Strasburgo e la magia del Natale

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Poco dopo essere sceso dal treno sento di avere il fiato corto; non è l’affaticamento del camminare. Tra la stazione di Strasburgo e Petite France ci sono un ponte ed alcune centinaia di metri: nel mezzo c’è un posto di  blocco per il controllo di valige e zainetti. La campana della Chiesa di Saint Pierre le Vieux suona mezzogiorno mentre intorno nessuno osa dire alcunché. Una fitta allo stomaco accentua il disagio per essere qui ora. Non è stata una scelta facile, non è stata fatta a cuor leggero. Negli sguardi di chi mi sta intorno avverto il medesimo stato d’animo. Solo pochi giorni fa qui è stato seminato il terrore: ce n’è ancora traccia nell’aria, ma tutto è stemperato da una calma artificiale. Con lo sguardo basso mi avvicino ad un punto informazioni, la ragazza sorride gentile. È probabile che intuisca la difficoltà di chi le sta di fronte e cerca di far capire che siamo benvenuti.

Mi addentro in una serie di stradine deliziose. Un leggero sole schiarisce il cielo ed il mio umore. I mercatini di Natale si animano e Strasburgo comincia a riempirsi di gente. Il profumo di spezie e vin chaud è ovunque, c’è una certa allegria. La gentilezza dei venditori francesi allenta definitivamente la tensione, poi scende la sera ed il buio fa il resto.

Strasburgo viene avvolta dalla magia del Natale: le luci, la musica, le risate della gente. L’eccitazione diventa contagiosa, l’entusiasmo trascina tutti in un viaggio nella fantasia: non c’è spazio per la violenza, non c’è spazio per il terrore, anche se la memoria non può essere cancellata.

Senza Fine…

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…matrimonio […]: a contare più di tutto non è l’impegno che si prende, ma quello che ci si mette. Che sia la prima casa, la seconda o l’ultima. È però in questa che non puoi sbagliare il posizionamento del letto e, ancor meno, il materasso.

Ogni amore è anche questo, un intervento su se stessi per offrirsi  all’altro.

…quando capisci di dover andare via devi farlo, se vuoi sperare di arrivare in un luogo da cui non voler ripartire al risveglio. “Io non sono stato come te”, ha detto mio padre, parlando di se stesso al passato. “Io sono stato sempre con la mamma, cercando di aggiustare le cose con il tempo… con la vita… un po’ qua e un po’ là… e alla fine andavano anche bene.”

“E se poi non vedessi mai l’Australia?”

LEI L’amore è l’unione tra due anime: il problema consiste nel dare equilibrio all’amalgama che ne scaturisce.  LUI L’amore è più il piacere di dare che di ricevere.

Accettare la perdita nella forma del disamore o in quella della morte è un passo che evita il male a sé e agli altri.

È così che ci arrende al penultimo amore, rendendolo mestamente definitivo. Lo si fa per mancanza di fiducia nel futuro o in se stessi. Perché si è capito tutto ma si fa finta di no, come chi è entrato in una setta, ha visto il guru preparare i suoi trucchi, ma ormai è troppo lontano per tornare indietro. Perché si vuole dimostrare agli altri di non aver sbagliato. O a se stessi.

Esiste un abisso tra la ricerca dell’ultimo amore inteso come quello definitivo e quella, più banale, del prossimo. A motivare la prima è una sorta di fede nell’assoluto, la seconda un bisogno relativo: provare qualcosa di inedito.

È una terribile espressione, troppo tardi. È la sorella maggiore di quell’altra (a cui chiude la porta), una semplice parola, in verità: ormai. Or-mai: ora mai. Troppo tardi, ormai.

