Con Murakami “A sud del confine, a oveste del sole”

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A me lei non piaceva proprio. Non è che ci fosse un motivo particolare, anzi era sempre gentile con me. Eppure, nelle sue parole, si avvertiva sempre un certo nervosismo che a volte mi rendeva inquieto.

Secondo me, nella vita ci sono cose che possono essere cambiate e altre che sono irreversibili. Arrivati a un certo punto, non si può più tornare indietro. […] Cioè col passare del tempo, alcune cose finisco per assumere una rigida forma definitiva, come il cemento che si solidifica in un secchio. A quel punto non si può invertire la rotta.

Amavo moltissimo quell’indefinibile nonsoché trasmessomi con forza dalle persone dell’altro sesso. Era come la passione segreta che alcuni nutrono per i temporali, i terremoti o i lunghi blackout. Potrei chiamarlo «magnetismo», una forza che, nostro malgrado, ci attira inevitabilmente a sé e ci risucchia.

Ero arrivato alla conclusione che il lavoro era solo una noiosa incombenza e che l’unica cosa da fare era impegnare il tempo libero nel miglior modo possibile e cercare di godersi la vita.

Ci sono cose che svaniscono all’improvviso come se fossero state recise da un colpo secco, mentre altre si dissolvono lentamente, fino a sparire del tutto. Ciò che rimare è solo il deserto.

La musica che ascoltavo allora e i libri che leggevo, li sentivo penetrare dentro di me, nota per nota, riga per riga. I miei nervi erano tesi e affilati come cunei e nel mio sguardo c’era una luce così penetrante che sembrava quasi voler trafiggere gli altri.

A sud del confine, a ovest de sole, – disse. Esiste un posto così. Hai mai sentito parlare di una malattia chiamata isteria siberiana? […]… Giorno dopo giorno, vedi il sole sorgere ad est, attraversare la volta celeste e tramontare a ovest e alla fine dentro di te qualcosa si spezza e muore. Lasci a terra la zappa e cominci a camminare con la mente svuotata da ogni pensiero, verso ovest, a ovest del sole. Continui a camminare per giorni, senza mangiare né bere, come un invasato. E un giorno ti accasci al suolo e muori. È questa l’isteria siberiana.

Se in un luogo non esistono realtà intermedie, le mezze misure non possono esistere. A sud del confine esisteranno pure i forse , ma non a ovest del sole.

La nostra memoria e le nostre sensazioni sono troppo incerte e unilaterali e quindi, per provare la veridicità di alcuni fatti, ci basiamo su una «certa realtà». Ma quella che per noi è realtà, fino a che punto lo è davvero e fino a che punto è quella che noi percepiamo come tale?

Adesso tocca a me creare sogni per gli altri, sarà questo il mio nuovo compito.

Cose di Amsterdam

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Amsterdam è una delle città più affascinanti del mondo. Riesce ad essere cosmopolita ed a conservare un’atmosfera informale allo stesso tempo. E’ una città vivace dove puoi imbatterti in una sorpresa ad ogni curva. E’ la città del sesso, ma anche di Van Gogh e Rembrandt. E’ la città dei coffee shop, ma anche dei tulipani. E’ la città delle belle donne, ma anche di quelle brutte.

Amsterdam è la città degli edifici dalle facciate alte e strette con particolari pendenze che formano strani angoli tra i vicoli suggestivi e sembrano voler sbirciare tra gli alberi per guardare negli occhi i turisti che camminano con il naso all’insù.

Amsterdam è anche la città delle bici. Sono ovunque: poggiate a un muro, lungo i ponti che attraversano i canali, in attesa dei semafori, accatastate una sull’altra, perfettamente allineate nei parcheggi.

I suo abitanti scelgono sempre di più la bicicletta per andare a lavoro, a fare la spesa, e per girare tra i parchi e i canali della città. Hanno strane forme, scomode all’apparenza, ma efficaci.

Girare Amsterdam in bici, attraversarne le vie in lungo e in largo, legare una ruota ad un palo fuori un bar, è il modo migliore per mescolarsi agli abitanti di una delle città più vivibili ed incredibili d’Europa.

Storie di luoghi raggiunti “Senza volo”

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A volte, anche durante un cammino breve, nel limitato spazio che si impegna per colmare una distanza minuta, anche tra una fermata e l’altra del percorso di un mezzo pubblico che attraversa il cuore della città in cui si vive, si può celare l’ipotesi di un viaggio e scoprire che è possibile approdare.

Il mondo… appare come un’infinita biblioteca e ciascun luogo un libro. E se Borges diceva di non avere letto molto, quando pensava alla vastità delle biblioteche, così, allo stesso modo, ciascun viaggiatore pare perdersi di fronte alla vastità del mondo.

Anche ora che il viaggio sulla strada ha perso quel qualcosa di ingenuo e pionieristico, ancora molti finiscono prima o poi per salire su un bus. Per cercare quel qualcosa che pare più facile trovare lontano da se.

Forse anche lui cercava di sentire il rumore dei propri passi. Forse anche lui cercava di fare in modo che l’anima trovasse il corpo.

A ogni viaggio pare che ci si risvegli da una specie di torpore. Tutte le volte che si lascia il cunicolo della quiete domestica, si acuiscono i nostri sensi, e pare quasi di risvegliarsi e riacquistare la percezione che prima si era perduta. Ad ogni viaggio si ha quasi la sensazione di stare per uscire da una sorta di convalescenza che progredisce via via che si giunge in un luogo o poi in un altro. Alla fine del viaggio però, quando si ritorna nei luoghi abitati di consueto, è come se si ricadesse d’improvviso in quello da cui, come d’incanto, si era usciti. Il sonno, quella specie di torpore domestico, torna a velare il mondo che sta poco distante da noi e pare privo della stessa vitalità appena lasciata alle spalle. Il viaggio si direbbe uno staio di risveglio passeggero. Un modo per intravedere la realtà senza alcun velo.

