Le regole di Banksy/2

 

 

 

La mostra: A visual protest. The art of Banksy è al Mudec di Milano fino al 14 aprile 2019.

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La ragazza con la Leica

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Camminare per uno spazio che ti ignora mentre tu lo conosci a sufficienza mette in moto i pensieri o li macina via a ogni passo.

Ma la tenacia e la durezza di Gerda erano modellate in tutt’altra pasta: non guerriera, non mortuaria. Vivere a tutti i costi, ma non ad ogni prezzo, Gerda lo desiderava più di tutti loro messi insieme. E infatti superava i vincoli e gli ostacoli frapposti a quel desiderio con un impulso irrefrenabile, uno slancio che solo la mole d’acciaio di un cingolato era riuscito a stritolare.

The Greatest War-Photographer in the World: Robert Capa. […]. La pagina con il ritratto che consacra the Greatest War-Photographer in the World è una vetta mai raggiunta da un fotografo, ma se Capa perdesse l’equilibrio, potrebbe ricadere nel vuoto da cui si è appena sollevato. Il precipizio è sotto i loro occhi, priprio lì sul tavolo. Quella fotografia l’ha scattata Gerda. Sul fronte di Segovia, vicino al passo di Navacerrada, quando lei lavorava con la Leica…

Gerda che grazie a Friedmann imparava a fotografare, Friedmann che grazie a Gerda si dava un aspetto presentabile.

Ciascuno ricorda ciò che serve, quel che lo aiuta a mantenersi in sella. E il dottor Kuritzkes vuole solo tenersi la “sua Gerda”, anche se sa che non esiste. Gerda la temeraria, l’imprevedibile, la volpe rubia, che non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente.

Gerda era Gerda: una donna smaliziata che nei piccoli disguidi di un amplesso scoppiava a ridere come una ragazzina, un’amante dalla grazia principesca e dalla spigliatezza di una cameriera, un talento naturale che non somiglia alle borghesi ne’ alle proletarie, e tantomeno alle scimmie edeniche di sua madre che forse non esistevano nemmeno. Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque…

In quelle reazioni Georg aveva trovato conferma che Gerda, anche in guerra, in fondo era rimasta sempre la solita. Amava farsi ammirare, sai che scoperta, però non c’erano fuoco, fumo e cieli in fiamme che potessero darle alla testa – la sua attaccata alle spalle, soprattutto nei momenti critici.

“Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto”.

…un ritrattista deve catturare “la storia e il carattere che ogni modello possiede”, compito ideale per una Leica, così “disarmante” nella sua piccolezza.

 

La Cattolica di Stilo

Se fosse estate si sentirebbero così tante cicale da non percepire neanche il calpestio dei propri passi. Invece si sente finanche il rumore di un ramo che si spezza nelle mani di un contadino che fa pulizia nascosto nel parco. Non c’è nessuno, e questo acuisce il senso di irrealtà che circonda questa chiesetta bizantina nel cuore dalla Calabria.

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La Cattolica di Stilo è una piccola meraviglia d’Italia, accerchiata da una colonia di fichi d’india ed oggi illuminata un inatteso sole invernale che ne accentua i dettagli. Quando apriamo il portoncino, il sole brucia le colonne e smuove gli affreschi dal torpore della clausura: l’interno è sorprendentemente piccolo. Una persistente essenza di pietra e l’irreale lindore diffuso tutt’intorno creano un’atmosfera surreale.

Un appassionata guida ci coinvolge con minuziose descrizioni delle varie epoche, dettagli che potrebbero indicare una data, scritte in arabo che rimandano a probabili leggende.

Chiudendo gli occhi per un istante, riesco ad immaginare un lungo e lento corteo di monaci che arrivano fino a questo luogo mistico per ultimare il loro viaggio devozionale.

Se si potesse spegnere il sole ed accendere qualche candela, qualunque sia la religione che si professa, qui si sentirebbe il bisogno di pregare.

La porta si chiude alla nostre spalle, trattenendo il piacevole senso di spiritualità che abbiamo respirato e per un po’ tutto tornerà al buio.

Sebastião Salgado: Dalla mia Terra alla Terra

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Anche se il nostro mondo va molto velocemente, la vita segue un altro ordine di grandezza. E la vita va rispettata, quando la si vuole fotografare.

Oggi, quando mi guardo indietro, sento un’armonia fra quello che sono, ciò che faccio e ciò da cui provengo. Ma certo, all’epoca sapevo solo di star vivendo intensamente.