No, non era quella possibilità in sé, ma la possibilità in sé. A bloccarmi su quel marciapiede di Brooklyn era l’idea che qualcosa fosse definitivamente uscito dal quadro, che la vita procedesse come un imbuto e che, oltre al surf, molte altre cose non potessero più passare attraverso la strettoia del futuro. Troppo tardi. Per il surf, ma non per qualcos’altro. […]… qualcosa che mi permettesse di camminare per le strade acciottolate di Brooklyn con la semplice gioia di essere lì, di essere nella mia vita, di aver centrato il bersaglio della mia felicità.

Non è facile vivere accanto a chiunque. Specie se non è il tuo genere. Accettare è il primo modo di amare. Nell’innamoramento si trasfigura l’altra persona, abbagliati dalla luce del momento. L’idealizzazione cede poi il passo alla realtà. L’oggetto di ammirazione assoluta si trasforma in un relativo cialtrone, che ha paura di volare e si concede esibizioni da zimbello. È allora che bisogna stragli o starle accanto con immutata fierezza e accresciuta comprensione. L’accettazione non è una forma di rassegnazione, ma una matura adesione alla realtà. Si spengono i fari e resta il buio della sera, un fagotto sull’altro lato del letto, che fatica a dormire, appesantito dai problemi comuni e da qualcuno più originale. Quasi tutti abbiamo gli stessi sogni, ognuno ha i propri incubi.

… tutto quello che devi fare è sopravvivere. Se ci riesci, poi le cose cambiano.

Smetti di aspettare non quando perdi la speranza, ma quando l’hai trovata. Quando non ti giri più a guardare chi va nell’altra direzione sulla scala mobile. Quando non invochi più il domani perché domani è adesso. Quando non hai più paura di morire perché hai vissuto.

L’ultimo amore è una grazia che non viene concessa, ma conquistata. […]. Senza affanno, senza paura, senza fine.

Viaggiare in tutti i sensi

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La maglietta più grande di qualche taglia, i pugni portati agli occhi a voler imitare il nostro guardare nella fotocamera. Subito dopo un sorriso accogliente, accompagnato da uno sguardo sereno che rallenta il tempo, quasi lo ferma, donandomi la possibilità di assaporare pienamente questo momento. Ricambio lo sguardo del bimbo tendendogli la mano, lui la batte forte con la sua e scappa via ridendo. Nell’aria c’è un profumo di spezie in cottura, il sole sta per prepararsi al tramonto ed intorno a me non c’è più nessuno; si sente solo il rumore del mare poco distante.

Sono molto legato a questa foto che, a distanza di anni, mi riporta in quel villaggio di Zanzibar dove è nato lo stato d’animo con il quale ancora oggi affronto ogni mio viaggio. Ricordo ogni odore, ogni rumore di quel momento, la curiosità nello sguardo di quei due bimbi e la leggerezza con la quale si sono avvicinati ad uno sconosciuto. È nato qui il mio VIAGGIARE IN TUTTI I SENSI, il voler godere delle piccole cose del viaggiare: ascoltare le voci che vengono dai bar, annusare gli odori che escono dai portoni, guardare l’espressione delle persone che incrocio nel mio andare, toccare gli alberi nei parchi, gustare la gastronomia delle locande.

Tutto questo lo riverso in queste pagine, per tenerne memoria, per poterne godere ogni volta che il tormento di viaggiare non può essere soddisfatto.

Viaggiare finché c’è fiato in gola

btrhdrZaino in spalla, scarpe comode e sguardo piegato sulla cartina per cercare di orientarsi nel mezzo di una gran confusione che sembra, però, non crear loro alcun fastidio. Si allontanano lentamente, come se dovessero gustarsi ogni passo, rendere omaggio alla storia di ogni lastra di pietra che calpestano.

Sono rimasto a guardare questi due anziani viaggatori andare via, come si farebbe con un amico che sta per partire per un lungo viaggio sperando di rivederlo ancora. Avrei dovuto fermarli, chiedere da quanto tempo fossero in viaggio e ringraziarli per avermi donato una speranza. Invece ho scattato questa foto, senza voler mancare di rispetto, ma per avere la possibilità, guardandola, di mantenere viva la speranza che è possibile viaggiare finché c’è fiato in gola. Che c’è la possibilità di rimediare ai tanti “c’è tempo” detti fino ad ora. Per mantenere viva la speranza che arriverà il momento per recuperare i tanti viaggi rimandati perché “ora non è possibile”. Grazie anziani viaggiatori e buon viaggio!

