I colori di Creta

Il palazzo di knosso con i suoi miti e le sue leggende; Chania  con il fascino esotico che contraddistingue tutte le città con un patrimonio storico e culturale a metà tra Oriente ed Occidente; l’Altopiano di Lassithi con un paesaggio incantevole sorvegliato da innumerevoli mulini a vento; il mare azzurroverde classico delle isole greche. Questa è Creta, o almeno una parte, ed è piena dei colori e dei sapori del Mediterraneo. Un susseguirsi di villaggi, lontani dai flussi turistici, dove è possibile fermarsi, entrare in un bar e con la scusa di chiedere delle informazioni, parlare con la gente del posto, anche a gesti. Assaporare i sorrisi cordiali dei cretesi e gli sguardi strani delle vecchiette che vendono il rosmarino. Godersi la brezza della montagna, scendere giù fino al mare per passeggiare lungo le spiagge di sabbia finissima e lungo il tragitto fermarsi per fotografare un panorama e restare storditi dal profumo di finocchio e basilico.

A occhi aperti

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Steve McCurry

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Poi lo incontri […], capisci che per cogliere l’attimo perfetto è dovuto scendere fino in fondo, nel mondo della fatica e della sofferenza.

“Alla fine ho capito che l’unico modo per lavorare era entrare in quel fiume marrone con le mie scarpe da tennis.”.

“Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. […]: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo”.

“… mentre cammini devi reagire velocemente, le cose ci sono e basta, in quei momenti non c’è bisogno di nessuna ricerca e di nessuna attesa. Cogli l’attimo e basta”.

 

Josef Koudelka

Invasion-68-Prague-Josef-Koudelka-palermoKoudelka racconta soltanto quello che ricorda con certezza, e prima di parlare controlla il libro: ”Sono passati quaranta anni e non ti puoi fidare della memoria, ma delle foto si, ti puoi fidare”.

“Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco”.

 

Don McCullin

3-McC“…fammi dire subito una cosa: io non sono un’artista, sono un fotografo.”

In quei giorni si diede una regola che avrebbe seguito per tutta la vita: “Bisogna sempre restituire, dare qualcosa in cambio quando si è in una situazione da cui si sta solo prendendo”. [… ] …arriva un momento in cui bisogna dare qualcosa in cambio per ottenere rispetto.”

“Fotografare le guerre significa rubare il dolore di altre persone.”

 

Elliott Erwitt

-76/26Per me il mondo è sempre uguale, sono un uomo di Neanderthal per cui l’informazione è ancora una cosa antica e lenta, dai tempi lunghi, in cui le cose si scoprono solo il giorno dopo a colazione”.

Nell’era digitale che senso hanno ancora i fotografi? […]: “Tutti possono avere una matita e un pezzo di carta, ma pochi sono i poeti”.

 

Paul Fusco

paul-fusco“…avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto mi fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio”.

Mentre si chiude l’ascensore ribadisce la sua lezione: “Non buttare via niente, tieni tutto quello che scrivi, può sempre servire, chissà magari tra quaranta anni”.

 

Alex Webb

San Ysidro, California, 1979

…si definisci fotografo di strada e non un fotoreporter: “Io comincio sempre camminando per le strade e lasciandomi guidare dalle esperienze con la macchina fotografica, senza preconcetti in testa.”.

 

 

 

Gabriele Basilico

000497F7-beirut-rasa-al-suolo-dalla-guerragabriele-basilico“…per me era diventata un’ossessione, una passione totalizzante che si mangiava tutto il mio tempo e mi fece anche perdere gli amici”. Ma non ha nessun rimpianto: “ Mi ero dato una specie di missione, testimoniare come lo spazio urbano si modifica”.

“Mi chiedi che fotografo sono? […] – Bene, io sono un misuratore di spazi. Arrivo in un luogo e comincio a muovermi come un rabdomante: non cerco acqua ma un punto di vista”.

 

Abbas

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“Per riuscire a fotografare e a funzionare devi essere capace di mettere un muro, una tenda, insomma una barriera alle emozioni, che divida e gli eventi che stai seguendo. Ma se tu pensi di esserti salvato ti sbagli, stai solo immagazzinando tutto nel tuo subconscio e poi arriverà il momento in cui tutto tornerà a galla”.