Non c’è mai modo di decidere prima quel che poi si ricorderà. I ricordi hanno un che di imponderabile e imprevedibile. Così quando si parte per un viaggio, pure se si ha sempre quel desiderio di riportare con se’ un ricordo speciale, non c’è mai modo di sapere quale sarà, ne’ se ce ne sarà poi uno.

Quando si va a piedi si è deposta la corazza. Il contatto con le pieghe e le rugosità della terra è diretto. Non c’è più alcuna parete di aereo, treno, nave o pullman a fare da intercapedine con la realtà. Quando si va a piedi, si è a contatto diretto con la natura […], così la natura si lascia avvicinare fino quasi a svelare il suo aspetto più segreto e insopportabilmente fragile.

L’enigma di cosa sia giusto mettere dentro uno zaino si presenta, almeno per alcuni, quasi come irrisolvibile. Così, si sta fermi, a lungo, a guardare gli oggetti che, su un letto, sul pavimento e su un tavolo, stanno immobili al pari di animali domestici nell’attesa del cenno del padrone per la passeggiata quotidiana.

Verso la fine del viaggio a piedi, Tolstoj che sapeva quanto fosse difficile liberarsi del peso dei propri pensieri, si accontentò di un sollievo più accessibile all’uomo. Dopo aver provato una trattenuta e inesorabile invidia, per un tipo che gli passò davanti con una minuscola borsetta, acconsentì a lasciare lo zaino che pesava sedici chili su un carretto condotto da un giovane e una vecchietta, per proseguire, finalmente leggero, verso la meta.

Al pari dei materiali magnetici, che attirano a se’ piccoli frammenti di ferro, alcune città, certi precipizi sugli oceani, alcune terre aride, riescono più di altre nell’impresa di condurre i passi dei viaggiatori verso di se’.

Camminare con Thoreau

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Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento, se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.

…è, il camminare di cui parlo, l’impresa stessa, l’avventura della giornata.

Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio.

Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso.

La speranza e il futuro per me non sono nei prati e nei campi coltivati, non sono nei villaggi e nelle città, ma nelle paludi mobili e impervie.

Lo so , penserete che sono perverso…

Nel deserto l’aria pura e la solitudine compensano la mancanza di acqua e di fertilità.

Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in cerca della foresta più buia, della palude più fitta e più impenetrabile e, a occhi cittadini, più tetra.

Non tutti gli uomini sono in grado di adattarsi in ugual misura alla civiltà; e se la maggioranza, come cani e pecore, ha una naturale disposizione alla remissività, non è un motivo per soggiogare la natura degli altri al punto di ridurli allo stesso livello.

Il mio desiderio di conoscere è discontinuo, ma il desiderio di rigenerare la mente in atmosfere sconosciute, esplorando zone non ancora percorse dalle mie gambe. È perenne e costante.

I nostri alati pensieri si sono fatti pollame.

Beato tra i mortali colui che non spreca un istante della propria vita fuggevole rievocando il passato.

Io e le Tremiti

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     La traversata che congiunge Termoli a San Domino dura 50 minuti. Il traghetto è stracolmo, come sempre in piena estate. Resto fuori senza la necessità di reggermi da qualche parte, tale è la gente intorno a me. Ripenso ad una frase di Erri De Luca: “Lascio le Tremiti, isole illese, conservate in disparte dagli sciami del turismo rapace. Le Tremiti sono un libro di mare che si sfoglia piano…”. Sorrido, in questa calca da metropolitana all’ora di punta. La prima volta che ho percorso questo tragitto non sapevo cosa aspettarmi. Ora conosco bene la bellezza del mare, il profumo della pineta, lo straordinario cielo stellato e resto calmo, assaporando il momento in cui sarò da solo con questo luogo. Quando la meta si avvicina, comincia una certa agitazione. Dalla fretta che i passeggeri hanno di scendere, si intuisce chi ripartirà al tramonto e chi dopo una settimana.

     La banchina è in fermento, come un mercato di provincia. Ogni centimetro del molo è occupato da piedi, valigie e sacche per la subacquea. Tutti scompaiono nel giro di qualche minuto come inghiottiti dalla pineta e dalle decine di calette che delimitano i confini dell’isola.  È una magia che si ripete ogni volta allo stesso modo, da sempre e torna la calma.

     Qualcuno mi saluta senza sapere bene chi io sia, solo per aver visto la mia faccia altre volte. È qui che ho preso il brevetto da sub, ed qui che ho capito che mi piace camminare. Non la passeggiata intesa come distrazione o divertimento, ma la camminata consapevole durante la quale rigenerare la mente in un’atmosfera non quotidiana.

Attraverso la pineta con serenità, senza fretta, in pace con me stesso. La terra emana l’energia giusta che invade il corpo senza nuocermi e la solitudine, accompagnata da un coro di cicale, diventa ricchezza interiore. Senza avvertire, però, smettono di frinire tutte insieme ed il respiro sembra bloccarsi, perdo l’orientamento. Poi una ricomincia, e tutte le cicale nelle vicinanze a seguire ristabiliscono quella caciara rasserenante che è la colonna sonora di questo posto.

Questo è l’arcipelago delle Isole Tremiti e questa vuole essere una dichiarazione d’amore per le rocce che le compongono, per le acque turchesi che le delimitano, per il verde che le rende vive, per la pace che le governa.

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