Il rito dell’incisione di Michelangelo

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Questa incisione si trova alla destra dell’ingresso di Palazzo Vecchio a Firenze; si crede sia stata scolpita da Michelangelo. Una sorta di rito inconscio, mi guida qui ogni volta che passo da Firenze, come a rendere omaggio a qualcosa che sembra non esistere per i molti che vi passano davanti senza accorgersene. Anche oggi mi sono avvicinato ed ho scattato una foto, sempre uguale a se stessa, per essere sicuro di non essermi sbagliato, di averla vista davvero, l’incisione. Raffigura il profilo di un uomo ed, in realtà, è difficile da vedere, mimetizzato com’è tra le pietre grigie e nascosta dalle sculture che fanno bella mostra a guardia di Palazzo Vecchio.

Sono delle leggende che riconducono l’incisione a Michelangelo e molti dubitano siano credibili. La più divertente racconta che Buonarroti, tutte le volte che attraversava l’angolo tra Piazza della Signoria e gli Uffizi, venisse importunato sempre dalla stessa persona e sempre con gli stessi argomenti. Annoiato, realizzò l’incisione in uno di questi incontri.

Poco importa se queste vicende siamo davvero state vissute da Michelangelo e se sia stato davvero lui a scolpire quel volto sulle pietre di Palazzo Vecchio. Il piacere che mi provoca conoscere questo mistero, invece è reale e poter adempiere al mio “rito dell’incisione” mi dà conforto, come incontrare un vecchio amico che è lì ad attenderti sempre, immortale come un’opera d’arte.

La Libertà viaggia in treno

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Il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si va compiendo. È sempre qualcosa in più. Per qualche motivo il viaggio in treno finisce sempre per rimandare a una collettività, a una comunità, a una condivisione.

Nessuno addio è così definitivo come quello pronunciato lungo la banchina di un treno. […] Nulla è insignificante quando si ha a che fare con due persone che stanno per separarsi al confine di un viaggio.

… tutti noi, che ci siamo seduti in autobus o in treno, ci siamo innamorati in cinque secondi di qualcuno.

Il primo viaggio è quello che si fa sopra una giostra. Come un satellite, un astro. Quando ancora nulla si sa della geografia, delle mappe, dello spazio e di tutto quello che sta lontano da noi e altrove.

Più vado avanti nella mia vita, ha scritto, più i miei ricordi diventano dettagliati. Più fugge il tempo, più si torna indietro. Più si va avanti negli anni, più si torna all’eterna estate.

Domani, sembra sempre un giorno in cui si potrà avere coraggio.

Il viaggio in treno, al di là dell’apparente destinazione, del luogo verso cui si va, è spesso già di per se uno spazio dove ciascuno trova il tempo e il modo per una sorta di riscatto quotidiano. Il tempo vissuto sul treno non è solo il tempo del viaggio, ma è il tempo in cui ciascuno prova ad accedere a un se stesso che altrove non gli viene riconosciuto.

Nelle stazioni ci sono silenzi e attese che aprono varchi improvvisi.

È la porzione di treno che sta lì per far passare, per fare andare oltre e camminare. […] E’ lo spazio dove passano quelli che, anche in viaggio, non riescono a trovare pace. Nei vagoni moderni, in quelli che rimandano alla conformazione dei pullman, quella passerella stretta corre tra due file di sedili, ma anche se le dimensioni sono così minute da rendere più complicato il passaggio, ancora svela qualcosa dei viaggiatori che altrimenti non si riuscirebbe a scoprire mai.

I binari disegnano una linea solitaria in uno spazio assoluto. C’è desolazione e magia.