Diversamente dal cinema e dalla televisione, la fotografia ha il potere di produrre immagini che non sono piani continui ma ritagli di piani: frazioni di secondo che raccontano storie complete. Nelle mie immagini, la vita di ogni persona incontrata si narra attraverso i suoi occhi, le sue espressioni e ciò che sta facendo.

Ogni fotografia è una scelta. Anche nelle situazioni difficili, bisogna volerci stare e assumersi la responsabilità di esserci. Aderendo o meno a ciò che accade, ma avendo sempre chiaro in mente perché ci si trova in quel determinato luogo.

La fotografia è una scrittura ancora più forte perché la si può leggere ovunque nel mondo senza traduzione.

Se mi sono concentrato sula natura con Genesi, non ho però rinunciato al bianco e nero. Non mi serve il verde per mostrare gli alberi, né l’azzurro per mostrare il mare o il cielo. Il colore non m’interessa molto nella mia fotografia.

Fin dai tempi dell’analogico, quando lavoravo a colori con pellicole Kodachrome, gli azzurri e i rossi li trovavo talmente belli che diventavano più importanti delle emozioni contenute nella foto. Mentre col bianco e nero e tutta la gamma dei grigi posso concentrarmi sull’intensità delle persone, sui loro atteggiamenti, sui loro sguardi, senza che siano disturbati dal colore. Certo, nella realtà niente è in bianco e nero. Ma quando guardiamo un’immagine in bianco e nero, questa entra a far parte di noi, la assimiliamo e inconsciamente la coloriamo.

…noi moltiplichiamo i beni materiali per cercare di proteggerci, tanto da dimenticarci di vivere. Non guardiamo più la natura, non guardiamo più gli altri, ci separiamo dalla nostra comunità. Questo mi preoccupa molto, così come vedere che quasi tutte le tecnologie, alla fine, ci isolano. A mano a mano che la vita materiale evolve, ciascuno può fare sempre più cose da solo, nel proprio angolo. Eppure la storia dell’umanità è quella della nostra comunità ma invece noi ci sparpagliamo, diventiamo individualisti. Nessuno può convincermi che l’individualismo sia un valore, non più di quanto lo sia il cinismo.

I fondamenti della nostra vita, finora, sono stati il nostro senso di appartenenza a una comunità e la nostra spiritualità. Questo è quanto ho voluto mettere nelle mie foto.

Che si tratti di Nenci, degli Abissini, degli Zo’è oppure degli Hymbas o dei Papuani della Nuova Guinea, tutti gli uomini e le donne che ho incontrato non sono molto diversi da me. Abbiamo lo stesso bisogno di amore, di felicità, si piacere e di tutto quello che costituisce l’essenziale della vita.

Genesi mi ha fatto prendere coscienza che a forza di allontanarci dalla natura per via dell’urbanizzazione, siamo diventati animali molto complicati e che diventando estranei al pianeta, diventiamo estranei a noi stessi. […]. Mi piacerebbe far capire che la soluzione al pericolo corso dagli uomini e da ogni specie del pianeta non consiste nel tornare indietro, ma nel tornare alla natura.

Soltanto nella natura ritroviamo un po’ di libertà. Ecco che cosa abbiamo voluto mostrare con Genesi, i nostri libri e una serie di mostre presenti in tutto il mondo.

La mia fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita. Adoro la fotografia, adoro fotografare, tenere in mano la fotocamera, giocare con le inquadrature e con la luce. Adoro vivere con la gente, osservare le comunità e ore anche gli animale, gli alberi, le pietre. Per me la fotografia è tutto questo e non posso dire che siano decisioni razionali quella che mi portano in giro a vedere il mondo. È un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso. È il desiderio di fotografare che mi spinge di continuo a ripartire. Ad andare e vedere altrove. A realizzare sempre e comunque nuove immagini.

 

Strasburgo e la magia del Natale

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Poco dopo essere sceso dal treno sento di avere il fiato corto; non è l’affaticamento del camminare. Tra la stazione di Strasburgo e Petite France ci sono un ponte ed alcune centinaia di metri: nel mezzo c’è un posto di  blocco per il controllo di valige e zainetti. La campana della Chiesa di Saint Pierre le Vieux suona mezzogiorno mentre intorno nessuno osa dire alcunché. Una fitta allo stomaco accentua il disagio per essere qui ora. Non è stata una scelta facile, non è stata fatta a cuor leggero. Negli sguardi di chi mi sta intorno avverto il medesimo stato d’animo. Solo pochi giorni fa qui è stato seminato il terrore: ce n’è ancora traccia nell’aria, ma tutto è stemperato da una calma artificiale. Con lo sguardo basso mi avvicino ad un punto informazioni, la ragazza sorride gentile. È probabile che intuisca la difficoltà di chi le sta di fronte e cerca di far capire che siamo benvenuti.

