Il Colibrì

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Lei cercava solo un riparo, un discorso per andare avanti ancora un pò; lui cercava la felicità – nientedimeno. Lei gli aveva sempre mentito, è vero, e questo è male, è malissimo, […] ma lui aveva fatto di peggio: lui le aveva creduto.

 

Io ora ho una missione da compiere, che dà senso a tutto quello che ho avuto, compresa te: allevare l’uomo nuovo…

L’ultima favola di Sepúlveda

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Ero all’aeroporto di Fiumicino, non ricordo dove stessi andando, ma  ricordo la poltrona grigia su cui ero seduto. Uno di quei ricordi che non sai di avere, ma che tornano alla mente quando sollecitati da un evento inaspettato.

Ho tra le mani “Diario di un killer sentimentale”, un’edizione di quelle che si vendono con i quotidiani, con le copertine che sembrano tutte uguali. Mi colpisce però quel riquadro centrale con una scala che finisce in una luce bianca ed un uomo con un grosso cappello, girato di spalle, che la guarda: raccolgo l’invito a vedere dove porta.

Prima ancora di imbarcarmi sul volo diretto non so dove, ho letto il finale. Ho chiuso il libro con un sorriso amaro, di quelli che fai quando saluti un amico che ti ha appena raccontato di una storia d’amore che è finita male. Qualcuno nelle mie vicinanze mi dice: “Sepúlveda, dovresti leggere Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.

Ho cominciato a leggere i suoi romanzi, frammenti della sua vita, storie di viaggi e avventure ai confini del mondo. Poi le sue favole: racconti di libertà, di fedeltà, dell’importanza della lentezza e dell’amicizia, lette con mio figlio.

Quando ho visto il suo volto per la prima volta, ho percepito la vicinanza delle nostre anime: la malinconia dietro il suo sguardo mi è sembrata familiare.

Il pensiero che non racconterà altre favole mi rattrista profondamente.

Vivere per qualcosa

vivere per qualcosa

 

CARLO PETRINI:

Mujica, Sepulveda, Petrini:  tre comunisti. Una volta i comunisti mangiavano i bambini, adesso raccontano favole.

La felicità di domani passa per il lavoro che facciamo oggi per costruirci come uomini migliori e per ridelineare la nostre scala valoriale.

…la felicità risiede nella serenità del fare le cose per bene, nel vivere per qualcosa che ha valore.

…noi sempre concentrati sul nostro individualismo e sui nostri interessi, dimentichi che non difendere un diritto negato a qualcuno oggi significa mettere in pericolo anche i nostri diritti in futuro.

Quando cifre incalcolabili vengono spese per salvare il sistema bancario e tutelare il capitale finanziario e si contano gli spicci quando si tratta di salvare vite umane è il segnale che qualcosa sta andando pericolosamente nel verso sbagliato.

 

LUIS SEPÙLVEDA:

Il fine naturale dell’uomo è la felicità.

…il principio che la felicità è un diritto, e che è un diritto promuoverla, e che è fondamentale individuare quali sono gli elementi che si frappongono tra noi e la sua realizzazione.

 

PEPE MUJICA:

Se il progresso non comporta che la gente provi maggior gioia di vivere, allora siamo di fronte  a un progresso falso.

… non c’è maggior felicità che guardarsi allo specchio e sentire di non aver tradito i propri sogni e i propri ideali, malgrado i colpi ricevuti e le trappole che ci tende la vita.

Quando uno viene eletto per rappresentare, quello è un posto d’onore, è lui che dovrebbe pagare per il favore che gli fa la società, e questo non va usato per i propri fini. [ ] Occorre scegliere ed eleggere tra gli eleggibili, fondamentalmente valutando il cuore, la dignità, l’impegno.

…se vuoi possedere molte cose, ricordati che non le compri con i soldi, le compri con il tempo della tua vita, il tempo che hai speso per guadagnare quei soldi. E la vera libertà è avere tempo per le cose più care della vita: la famiglia, gli affetti, gli amici, la militanza, l’impegno.