…quando anche lui passò lo Specchio per la prima volta, quando ebbe la sensazione immediata “di come una persona possa perdere improvvisamente memoria e cognizione del tempo” e allo stesso tempo accogliere “una miriade di pensieri e immagini nuove negli occhi”.

Come se al momento della partenze ci si immergesse nelle acque e solo in seguito, solo dopo aver percorso tutto intero quella specie di mare profondo che è il viaggio, si riuscisse a riemergere, proprio quando si è arrivati in quel punto oltre il quale non si può più andare.

Una ragazza, come una sirena poggiata sui fondali del suo oceano, tiene gli occhi chiusi. Il filo degli auricolari accentua quell’isolamento abissale. Ad attrarre è il fatto che, per qualche motivo, si capisce che non li ha chiusi per dormire, ma per qualcos’altro.

Non si parte mai solo per andare a vedere una città, un luogo sconosciuto, o per il solo gusto di viaggiare. Ogni volta che ci si allontana da casa e da quello con cui si son prese da tempo le misure, ogni volta che ci si mette su un treno che va da una capo all’altro, lo si fa per lasciarsi alle spalle il consueto e attingere a qualcosa di più grande.

L’Ascensor da Bica e la signora col cappello turchese

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Ci sono due modi per godersi Lisbona: a bordo di un tram, guardando scorrere la città e chi la vive dal finestrino e a piedi, gustandosi con calma la capitale portoghese, sbirciando tra le porte aperte ed ascoltando gli abitanti conversare tra di loro.

Percorro Calçada do Combro: ha una leggera salita ed un discreto traffico che restituisce il senso di metropoli che Lisbona mantiene ancora sopito tra i suoi vicoli. Il Tram 28 mi supera col consueto fracasso appena arrivo a Largo do Calhariz; non è un vera e propria piazza, ma racchiude un micro mondo molto particolare.

Una signora seduta in un angolo è coperta da un cappello che lascia trasparire la sua nazionalità. Ha un abbigliamento da viaggiatrice abituale ed usa le gambe per reggere un quaderno dove sta ultimando uno schizzo dell’immagine che ha davanti.

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La funicolare dellAscensor da Bica è lì, ferma, in attesa di una nuova discesa. Intorno c’è chi fotografa, chi beve una economica birra, chi fuma qualsiasi cosa, chi chiacchiera. C’è chi è semplicemente di passaggio e chi si gode questo teatro all’aperto senza un apparente motivo, a fazer ora, come dicono qui. Un signore affacciato ad un balconcino, spettatore da una posizione privilegiata, sembra accertarsi che tutto sia al suo posto per poter dare il via libera.

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Arriva il momento. All’interno della cabina in legno c’è chi si rianima per godersi il breve viaggio. Qualcuno spegne una sigaretta e sale a bordo. Intorno tutto si ferma. Il tintinnio metallico del tram zittisce il trambusto di voci che avvolge il vicolo. Le rotaie si mettono a lavoro e la cabina si muove. Nessuno saluta, non ci sono addii. Dopo poco il vicolo torna nel suo stato di saudade momentanea, nell’attesa del prossimo arrivo, della prossima partenza. C’è un cambio di personaggi, altri curiosi, altri fotografi. Il fiume in fondo alla discesa, allenta la claustrofobia della stradina, ma la viaggiatrice che designa non può vederlo: è ancora seduta sulle scale con la sua opera praticamente finita.

Intanto un’altra funicolare è tornata: altri colori, altro conducente, altre storie. Il percorso, però, è sempre lo stesso, sembra una modella in una sfilata vintage pronta per altri scatti, altri applausi.

Il cappello turchese della disegnatrice è ancora fermo, proteso sul quaderno ad ostacolarne parzialmente la visuale. Vorrei sbirciare tra quelle pagine: chissà dov’è stata prima, chissà cosa pensa mentre disegna. A breve girerà ancora pagina per un altro disegno, un altro scorcio di Lisbona, un’altra emozione.