Mi addentro in una serie di stradine deliziose. Un leggero sole schiarisce il cielo ed il mio umore. I mercatini di Natale si animano e Strasburgo comincia a riempirsi di gente. Il profumo di spezie e vin chaud è ovunque, c’è una certa allegria. La gentilezza dei venditori francesi allenta definitivamente la tensione, poi scende la sera ed il buio fa il resto.

Strasburgo viene avvolta dalla magia del Natale: le luci, la musica, le risate della gente. L’eccitazione diventa contagiosa, l’entusiasmo trascina tutti in un viaggio nella fantasia: non c’è spazio per la violenza, non c’è spazio per il terrore, anche se la memoria non può essere cancellata.

Senza Fine / Gabriele Romagnoli

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…matrimonio […]: a contare più di tutto non è l’impegno che si prende, ma quello che ci si mette. Che sia la prima casa, la seconda o l’ultima. È però in questa che non puoi sbagliare il posizionamento del letto e, ancor meno, il materasso.

Ogni amore è anche questo, un intervento su se stessi per offrirsi  all’altro.

…quando capisci di dover andare via devi farlo, se vuoi sperare di arrivare in un luogo da cui non voler ripartire al risveglio. “Io non sono stato come te”, ha detto mio padre, parlando di se stesso al passato. “Io sono stato sempre con la mamma, cercando di aggiustare le cose con il tempo… con la vita… un po’ qua e un po’ là… e alla fine andavano anche bene.”

“E se poi non vedessi mai l’Australia?”

LEI L’amore è l’unione tra due anime: il problema consiste nel dare equilibrio all’amalgama che ne scaturisce.  LUI L’amore è più il piacere di dare che di ricevere.

Accettare la perdita nella forma del disamore o in quella della morte è un passo che evita il male a sé e agli altri.

È così che ci arrende al penultimo amore, rendendolo mestamente definitivo. Lo si fa per mancanza di fiducia nel futuro o in se stessi. Perché si è capito tutto ma si fa finta di no, come chi è entrato in una setta, ha visto il guru preparare i suoi trucchi, ma ormai è troppo lontano per tornare indietro. Perché si vuole dimostrare agli altri di non aver sbagliato. O a se stessi.

Esiste un abisso tra la ricerca dell’ultimo amore inteso come quello definitivo e quella, più banale, del prossimo. A motivare la prima è una sorta di fede nell’assoluto, la seconda un bisogno relativo: provare qualcosa di inedito.

È una terribile espressione, troppo tardi. È la sorella maggiore di quell’altra (a cui chiude la porta), una semplice parola, in verità: ormai. Or-mai: ora mai. Troppo tardi, ormai.

No, non era quella possibilità in sé, ma la possibilità in sé. A bloccarmi su quel marciapiede di Brooklyn era l’idea che qualcosa fosse definitivamente uscito dal quadro, che la vita procedesse come un imbuto e che, oltre al surf, molte altre cose non potessero più passare attraverso la strettoia del futuro. Troppo tardi. Per il surf, ma non per qualcos’altro. […]… qualcosa che mi permettesse di camminare per le strade acciottolate di Brooklyn con la semplice gioia di essere lì, di essere nella mia vita, di aver centrato il bersaglio della mia felicità.

Non è facile vivere accanto a chiunque. Specie se non è il tuo genere. Accettare è il primo modo di amare. Nell’innamoramento si trasfigura l’altra persona, abbagliati dalla luce del momento. L’idealizzazione cede poi il passo alla realtà. L’oggetto di ammirazione assoluta si trasforma in un relativo cialtrone, che ha paura di volare e si concede esibizioni da zimbello. È allora che bisogna stragli o starle accanto con immutata fierezza e accresciuta comprensione. L’accettazione non è una forma di rassegnazione, ma una matura adesione alla realtà. Si spengono i fari e resta il buio della sera, un fagotto sull’altro lato del letto, che fatica a dormire, appesantito dai problemi comuni e da qualcuno più originale. Quasi tutti abbiamo gli stessi sogni, ognuno ha i propri incubi.

… tutto quello che devi fare è sopravvivere. Se ci riesci, poi le cose cambiano.

Smetti di aspettare non quando perdi la speranza, ma quando l’hai trovata. Quando non ti giri più a guardare chi va nell’altra direzione sulla scala mobile. Quando non invochi più il domani perché domani è adesso. Quando non hai più paura di morire perché hai vissuto.

L’ultimo amore è una grazia che non viene concessa, ma conquistata. […]. Senza affanno, senza paura, senza fine.