La vita è un paesaggio straordinario, occorre solo prendersi il tempo per vederlo

#UnViaggioUnLibro: un’incredibile suggestione

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Sono in trattoria per consumare un pranzo veloce. Uno di quei posti dove con pochi euro mangi un antipasto ed un primo e bevi pure un bicchiere di vino; dove non si da molta importanza a come è preparata la tavola o guarnita una portata. Ci sono pochi tavoli e tutti occupati. Vicino al mio c’è un signore dall’aria austera, potrebbe essere un professore in pensione, è ben pettinato con gli occhi che riflettono un certa inquietudine anche se sorride sereno. Una cameriera dall’atteggiamento lascivo, si muove con esperienza tra i tavoli, seminando allegria. Mentre serve al professore un limoncello, si sente domandare se la sera prima ha visto su RaiUno “Conversazione su Tiresia” di Camilleri. Con una finta risata si allontana, ponendo la stessa domanda a me per togliersi dall’imbarazzo di dover rispondere. Il professore mi guarda dritto negli occhi chiedendomi chi sia Tiresia e senza aspettare la risposta quasi mi urla: “Se tu avessi capito quello che dice Tiresia, avresti capito come risolvere i tuoi problemi”.

Ho comprato il libro ed il giorno seguente sono partito per un lavoro a Bassano Romano.

Guido guardando l’auto davanti a me come se mi stesse trainando. La mente si distrae in diverse divagazioni, ma tornano le parole del professore del giorno prima“…avresti capito come risolvere i tuoi problemi”; quegli occhi strani…

Cedo la guida e comincio a leggere questo che sembra un libricino veloce:

 

Diventare donna non significa solo perdere gli attributi maschili e ricevere in cambio quelli femminili, è qualcosa di più sconvolgente. Vale a dire ricevere un cervello di donna.

E questo mi atterrì.

Meglio non conoscere a fondo i pensieri che possono agitare la mente di una donna. Un cervello affollatissimo: piccole esigenze quotidiane convivono accanto a grandi quesiti universali, un flusso continuo di cose da fare e altre da pensare. Tutto questo sempre in contemporanea, senza requie, senza riposo. Un inferno!

 

La strada che porta a Bassano Romano diventa piacevole e cercando la soluzione ai miei problemi nelle parole di Camilleri, arrivo a destinazione.

Palazzo Giustiniani Odescalchi non sembra nascondere grandi misteri, l’attraverso con sufficienza.

La giornata trascorre uguale a molte altre: finzioni, ricostruzioni di vita d’altri tempi.

 

Venni trascinato con la forza nella reggia davanti a Edipo. […]. Ma io resistetti alle sue offese, non perché temessi di dirgli la verità, e cioè che era stato lui a uccidere inconsapevolmente suo padre Laio e a giacere altrettanto inconsapevolmente con sua madre Giocasta, no! Io lo feci per voi, perché sapevo, prevedevo, che un giorno sarebbe nato un tale di nome Sigmund Freud e lui si, con la sua teoria del complesso di Edipo, avrebbe rovinato la vostra esistenza, raccontandovi che tutte le vostre turbe nascono dal fatto che da piccoli avete desiderato vostra madre e tramato contro vostro padre.

 

Le parole di Tiresia rimbombano nelle sale vuote del palazzo. Vengo assalito dall’irrefrenabile necessità di scattare foto, rubare tagli di luce: come se fossi un esploratore di ghost town. Inaspettatamente, gli affreschi delle volte cominciano ad esercitare un certo fascino sul mio istinto, come se nascondessero rappresentazioni di ammonimento, come se volessero rimproverarmi di aver fatto qualcosa di cui dovrei pentirmi.