 

 

 

Paolo Pellegrin

pellegrin-fotografiaMa in questo approccio “sfocato” c’è anche un rispetto per le vittime: “Il pudore di fronte al dolore l’ho sempre avuto, sto un passo indietro, ma con gli anni e l’esposizione continua alla sofferenza questo processo di distanziamento si è accentuato: oggi sto due passi indietro e lo sguardo si fa più discreto.”

Sono cambiate le cose dentro di me, pensi a una figlia e ti senti responsabile, un effetto che non ti fanno mogli, compagne, genitori. Il rischio di dare dolore non mi aveva mai davvero fermato. Luna si, perché la sua vita dipende da me e discende da me”.

 

Sebastiao Salgado

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“…io scrivo con la macchina fotografica, è la lingua che ho scelto per esprimermi e la fotografia è tutta la mia vita”.

 

 

I mattoni di Urbino

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Urbino la vedi da lontano: appare e scompare tra gli alberi dopo ogni curva. È assediata da nuvole basse, che faticano non poco a farsi strada tra i mattoni della città. I mattoni: prima d’ora non avevo mai pensato ai mattoni. Ad Urbino i mattoni non sono solo dei parallelepipedi di colore rosso usati per l’edilizia, sono l’anima del centro storico. Non ho mai sentito così forte la presenza delle mura degli edifici in una città. Sono disegnate in modo incredibilmente preciso, con i mattoni perfettamente allineati, ordinati, disciplinati come un reggimento in una parata militare. Vicoli, scalinate, saliscendi inaspettati; si è avvolti completamente, dalla pavimentazione alle pareti, da mattoni tutti uguali che ti colorano la pelle, ti fanno perdere l’orientamento, ti tolgono il fiato.

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Eppure c’è una straordinaria armonia. Dopo lo scombussolamento iniziale, Urbino ti invita a fare amicizia con le sue librerie, i caffè e quell’atmosfera da intellettuale che ne determina il fascino, con la complicità di un’immensa ricchezza storica e artistica.

La strada / Cormac McCarthy

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Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: SE NON è LUI IL VERBO DI Dio allora Dio non ha mai parlato.

Poi  si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.

E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?

Si, certo che puoi.

Tu cosa faresti se io morissi?

Se tu morissi vorrei morire anch’io.

Per poter stare con me?

Si. Per poter stare con te.

Ok.

Se solo il mio cuore fosse di pietra.

Si. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quello che vorremmo dimenticare.

Guardati intorno. Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l’assenza di qualsiasi tempo.

Ce la caveremo, vero, papà?

Si. Ce la caveremo.

E non ci succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Si. Perché noi portiamo il fuoco.

Uscì fuori nella luce livida, rimase li in piedi e per un attimo vide l’assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L’oscurità implacabile. […]. Il vuoto nero e schiacciante dell’universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli.

Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno.

Anche se vedevano mondi diversi sapevano la stessa cosa. Che quel treno sarebbe rimasto li a decomporsi lentamente per l’eternità, e che nessun treno avrebbe mai più viaggiato.

Tu non mi credi.

Si che ti credo.

Ok.

Ti credo sempre.

Non mi pare proprio.

Si invece. Ti devo credere per forza.

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

Non ci vedo.

Lo so. Facciamo un passo per volta.

Ok.

Non mi lasciare la mano.

Ok.

Qualunque cosa succeda.

Qualunque cosa succeda.
E adesso cosa facciamo, papà?, disse l’uomo.

Appunto, dimmelo tu, disse il bambino.

Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.

E riuscirò a sentirti?

Si. Mi sentirai. Fa’ come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere. Ok?

Ok.

 

 

La libreria di Angelo

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Cassette per la frutta piene di libri. Un’insegna che non lascia spazio all’immaginazione. Dall’interno non arriva nessun tipo di luce né segni di presenza umana. La vetrina non invita ad entrare; nulla invita ad entrare, se non una personale fissazione per i libri ed una tiepida convinzione che una qualche emozione possa nascondersi  in quella confusione. Una quantità impressionante di libri accatastati a casaccio occupano l’intero negozio. C’è di tutto, da Banana Yoshimoto a Dacia Maraini, da Levi al manuale di botanica. Impossibile non essere sopraffatti dall’odore della carta, non quel buon odore di carta fresca di stampa, ma quello leggermente acre e pungente caratteristico delle biblioteche di provincia.

