Il valore del tempo a Praga

In Piazza della Città Vecchia il tempo scorre sereno: c’è una coppia di sposi che si lascia fotografare, un poliziotto nell’esercizio delle sue funzioni, una guida turistica che mette in vendita un po’ di storia, carrozze e cavalieri in attesa di turisti che fanno da cornice alla piazza principale di Praga. La consueta messa in scena di un’opera teatrale che ha come palcoscenico le principali città europee non appena il sole comincia ad essere un po’ più caldo.

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A Praga, però, il tempo ha un valore diverso. Qui lo scadere dei sessanta minuti coincide con uno spettacolo particolare. Una moltitudine di persone addensate in attesa, copre con un boato i rintocchi della campanella ed il sipario si apre sullo spettacolo dell’Orologio Astronomico.

Se si riesce a non farsi distrarre dalla confusione intorno e non ci si aspettano effetti speciali, si può apprezzare tutta la simbologia medievale, dalla morte alla vanità, l’ora solare e l’antica ora boema, l’ora planetaria e l’ora babilonese. Insomma, un vero gioiello di tecnologia antica che lascia comunque deluso qualcuno che si allontana cercando conforto negli Abitanti del Ponte Carlo.

Ora l’Orologio è in manutenzione, ma presto tornerà a segnare l’inizio di una nuova ora.

Isla Mujeres, come una vitamina

Sono scappato da Cancun subito dopo esservi arrivato. Hotel enormi, mega ristoranti, macchinoni, sembrava di essere sul set di un film americano. Mi è mancata l’aria, mi sono diretto verso il porto ed ho preso il primo traghetto per ISLA MUJERES.

L’isola delle femmine è dipinta di tutti i colori del Messico. Cammino fino a quella che sembra essere la punta nord: palme ed acqua cristallina sorvegliata da decine di pellicani che, appollaiati sulle barche dei pescatori, segnano il confine di questo luogo dove il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio fa.

Si fa sera, un vento caldo mi guida per le stradine assonnate. In giro non c’è quasi nessuno forse perché è domenica o perché è da poco passata l’ora cena. Sono stregato, intontito dal profumo del mare e dalla birra, sereno per essere nel posto giusto. Un signore mi saluta augurandomi buonanotte, sorridendo per la mia aria spaesata.

Isla Mujeres è stata un sogno talmente intenso che a volte ho il sospetto di non esserci mai stato. Un ricordo ricorrente, essenziale come una vitamina per il corpo, indispensabile come i fiori per le api.

Non è stato il “viaggio della vita” , ma quello in cui ho deciso cosa accadrà quando il domani non avrà più importanza e guardarsi indietro porterà un sorriso da regalare a chi mi passerà accanto augurandomi la buonanotte.

 

Un ragazzo normale

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Alle ventitré  e trenta una scritta era apparsa in sovraimpressione su tutte le emittenti locali: Maradona è un giocatore del Napoli! Il nonno era scoppiato in lacrime, liberandosi dell’enorme tensione accumulata in un mese, da quando era iniziata la trattativa con il Barcellona; papà, invece, era saltato dalla sedia, aveva cacciato la bottiglia di Asti che conservava per le occasioni buone ed era venuto da me con il bicchiere ancora pieno.

In un’altra città, la stessa sera, la stessa scena, lo stesso brindisi, la stessa euforia. Questa è solo una delle vicende narrate nel libro, che trovano una straordinaria corrispondenza con la vita di chi ha vissuto l’infanzia negli anni ottanta.

Allora non potevo saperlo, ma in seguito ho capito che le cose straordinarie, quelle che resteranno per sempre nella tua vita, arrivano spesso in punta di piedi e all’improvviso, senza tuoni e particolari avvisaglie.

Solo io non avevo accanto nessun maestro Miyagi che mi aiutasse a tirar fuori le mie qualità, alcun esempio che meritasse davvero di essere seguito o imitato. Tranne Giancarlo.

Il mio piano, infatti, era quello di diventare suo amico, un amico vero, di quelli ai quali si dà il cinque, per l’appunto. Solo così avrei potuto, un giorno, chiedergli di insegnarmi a diventare un eroe.

A sei anni avevo già imparato che la povertà spesso è costretta ad andare a braccetto con le bugie.

“Tu combatti la criminalità, è vero?” trovai il coraggio di chiedere infine. […] “Ma che dici, non ho nulla dell’eroe, guarda”, e alzò il braccio per mostrarmi i bicipiti, “non ho neanche i muscoli!” […] “Senti, io non so che idea ti sia fatto di me, o se qualcuno ti abbia raccontato delle fesserie, io sono solo un giornalista abusivo che tenta di fare il suo lavoro. […]” […] “Faccio solo il mio dovere”, e si diresse verso l’ascensore.