Devo scacciare il pensiero che lo spirito di Tiresia possa abitare le stanze del palazzo di Bassano Romano e voglia rivelarmi qualche segreto. Un’ indescrivibile suggestione mi sta raggirando: gli occhi arcigni di un professore, il testo di un poderoso libricino ed un breve viaggio nella provincia italiana, sembrano la trama di thriller degli anni ottanta. Ma non c’è soluzione, non c’è il colpevole. Si fa sera, tutto tace, il portone del palazzo si chiude alle mie spalle e resta solo il respiro.

Diventare se stessi

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Tante cose sono rimaste incompuite tra me e i miei genitori. Ci sono così tanti aspetti di cui non abbiamo mai discusso, relativi alla nostra vita insieme, alla tensione e all’infelicità della nostra famiglia, al mio mondo e al loro mondo.

E nella mia attività quotidiana, mentre aiuto i pazienti a ricostruire le fasi iniziali delle loro esistenze, mi convinco sempre più della natura fragile e sempre mutevole della realtà. I ricordi, e senza dubbio anche questo, sono molto più romanzeschi di quanto ci piaccia pensare.

Incoraggio sempre gli studenti che aspirano a diventare terapeuti a sottoporsi a una terapia personale. “Il vostro “io” è lo strumento più importante che avete a disposizione. Imparate tutto quello che potete al riguardo.

Mentre scrivo le mie memorie e torno a familiarizzare con il mio “io” più giovane e mi rendo conto di quanto fossi incasinato e quanto mi sia lamentato tutta la vita di non aver avuto un mentore…

Il mio piacere più grande consisteva nel perdermi nel mondo di un romanzo, e non facevo he ripetermi che la cosa migliore che una persona potesse fare nella vita era scriverne uno di valore.

Questa sensazione di non essere a mio agio con me stesso mi afflisse per tutta la prima fase della mia età adulta. All’esterno davo l’impressione di cavarmela splendidamente: avevo sposato la donna che amavo, mi ero conquistato l’ammissione alla facoltà di medicina e stavo ottenendo buoni risultati in tutti i sensi; ma nel profondo non ero mai rilassato, mai sicuro di me, e non riuscivo mai a capire davvero quale fosse la fonte della mia ansia. Avevo la sensazione confusa di essere stato profondamente ferito durante la mia primissima infanzia e sentivo che non ero mai davvero a casa.

Ricorsi invece ad un espediente che per me era naturale: raccontai una storia.

…siccome abbiamo solo una possibilità di vivere, dovremmo sfruttarla pienamente e concludere la vita con il minor numero possibile di rimpianti.

“I ricordi passati e i desideri futuri provocano solo turbamento”. C’è una tale verità in queste parole, ma a un costo molto alto. Non penso di essere in grado o di essere disposto a pagare così tanto.

…avrei dato alla storia una posizione privilegiata: l’avrei messa in primo piano, le avrei permesso di essere il principale veicolo del mio insegnamento. Sentivo che era arrivato il momento di liberare il narratore che era in me.

Un romanziere più esperto non avrebbe avuto difficoltà a romanzare tutti questi avvenimenti, ma io cercai di restare legato al mio mantra: La narrativa è la storia che avrebbe potuto accadere.

Ma quando aveva guardato fuori dal finestrino del padre, era ormai troppo tardi, perchè lui era morto e sepolto. “Quindi, guardate fuori dal finestrino del vostro paziente” intimo ai terapeuti. “Cercate di vedere il mondo come lo vede lui”.

…più grande è il senso di vita non vissuta, più grande è il terrore della morte.

Non di rado mi capita, quando sono immerso nella lettura delle opere di un qualche pensatore straordinario, e ne sono affascinato, che accada qualcosa in una seduta di terapia che mi porta a raccomandare quel particolare autore al mio paziente.

La mia vita è stata così ricca, così privilegiata, così sicura – in gran parte grazie al duro lavoro e alla generosità di mia madre.

Chiedo sempre ai miei pazienti di esplorare i rimpianti a consiglio loro di aspirare a una vita che ne sia priva.