 

Angelo, capelli arruffati e baffo simpatico, appare all’improvviso, come un camaleonte che decide di farsi individuare per qualche motivo. Mi legge nel pensiero: “C’è  un ordine preciso – bisbiglia – è nella mia testa”. È qui da almeno trent’anni e lascia trasparire l’intenzione di volerli raccontare tutti.

È complicato, se non impossibile, muoversi: tutto potrebbe crollare da un momento all’altro per come sono precari i volumi messi uno sull’altro. Il custode di questa confusione, invece, lo fa con disinvoltura, come se i libri si spostassero al suo passaggio per non cadere, per rispetto. Mentre mi rigiro stranito dall’incapacità di trovare qualcosa, Angelo prende un libro e comincia a leggerne l’incipit:

“Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorgna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzar ella. Figa di puttanella.”

Ride di cuore. È Porci con le ali, un libro che ha più di quarant’anni, sgualcito appena; ricorda di averne venduti tanti, “Forse ne hanno fatto un film” – sentenzia sorridendo ancora. Ho la sensazione che sia consapevole di avermi regalato un’emozione particolare.

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Esco, con un misero bottino, in una mattina d’inverno riscaldata oltremodo da un sole arzillo. Lasciandomi alle spalle la Libreria di Angelo, percorro a ritroso una strada dal nome pomposo come spesso a accade a Roma, e mi viene da ripensare ad una delle massime di un anziano che viveva vicino casa dei miei genitori:

“Quando cammini con la persona giusta, finisci sempre in un buon posto”.

A volte si creano delle alchimie particolari, con le persone, con i luoghi ed è possibile vivere circostanze che potrebbero rimanere a lungo nella memoria.

L’assassinio del Commendatore

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dav_vividLì, per la prima volta dopo tanto tempo, vidi il telegiornale della Nhk. […]. Però di tutto quello che disse, dall’inizio alla fine, non c’era quasi nulla che avesse una qualche attinenza con me. Era come se parlasse di fatti avvenuti su un altro pianeta, o di cose inventate di sana pianta da chissà chi.

…riguardo alla relazione con mia moglie mi sentivo sereno. Consideravo il ruolo che mi era toccato nella commedia di quel matrimonio come naturale e ovvio.

“E voi? Chi siete voi? Avete preso quell’aspetto li, ma in realtà chi siete? Vedete, questa domanda vi mette in imbarazzo, anche voi troverete difficile rispondere. Lo stesso è per me. […]… sono io un fantasma? No, no, non è così, signore. Non sono un fantasma. Sono una pura e semplice “idea”.”

La sua figura divenne sempre più evanescente, i contorni meno nitidi. E in pochi secondi sparì del tutto.[…]. La sua presenza non aveva lasciato alcuna traccia. Già, le idee non hanno né calore, né peso. Prendono solo in prestito sembianze provvisorie.

Poteva darsi che non fosse veramente accaduto, ma non era nemmeno un sogno. Forse era qualcos’altro ancora.

Scusate l’invadenza, ma è da un po’ che vi osservo lavorare. Spero di non avervi disturbato. Anche a queste parole non avevo intenzione di rispondere. Che mi desse fastidio o meno, come poteva una persona vivente mettersi a ragionare con un’idea?

“Cercate di non farci caso, però, se ci riuscite. So che non è gentile da parte mia, ma un’idea vede tutto. Non è che possiamo scegliere cosa vedere e cosa no.”

Accanto a me, sul sedile, il Commendatore non c’era più. La cosa non mi stupì, né mi inquietò. Lui aveva modi tutti suoi di comportarsi.

“In ultima analisi, la vera domanda è se si possa considerare un’idea qualcosa di autonomo o meno.” “Proprio così”, mi sussurrò all’orecchio il Commendatore. Memore del suo avvertimento, non mi guardai attorno.

“La cosa che ho temuto più di tutto, prigioniero in quello spazio stretto e buio, – proseguì Menshiki, – non era morire. No. La paura è cominciata quando ho iniziato a pensare che rischiavo di vivere eternamente così. È stato allora che ho avuto davvero paura. Una paura che mi toglieva il fiato. Avevo le allucinazioni, vedevo le pareti stringersi intorno a me fino a stritolarmi. Per resistere vivi lì dentro è necessario sormontare quell’angoscia. Occorre sapersi dominare. E a questo scopo, arrivare più vicino possibile alla morte.”.

