loro magia. Nella Casa delle Farfalle il tempo si ferma, tutto si calma e ci si muove con la massima cautela, quasi in punta di piedi. La fantasia prende il sopravvento, lo sguardo comincia a rincorrere le farfalle che svolazzano in giro spargendo bellezza. È un luogo dove le farfalle si lasciano avvicinare senza paura, forse per soddisfare il bizzarro capriccio di osservare noi umani sapendo che nessuno cercherà di fargli del male a casa loro.

”Se una farfalla ti si poggia addosso, esprimi un desiderio ed aspetta che si avveri”

…et voilà!

 

Io e le Tremiti

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     La traversata che congiunge Termoli a San Domino dura 50 minuti. Il traghetto è stracolmo, come sempre in piena estate. Resto fuori senza la necessità di reggermi da qualche parte, tale è la gente intorno a me. Ripenso ad una frase di Erri De Luca: “Lascio le Tremiti, isole illese, conservate in disparte dagli sciami del turismo rapace. Le Tremiti sono un libro di mare che si sfoglia piano…”. Sorrido, in questa calca da metropolitana all’ora di punta. La prima volta che ho percorso questo tragitto non sapevo cosa aspettarmi. Ora conosco bene la bellezza del mare, il profumo della pineta, lo straordinario cielo stellato e resto calmo, assaporando il momento in cui sarò da solo con questo luogo. Quando la meta si avvicina, comincia una certa agitazione. Dalla fretta che i passeggeri hanno di scendere, si intuisce chi ripartirà al tramonto e chi dopo una settimana.

     La banchina è in fermento, come un mercato di provincia. Ogni centimetro del molo è occupato da piedi, valigie e sacche per la subacquea. Tutti scompaiono nel giro di qualche minuto come inghiottiti dalla pineta e dalle decine di calette che delimitano i confini dell’isola.  È una magia che si ripete ogni volta allo stesso modo, da sempre e torna la calma.

     Qualcuno mi saluta senza sapere bene chi io sia, solo per aver visto la mia faccia altre volte. È qui che ho preso il brevetto da sub, ed qui che ho capito che mi piace camminare. Non la passeggiata intesa come distrazione o divertimento, ma la camminata consapevole durante la quale rigenerare la mente in un’atmosfera non quotidiana.

Attraverso la pineta con serenità, senza fretta, in pace con me stesso. La terra emana l’energia giusta che invade il corpo senza nuocermi e la solitudine, accompagnata da un coro di cicale, diventa ricchezza interiore. Senza avvertire, però, smettono di frinire tutte insieme ed il respiro sembra bloccarsi, perdo l’orientamento. Poi una ricomincia, e tutte le cicale nelle vicinanze a seguire ristabiliscono quella caciara rasserenante che è la colonna sonora di questo posto.

Questo è l’arcipelago delle Isole Tremiti e questa vuole essere una dichiarazione d’amore per le rocce che le compongono, per le acque turchesi che le delimitano, per il verde che le rende vive, per la pace che le governa.

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Dubrovnik, bella di sera

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Non faccio fatica a capire le ragioni del sindaco di Dubrovnik che vuole limitare l’ingresso ai turisti nel centro storico della città. Le pietre dello Stradun subisco ogni giorno un’invasione impressionante di persone che riempiono tavolini e sedie di ristoranti e bar disseminati in ogni vicolo. E’ impossibile poter godere della bellezza di Dubrovnik anzi, la si mette in discussione.

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Col passare delle ore, le ombre della città si spostano e il colore del cielo vira verso il rosso del tramonto. I crocieristi sono ormai lontani e Dubrovnik comincia a respirare di nuovo. Vista dall’alto delle mura che la proteggono, si rivela in tutto il suo splendore. I rumori sono ovattati e si sente il canto delle rondini che giocano a rincorrersi sopra i tetti rossi di intensità diversa a seconda dell’età. Si comincia a respirare un’atmosfera magica che rende questo posto Patrimonio dell’Umanità.

Quando il buio si fa profondo, la città sembra tornata normale, così come potrebbe essere d’inverno. Solo i locali sono affollati e per strada si riesce a sentire qualche musicista e qualcuno che parla in croato.

Vedere Dubrovnik trasformarsi così è stata un’esperienza purificante, che mi ha dato la possibilità di assaporare questa città in tutte le sue sfumature.

Bruges, n’est pas faux

 

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Poche città, invase dai turisti, sanno trasmettere serenità come Bruges. E’ elegante ed esuberante, ma ti mette a tuo agio.

Passeggiare per le strade di Bruges è come trovarsi in un acquarello animato: i canali con i riflessi luccicanti, le case con le guglie appuntite, i balconi pieni di fiori, e dei bellissimi cigni che nuotano con il sottofondo dello scalpitio degli zoccoli dei cavalli che trascinano le carrozze con ospiti diversi ad ogni giro.

Non è necessario avere fretta nel visitare Bruges, con l’animo sereno ti accorgi che non è finta, che è bella senza essere presuntuosa. Nonostante i paragoni con Venezia siano molteplici, Bruges ha una sua identità e devi solo lasciarti guidare dallo scorrere dell’acqua dei canali o fare un giro in bici alla scoperta dei mulini per comprenderla e farti coinvolgere per qualche ora.

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Il Proteo e le Grotte di Postumia

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Sono sempre stato affascinato dal sottosuolo. Ci sono le nostre origini geologiche, e più su ci seppelliamo i nostri antenati. Di recente, mi capita di camminare e pensare al mondo che c’è di sotto che in qualche modo ha una sua vita che sembra non interferire con la nostra.

Ci sono occasioni che ci danno la possibilità di interagire con questi luoghi. Una visita alle Grotte di Postumia in Slovenia, è una di queste. Mentre ero in fila (una lunga fila) per i biglietti, ho avuto la sensazione che il tutto fosse una trappola per turisti, a metà strada tra avventura e luna park. La sensazione scompare man mano che un trenino ci porta in profondità. Il tragitto a piedi ci fa attraversare diverse sale una più magica dell’altra, un paradiso negl’inferi del sottosuolo. Una dimostrazione di potenza incredibile: una goccia dopo l’altra, lentamente, fino a creare delle naturali opere d’arte, stalattiti e stalagmiti, ognuna di un colore diverso.

Ma la vera scoperta di questo viaggio sottoterra è stata il Proteo. E’ un anfibio che vive esclusivamente nelle grotte, ha gli occhi nascosti sotto la pelle e respira per mezzo di branchie. Può vivere cento anni, digiunare fino a dodici anni consecutivi e depone le uova due volte ogni dieci. Una femmina di Proteo ha deposto delle uova proprio nell’acquario delle Grotte di Postumia e almeno uno di questi ha dato una vita.

Il Proteo è diventato il simbolo delle grotte e vederlo nuotare a rallentatore, dopo aver conosciuto la sua storia, sa di miracoloso.