“Mimì, sient’ a me, un domani, quando ti sposerai, se tua moglie inizia ad alluccare, tu non dire niente, non replicare, chiuditi la porta di casa alle spalle e vatti a fumare ‘na bella sigaretta, ‘A femmina ‘ncazzata è comme ‘o mare ‘ntempesta!”

“Se fossi un supereroe, la mia missione sarebbe proteggerti.”

Spesso siamo troppo presi dall’inseguire i nostri sogni, […], nemmeno capiamo che sì, sognare è importante, ma ancora più importante di sognare è fare, perché la vita, in fondo, è una cosa semplice, solo giorni dopo giorni. E allora dobbiamo stare attenti a non riempire tutti questi giorni unicamente di sogni, ma anche di emozioni vere, di vita vissuta.

Quella sera sentii di essere diverso da lui e dagli altri membri della famiglia, che pregavano ogni giorno il loro dio salvo poi tradirlo l’attimo seguente senza neanche rendersene conto.

“Io sono un giornalista, è diverso, devo scrivere quello che mi accade intorno, devo captare i segnali, avere lo sguardo attento, devo saper dire alla gente quello che non sa, informarla, raccontarle la verità, in modo che poi possa valutare, scegliere. E devo anche aiutare, laddove possibile.” “Lo vedi che avevo ragione? Aiuti la gente e non hai paura di nulla. Sei un supereroe!”

“Invece, Mimì, è sempre importante ricordarsi che siamo umani e non disponiamo di alcun potere, che non siamo infallibili, sbagliamo e spesso paghiamo caro per i nostri sbagli. Sentirsi invincibili non è una cosa buona, perché ti porta a commettere degli errori, a sottovalutare i segnali, a non accorgersi della precarietà delle cose.”

“Parli sempre di superpoteri… la lettura e la scrittura sono i poteri più potenti di cui disponiamo, ci ampliano la mente, ci fanno crescere, ci migliorano, a volte ci illuminano e ci fanno prendere nuove strade, ci permettono di cambiare idea, […]. La verità”, riprese dopo una breve pausa, “è che il più grande potere a disposizione dell’uomo, caro Mimì, quello che ci rende davvero grandi e liberi, è la cultura. E tu dovresti saperlo…”

Più diventavo grande e più non riuscivo a comprendere il modo di agire e di pensare di mio padre, il suo rinunciare sempre a tutto, il non provarci neanche ad avere una vita migliore, l’accontentarsi di un’esistenza spoglia.

“Non serve la vista per accorgersi del male, Mimì, servono gli altri sensi”

Quando non avrai ogni cosa a portata di mano, quando imparerai a sperare con tutta te stessa che un sogno si avveri, allora avrai imparato anche tu a essere romantica. Questo avrei dovuto risponderle.

“Loredà,” intervenne di nuovo papà. “ma alla fine che ce fotte a noi della gente?”

Io pensavo tra me e me che non mi sarebbero bastate cento enciclopedie per imparare quello che avrei potuto assimilare in un giorno di vita vissuta.

Nonostante le tante imperfezioni , è l’immagine che più di tutte mi ricorda l’adolescenza e la mia semplice e ridente famiglia, la quale è riuscita a vincere le difficoltà grazie a quella leggerezza che da bambino cercavo di combattere con tutte le mie forze e che ho scoperto poi essere il più grande tesoro fra i tanti che mi hanno lasciato.

Papà faceva le cose perché così doveva andare, accettava quello che la vita gli portava ogni giorno e non obiettava. E chissà che non avesse ragione.

So che le cose belle spesso accadono all’improvviso, a volte proprio quando hai smesso di desiderarle.

Dentro di me sentivo che era giunto il momento di tornare a sognare, tornare a dare valore e forza alle parole, che per un po’ avevo creduto nulla potessero di fronte alla cattiveria e alle ingiustizie umane e, invece, possono tanto, come sapeva bene Giancarlo[…]. Le parole spesso arrivano a smuovere le nostre vite […]. E poco importa se a volte trovano dei muri, se non sono riuscite a tenere in vita Giancarlo e non sono servite a cambiare le cose, se non ci evitano di cadere, l’importante è che ci aiutino ogni volta a rimetterci in piedi.

Capii di essere un ragazzo normale. Come lo era Giancarlo, un ragazzo normale. Mia nonna un giorno disse che non esistono eroi al mondo, solo persone che ogni  tanto fanno una bella azione, la cosa giusta, e poi tornano a essere uno qualunque.