E pensai a tante cose. La metà, avrei fatto meglio a dimenticarle. Se almeno ci fosse stato il Commendatore, con me! Se almeno avessi potuto parlare con lui di qualcosa! Di qualunque cosa, di qualunque argomento… Mi sarebbe bastato sentire la sua voce. Lui però non c’era, da nessuna parte, e non avevo modo di chiamarlo.

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“Tu vorresti riuscire a disegnare bene, vero? – le chiesi. Di nuovo Marie annuì. “Mi piacciono la cose che si vedono, quanto quelle invisibili, – disse.

Per fare del suo ritratto un’opera d’arte non bastava che riproducessi tali quali le sue fattezze. Perché avrei realizzato soltanto una raffigurazione molto somigliante e nulla più. L’essenziale invece, ciò che dovevo scoprire, era la “narrazione” da rivelare sulla tela.

Un sorriso che era come un raggio di sole filtrato tra le nubi e venuto a creare un cerchi di luce sul terreno.

Che strana giornata! Non riuscivo a capire se stessi avanzando, indietreggiando o girando in tondo. Mi sembrava di aver perso del tutto il senso dell’orientamento.

“In qualunque cosa c’è un aspetto positivo. Qualunque nuvola, per quanto spessa e scura, vista dall’alto brilla di luce argentea.”.

…le idee sono la fonte stessa dell’energia che alimenta la loro cognizione…

…gli esseri umani, anche quando vogliono smettere di pensare a una cosa, in realtà stanno pensando a quella cosa, e finché la pensano, quella cosa viene pensata. Per smettere di pensare a una cosa, devono smettere di pensare che vogliono smettere di pensare. “Insomma, almeno che per qualche motivo non si venga colpiti da improvvisa amnesia, a meno che non si stacchi di colpo la spina del pensiero, non ci si può liberare delle idee.”.

“Credo di comprendere cosa vuol dire. Che per un certo periodo della vita, anche il fatto di annullare se stessi ha la sua importanza.”.

“Si, l’insieme delle caratteristiche che fanno di una persona quella che è.”.

La cosa strana, con i quadri, è che più si avvicinano al compimento, più acquisiscono volontà, punto di vista ed espressività propri. E quando viene il momento, dicono al pittore che si deve fermare, che l’opera è pronta.

Eppure presentivo in quel quadro uno sviluppo. Da un momento all’altro qualcosa stava per accadere, stave per iniziare, lì dentro – lo percepivo con estrema intensità.

Comunque la sua esistenza, non c’era bisogno di dirlo, era legata al tempo, allo spazio e alla probabilità. Come quella di ogni persona a questo mondo. Perché noi essere umani, finché viviamo, non possiamo liberarci da questa limitazione. Tutti, nessuno escluso, siamo per così dire circondati da solidi muri, è in questo modo che siamo fatti. Forse.

Intanto , non potevo fare altro che avanzare. Con la luce della torcia per unica alleata, mi inoltrai nell’oscurità della “via metaforica”.

“Il mio ruolo, il mio lavoro, è solo di farti attraversare. – rispose lui. – Farti sgusciare attraverso lo stretto spiraglio che separa il nulla dalla realtà. Il seguito, non è più compito mio.”.

“hai bevuto l’acqua del fiume. Basta che tu vada avanti, vedrai che saranno le tue mosse a generare risposte pertinenti. Qui, nel regno della correlazione, funziona così.”.

Non dovevano condurre una vita ricca di emozioni, anzi, al contrario. Quanto ad andare in barca nel paese delle metafore, era altamente improbabile.

Ma esiste realmente, a questo mondo, la cosa giusta da fare, la cosa davvero giusta? O davvero sbagliata? Nel mondo in cui viviamo, la pioggia a volte è prevista al trenta per cento, a volte al settanta. E forse funziona così anche per la verità. C’è una verità al trenta per cento, c’è una verità al settanta.

Quanto a me, ero sempre il solito. Alcuni giorni prima avevo bevuto l’acqua del mondo metaforico e attraversato il fiume che separa l’essere dal nulla, ma non sapevo se dentro di me fosse mutato qualcosa o no.

Le regole di Banksy/2

 

 

 

La mostra: A visual protest. The art of Banksy è al Mudec di Milano fino al 14 aprile 2019.

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