“Era questa la vità? Avanti, ancora una volta”.

Ogni giorno è un buon giorno

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L’acqua non smette di incidere onde concentriche sulla superficie del liquido raccolto nello tsukubai. Flush flush flush… Mentre ero immersa nell’otemae, alle mie spalle udivo sempre il suono di quel rivolo d’acqua. Senza che me ne rendessi conto, il suono di quell’acqua si insinuava nel mio cuore e nel mio corpo.

Ci basta sentire il suono dell’acqua per rilassarci e dimenticare la stanchezza. senza rendermene conto, a un certo punto ero entrata in connessione con la natura.

Avevo fretta: dovevo correre. Ma non sapevo dove diavolo dirigermi.

Quando ci si siede davanti al bollitore, è li’ che si deve stare: davanti al bollitore.

Nei momenti felici, stringiamo forte quella felicità e godiamocela al cento per cento. Probabilmente è tutto quello che noi esseri umani possiamo fare.

“Nei giorni di pioggia, ascolta la pioggia. Stai qui con il corpo e con lo spirito. Assapora con tutto il cuore il momento attuale, usando i tuoi cinque sensi. In questo modo capirai. La strada per la libertà è sempre qui e ora.”

Rimpiangiamo in continuazione il passato e ci preoccupiamo del futuro che ancora deve arrivare. Eppure, ci si può preoccupare quanto si vuole, ma comunque non si potrà mai tornare nei giorni passati, né anticipare il futuro per farci trovare pronti.

…C’è solo un modo: godere del presente. Solo quando riesce a concentrarsi su questo istante, senza passato e senza futuro, l’essere umano si accorge di vivere una libertà senza limiti.

Il tè è questo modo di vivere.

A vederla da fuori, una scena di cerimonia del tè appare solo come un gruppo di persone sedute in silenzio. Ma dove lo sguardo esterno non arriva, accada altro. Quel silenzio è denso.

Il Ciclope

Il Ciclope

Stanotte sono davanti a quella cosa che fanno di tutto per nascondarci e che ci salverebbe dal naufragio: il senso del limite.

Piante come gerani, ginestre, aglio selvatico, enormi cuscini di fiori gialli: e tu non sai nulla di tutto questo, ti accorgi che in posti simili, più che apprendere, puoi solo misurare l’abisso della tua distanza dalla natura.

I luoghi si visitano di giorno, ma si capiscono – anzi si sentono – solo la notte.

Qui è tutto lampante. L’occhio della profetessa piumata grida al mondo che c’è un sistema che ci intontisce di anestetici e ci tiene in stato di subbuglio mentale, al preciso scopo di non farci capire che una cosca di predoni sta divorando il mondo.

Siamo pieni di paure, certo, ma paure di cose senza significato, e le paure a vuoto si chiamano paranoie. Ci manca il timore vero, quello supremo. L’orrore di noi stessi, incapaci di sentire il grido della natura che boccheggia e dice: “Basta”.

Pare che nel mondo i fari siano di tre tipi: il “paradiso”, che sta confortevolmente piantato in terraferma; il “purgatorio”, aggrappato agli ultimi promontori rocciosi; e l'”inferno”, perduto su qualche isolotto disabitato al largho. Ebbene, si dice che chi ha vissuto la terza e più estrema delle esperienze diventi qualcosa di simile a un mago.

Ma a restituirmi il tempo è stato soprattutto il magnifico silenzio della Rete, di cui ho goduto in queste settimane senza Internet. Le mie giornate duravano il doppio. Dimostravano il mostruoso furto perpretato dal web. L’assenza di navigazione nel ciberspazio svelava gli orizzonti illimitati della navigazione in mare, e anche quella dentro me stesso.

Partii come i Greci, senza mai girarmi verso l’Isola. “Non devi guardare la riva che lasci”, dicono o soffrirari di nostalgia, la malattia che ti chiama indietro appena alzate le vele.