Strasburgo e la magia del Natale

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Poco dopo essere sceso dal treno sento di avere il fiato corto; non è l’affaticamento del camminare. Tra la stazione di Strasburgo e Petite France ci sono un ponte ed alcune centinaia di metri: nel mezzo c’è un posto di  blocco per il controllo di valige e zainetti. La campana della Chiesa di Saint Pierre le Vieux suona mezzogiorno mentre intorno nessuno osa dire alcunché. Una fitta allo stomaco accentua il disagio per essere qui ora. Non è stata una scelta facile, non è stata fatta a cuor leggero. Negli sguardi di chi mi sta intorno avverto il medesimo stato d’animo. Solo pochi giorni fa qui è stato seminato il terrore: ce n’è ancora traccia nell’aria, ma tutto è stemperato da una calma artificiale. Con lo sguardo basso mi avvicino ad un punto informazioni, la ragazza sorride gentile. È probabile che intuisca la difficoltà di chi le sta di fronte e cerca di far capire che siamo benvenuti.

Mi addentro in una serie di stradine deliziose. Un leggero sole schiarisce il cielo ed il mio umore. I mercatini di Natale si animano e Strasburgo comincia a riempirsi di gente. Il profumo di spezie e vin chaud è ovunque, c’è una certa allegria. La gentilezza dei venditori francesi allenta definitivamente la tensione, poi scende la sera ed il buio fa il resto.

Strasburgo viene avvolta dalla magia del Natale: le luci, la musica, le risate della gente. L’eccitazione diventa contagiosa, l’entusiasmo trascina tutti in un viaggio nella fantasia: non c’è spazio per la violenza, non c’è spazio per il terrore, anche se la memoria non può essere cancellata.

Vi racconto Venezia75, anzi no

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Le urla di ragazzi e fotografi, divisi da un tappeto rosso, superano la musica già assordante di per se. Tutti che fotografano tutto, con qualsiasi cosa abbia un, seppur piccolo, obiettivo. Vestiti eccentrici su personaggi eccentrici che passeggiano per farsi ammirare. C’è chi corre chissà dove a fare chissà cosa, e poi le necessarie lunghe file per i veri protagonisti di Venezia75: i film. È davvero uno spettacolo nello spettacolo e credo sia difficile immaginare possa essere diverso.

È divertente, ma appena finito di lavorare salgo su di una delle mille biciclette a noleggio che girano per il Lido di Venezia e comincio a pedalare verso sud, senza sapere cosa aspettarmi: ho bisogno di silenzio.

Un sole caldo asciuga la tanta pioggia caduta in mattinata. Arrivo a Malamocco, senza sapere della sua esistenza. Nelle prime ore del pomeriggio è praticamente deserto. Se vedessi solo in bianco e nero, giurerei di essere stato rimandato indietro nel tempo di alcuni decenni. Invece i colori di Malamocco rendono questo borgo davvero attraente, emozionante, rilassante.

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Continuo a pedalare. Fino a all’Oasi del WWF degli Alberoni. Non avrei mai immaginato di trovare qui, tanto verde che arriva fino al mare. Continuo a pedalare finché non finisce la strada, finché non finisce l’isola, finché non finisce la mia energia.

Domani ancora Venezia75; quella dove il sole non basta, dove c’è bisogno di riflettori artificiali per far brillare le stelle.

Il valore del tempo a Praga

In Piazza della Città Vecchia il tempo scorre sereno: c’è una coppia di sposi che si lascia fotografare, un poliziotto nell’esercizio delle sue funzioni, una guida turistica che mette in vendita un po’ di storia, carrozze e cavalieri in attesa di turisti che fanno da cornice alla piazza principale di Praga. La consueta messa in scena di un’opera teatrale che ha come palcoscenico le principali città europee non appena il sole comincia ad essere un po’ più caldo.

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A Praga, però, il tempo ha un valore diverso. Qui lo scadere dei sessanta minuti coincide con uno spettacolo particolare. Una moltitudine di persone addensate in attesa, copre con un boato i rintocchi della campanella ed il sipario si apre sullo spettacolo dell’Orologio Astronomico.

Se si riesce a non farsi distrarre dalla confusione intorno e non ci si aspettano effetti speciali, si può apprezzare tutta la simbologia medievale, dalla morte alla vanità, l’ora solare e l’antica ora boema, l’ora planetaria e l’ora babilonese. Insomma, un vero gioiello di tecnologia antica che lascia comunque deluso qualcuno che si allontana cercando conforto negli Abitanti del Ponte Carlo.

Ora l’Orologio è in manutenzione, ma presto tornerà a segnare l’inizio di una nuova ora.

Viaggio in Tunisia, quando il mondo era in 4:3

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Libri, racconti di viaggiatori, guide in vari formati, bozze di itinerari, luoghi dove mangiare e fare foto. È più o meno così che organizzo un viaggio. Quando la data di partenza è lontana, però, mi capita spesso di distrarmi e pensare a viaggi passati. Riguardo video e foto, rileggo pensieri appuntati su fogliettini vari raccolti e conservati insieme a biglietti e cartoline. Così è tornato alla memoria un viaggio lontano nel tempo, quando il mondo era ancora in 4:3 e la videocamera troppo ingombrante per essere portarla in giro con disinvoltura. Quando si usava ancora la pellicola per le foto e sul retro delle stampe si scrivevano nomi e luoghi. Quando non era semplice, come oggi, organizzarsi un viaggio per conto proprio, e si andava in agenzia a prenotare un volo.

Così sono tornato al mare caldo di Djerba, in Tunisia. Al primo contatto con il deserto e con un cammello, e alla strana sensazione nel non riuscire a tenere gli occhi aperti e a come si appannavano le pupille al contatto con l’acqua.

I colori sbiaditi delle foto di Matmata, rinvigoriscono il ricordo dell’aridità del paesaggio che abbiamo attraversato, adeguato all’atmosfera dei villaggi berberi sparsi tra le alture plasmate dall’erosione del tempo.

La banale considerazione che la funzione delle foto è riportare alle mente emozioni vissute in passato, si esprime tutta con questa immagine:

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Arriviamo in una ghorfa che credevamo abitata solo da qualche lucertola e, nell’assoluto silenzio, salta fuori Fouad (così c’è annotato dietro la foto), uno spilungone con un baffetto furbo ed un’andatura elegante. Sobbalzo a tal punto che il tappo della reflex mi cade, finendo in una specie di pozzo e andato perso per sempre. Il nostro ospite sorride, ci offre del tè e qualche aneddoto su quel luogo. Ci racconta di se, della sua famiglia e della vita in quella “zona dimenticata dal mondo” dice con ramarico. Di sicuro è un copione ripetuto più volte, ma è molto efficace e lascia trasparire un certa autenticità. Trascorriamo piacevolmente qualche momento, attraversando queste costruzioni di pietra ed argilla che nascondono storie di vita quotidiana di un popolo antico come il mondo. Fouad ci saluta augurandoci una vita piena di figli e felicità, scomparendo così com’è apparso.

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