Castello di Predjama, a tutti i costi

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Abbiamo superato paesini di poche case con balconcini pieni di fiori ed i fienili a rastrelliera sul retro, raccolti intorno a chiese con i campanili di pietra. Abbiamo attraversato colline bagnate dal sole che riflettono diverse sfumature di verde, da quello intenso dei boschi, a quello sbiadito dei campi rasati sorvegliati da enormi balle di fieno. Dai finestrini entra un vento mite che porta un profumo di erba tagliata ed infonde un certo benessere che allevia il clima triste di fine viaggio.

Arriviamo al Castello di Predjama: la pietra della fortezza si fonde con la roccia della montagna. Nei pochi minuti che abbiamo, possiamo viverci solo l’esterno e ci incute un certo timore, probabilmente lo stesso provato dai nemici che nei secoli hanno cercato di espugnarlo.

Dopo il viaggio in Slovenia ho imparato a non rimandare alla fine di un viaggio la visita di un posto che voglio vedere a tutti i costi.

Avremmo dovuto attraversare le stanze del castello di Predjama, ascoltarne le leggende, provare ad immaginare la vita che vi conducevano gli abitanti, invece…

L’arrivo di una nuvola ricopre l’intera valle di un’atmosfera glaciale, il segnale che il tempo è scaduto: c’è un aereo che aspetta.

Viaggio in Tunisia, quando il mondo era in 4:3

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Libri, racconti di viaggiatori, guide in vari formati, bozze di itinerari, luoghi dove mangiare e fare foto. È più o meno così che organizzo un viaggio. Quando la data di partenza è lontana, però, mi capita spesso di distrarmi e pensare a viaggi passati. Riguardo video e foto, rileggo pensieri appuntati su fogliettini vari raccolti e conservati insieme a biglietti e cartoline. Così è tornato alla memoria un viaggio lontano nel tempo, quando il mondo era ancora in 4:3 e la videocamera troppo ingombrante per essere portarla in giro con disinvoltura. Quando si usava ancora la pellicola per le foto e sul retro delle stampe si scrivevano nomi e luoghi. Quando non era semplice, come oggi, organizzarsi un viaggio per conto proprio, e si andava in agenzia a prenotare un volo.

Così sono tornato al mare caldo di Djerba, in Tunisia. Al primo contatto con il deserto e con un cammello, e alla strana sensazione nel non riuscire a tenere gli occhi aperti e a come si appannavano le pupille al contatto con l’acqua.

I colori sbiaditi delle foto di Matmata, rinvigoriscono il ricordo dell’aridità del paesaggio che abbiamo attraversato, adeguato all’atmosfera dei villaggi berberi sparsi tra le alture plasmate dall’erosione del tempo.

La banale considerazione che la funzione delle foto è riportare alle mente emozioni vissute in passato, si esprime tutta con questa immagine:

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Arriviamo in una ghorfa che credevamo abitata solo da qualche lucertola e, nell’assoluto silenzio, salta fuori Fouad (così c’è annotato dietro la foto), uno spilungone con un baffetto furbo ed un’andatura elegante. Sobbalzo a tal punto che il tappo della reflex mi cade, finendo in una specie di pozzo e andato perso per sempre. Il nostro ospite sorride, ci offre del tè e qualche aneddoto su quel luogo. Ci racconta di se, della sua famiglia e della vita in quella “zona dimenticata dal mondo” dice con ramarico. Di sicuro è un copione ripetuto più volte, ma è molto efficace e lascia trasparire un certa autenticità. Trascorriamo piacevolmente qualche momento, attraversando queste costruzioni di pietra ed argilla che nascondono storie di vita quotidiana di un popolo antico come il mondo. Fouad ci saluta augurandoci una vita piena di figli e felicità, scomparendo così com’è apparso.

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La Patagonia di Chatwin

 

Nella stanza da pranzo della nonna c’era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l’armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c’era scritto qualcosa con inchiostro nero e sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere.

Presi il treno per La Plata per vedere il miglior museo di storia naturale del Sud America.

Bahia Blanca è l’ultimo posto importante prima del deserto della Patagonia.

La mattina andai a piedi a Bethesda, per una strada bianca fiancheggiata da pioppi. Un agricoltore andava nella mia stessa direzione e mi portò a visitare suo fratello Alun Powell.

Dormii negli alloggi dei peoni. La notte era fredda. Mi diedero una branda e un poncho invernale nero come copriletto. A parte il poncho, il necessario per il mate’ e i coltelli, i peoni non possedevano niente.

La notte era calda, si stava facendo tardi e il proprietario dell’unico negozio di Epuyen stava strofinando il bancone che gli serviva anche da bar. Il senor  Naitane era un ometto raggrinzito, di pelle bianchissima. Guardava nervosamente i suoi clienti, e non vedeva l’ora che se ne andassero.

Dappertutto nelle Ande del sud si sentono storie di bandoleros norteamericanos.

Las Pampas, venti miglia più avanti di Rico Pico, era l’ultimo abitato prima della frontiera.

L’odore della pioggia, portato dal vento, arrivava in fondo alla valle prima della stessa pioggia, un odore di terra bagnata e di piante aromatiche.

Ora avevo due ragioni per tornare nella Cordigliera: vedere a Valle Huemeules il vecchio allevamento di ovini di Charley Milward e trovare l’unicorno di padre Palacios.

Attraversai tre città senza interesse, San Julian, Santa Cruz e Rio Gallegos.

Attraversai lo Stretto ed entrai nella Terra del Fuoco. […] Tierra del Fuego. Terra del Fuoco. I fuochi erano quelli di un campo di indios fuegini. Secondo un’altra versione Magellano vide solo fumo e la chiamò Tierra del Humo, Terra del fumo, ma Carlo V disse che poteva esserci fumo senza fuoco, e cambiò il nome.

Nel 1890 una crudele interpretazione della teoria di Darwin, nata a suo tempo in Patagonia, ritornò in Patagonia e sembrò incoraggiare la caccia agli indios. Uno slogan: “la sopravvivenza dei più forti”.

Raggiunsi la città più a sud del mondo. Ushuaia era sorta nel 1869, quando il reverendo W.H. Stirling aveva fatto costruire, vicino alle capanne degli indios Yaghan, l’edificio prefabbricato della Missione.

Da Ushuaia all’estancia di Bridges, a Harberton, c’erano trentacinque miglia di cammino lungo il Canale Beagle.

A Punta Arenas i padri salesiani avevano un museo più grande di quello di Rio Grande.

Eravamo vicini a Capo Horn, correndo con tutte le vele gonfiate da un forte vento a dritta. Era una domenica mattina. Camminavo su e giù lungo il boccaporto principale con Chips il carpentiere.

Dovevo fare ancora una cosa in Patagonia: trovare un pezzo di pelle di brontosauro in sostituzione di quello andato perduto.

Dopo aver aspettato la nave una settimana, udimmo la sua sirena echeggiare da dietro la palestra (che era una copia in cemento del Partenone)  […]. Durante tutta la settimana l’impiegato alle prenotazioni si era stretto nelle spalle quando gli chiedevamo dov’era la nave… La nave poteva essere affondata, per quel che ne sapeva o gli importava. Ma ora stava scribacchiando i nostri biglietti, sudando, gesticolando e abbaiando ordini. Poi traversammo in fila il capannone verde della dogana e costeggiammo le lamiere arrugginitedella nave fino alla passerella di imbarco, dove i chilotes stavano in coda con la faccia di chi ha aspettato quattrocento anni.

Cercando Acqua Alta, la libreria

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Il sole sta calando lentamente dipingendo una luce rilassante sui palazzi patrimonio dell’Unesco che allungano le ombre sui canali. Cammino con l’orecchio teso per sentire se la strada scricchiola al mio passaggio, ma sento solo un intreccio di lingue diverse provenire da chi mi circonda che accentua il mio disorientamento. Mi succede quando cammino per una città che conosco poco, ho una meta da raggiungere e vorrei arrivarci quanto prima senza rinunciare a godermi il mio andare. Sono a Venezia e sto cercando la libreria Acqua Alta. È un po’ nascosta, con un albero che ne copre l’ingresso ed un cartello che mi da il benvenuto in una delle librerie più belle del mondo. Il retro si affaccia direttamente in un canale e non è difficile immaginare le stanze allagate e capire il perché del nome.

Libri, fumetti, cartine, stampe ed altre cose accatastate meravigliosamente a casaccio. L’odore della carta enfatizzato dall’umidità accelera il mio battito cardiaco e mi immergo nella ricerca di qualcosa di inutile che testimoni il mio passaggio in questa meraviglia.

Mi allontano chiedendomi cosa ne sarà di tutti quei libri poggiati per terra quando la laguna deciderà di riversarsi nella libreria, ma sono già lontano e questo leggero disappunto è compensato dall’aver vissuto un pezzo particolare di questa città particolare.

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