Se ti abbraccio non aver paura

oznorHB_vivi

Sorridono appena i loro sguardi s’incrociano. Una delle due alza le braccia dicendo: “No, no, non mi abbracciare”. Mi allontano pedalando con poco impegno e le sento ridere.
Avverto una certa irrequietezza, un pensiero agitato che mi rigira nella mente come i pedali sotto la spinta dei miei piedi. Un vortice che cerca nei ricordi qualcosa che mi ricongiunga a questo momento.
“…comperammo delle magliette e ci scrivemmo sopra: Se ti abbraccio non aver paura”. Andrea a scuola provava in continuazione l’impulso di abbracciare con forza i compagni e noi speravamo, così, di rendere le cose più facili.”.
I libri tornano nei momenti più insoliti, seguendo andamenti inaspettati, portando messaggi a chi vuole coglierli.
“Fra un mese finisce la scuola, cominciano le vacanze. I miei amici manderanno i figli ai centri estivi, troveranno l’offerta di una settimana […]. A me toccheranno le solite complicazioni: chi sta con Andrea, dove?, cosa gli facciamo fare?, quella cosa sarà adatta a lui?”.
“L’idea di un grande viaggio ha cominciato a lavorare dentro, in silenzio. Come un virus.”.
Mi è sembrato sorprendente, molto, ed ho riletto alcune pagine di “Se ti abbraccio non aver paura”. Il libro racconta un viaggio di Franco e suo figlio Andrea. Andrea è autistico. Un viaggio “strampalato, vitale, un poco avventato. Un poco curativo”, che li ha portati ad attraversare gli Stati Uniti in moto fino in America latina ed a vivere innumerevoli avventure, che diventano sorprendenti in Brasile. È un viaggio durante il quale un padre combatte per rendere intensa la relazione con suo figlio, cercando di far fronte alle difficoltà che genera la competizione tra il mondo e la mente di Andrea: “è racchiuso in un universo tutto suo, ha una sua coscienza del nostro mondo e desidera stabilire relazioni, ma i suoi ponti lo conducono altrove”.
Pagina dopo pagina, si è insediata in me la convinzione che nella storia di Franco e Andrea ci siano vicende, frasi, parole che la rendono corrispondente a molte delle nostre vite. È un pensiero assolutamente ingannevole che non trova attinenza con la realtà, ma ogni storia produce un diverso nutrimento a seconda di chi vuole sfamarsi. Questa è la fantasia di un lettore, ma quella di Andrea e Franco è una storia vera e vi travolgerà.

La ragazza con la macchina da scrivere

sdr_vivi

Come ogni mattina, Dalia fissò la custodia dell’Olivetti rossa sul portapacchi della bicicletta.

… la nostra mente non è fatta per percepire la felicità nel presente, quanto piuttosto per riconoscerla molti anni più tardi attraverso il filtro del tempo e dei ricordi. Una condizione molto crudele quella di non poter godere della felicità ma soltanto di rimpiangerla ex post …

“Non lo farò mai più!”, ripeteva da sé e sé a ogni pedalata. “Se riuscirò a farla franca non lo farò mai più!”

L’avvocato Ferro non calcolava il tempo in ore, in giorni o settimane, bensì in libri letti.

C’è anche un altro motivo per il quale ho scelto Mark Twain, un dettaglio che in quanto dattilografa dovresti apprezzare: Mark Twain è stato il primo autore a utilizzare la macchina da scrivere, questo almeno stando alle sue dichiarazioni.

Non sono, però, gli eventi in sé a fare di un libro un buon libro.

Diventare se stessi

sdr_vivi

Tante cose sono rimaste incompuite tra me e i miei genitori. Ci sono così tanti aspetti di cui non abbiamo mai discusso, relativi alla nostra vita insieme, alla tensione e all’infelicità della nostra famiglia, al mio mondo e al loro mondo.

E nella mia attività quotidiana, mentre aiuto i pazienti a ricostruire le fasi iniziali delle loro esistenze, mi convinco sempre più della natura fragile e sempre mutevole della realtà. I ricordi, e senza dubbio anche questo, sono molto più romanzeschi di quanto ci piaccia pensare.

Incoraggio sempre gli studenti che aspirano a diventare terapeuti a sottoporsi a una terapia personale. “Il vostro “io” è lo strumento più importante che avete a disposizione. Imparate tutto quello che potete al riguardo.

Mentre scrivo le mie memorie e torno a familiarizzare con il mio “io” più giovane e mi rendo conto di quanto fossi incasinato e quanto mi sia lamentato tutta la vita di non aver avuto un mentore…

Il mio piacere più grande consisteva nel perdermi nel mondo di un romanzo, e non facevo he ripetermi che la cosa migliore che una persona potesse fare nella vita era scriverne uno di valore.

Questa sensazione di non essere a mio agio con me stesso mi afflisse per tutta la prima fase della mia età adulta. All’esterno davo l’impressione di cavarmela splendidamente: avevo sposato la donna che amavo, mi ero conquistato l’ammissione alla facoltà di medicina e stavo ottenendo buoni risultati in tutti i sensi; ma nel profondo non ero mai rilassato, mai sicuro di me, e non riuscivo mai a capire davvero quale fosse la fonte della mia ansia. Avevo la sensazione confusa di essere stato profondamente ferito durante la mia primissima infanzia e sentivo che non ero mai davvero a casa.

Ricorsi invece ad un espediente che per me era naturale: raccontai una storia.

…siccome abbiamo solo una possibilità di vivere, dovremmo sfruttarla pienamente e concludere la vita con il minor numero possibile di rimpianti.

“I ricordi passati e i desideri futuri provocano solo turbamento”. C’è una tale verità in queste parole, ma a un costo molto alto. Non penso di essere in grado o di essere disposto a pagare così tanto.

…avrei dato alla storia una posizione privilegiata: l’avrei messa in primo piano, le avrei permesso di essere il principale veicolo del mio insegnamento. Sentivo che era arrivato il momento di liberare il narratore che era in me.

Un romanziere più esperto non avrebbe avuto difficoltà a romanzare tutti questi avvenimenti, ma io cercai di restare legato al mio mantra: La narrativa è la storia che avrebbe potuto accadere.

Ma quando aveva guardato fuori dal finestrino del padre, era ormai troppo tardi, perchè lui era morto e sepolto. “Quindi, guardate fuori dal finestrino del vostro paziente” intimo ai terapeuti. “Cercate di vedere il mondo come lo vede lui”.

…più grande è il senso di vita non vissuta, più grande è il terrore della morte.

Non di rado mi capita, quando sono immerso nella lettura delle opere di un qualche pensatore straordinario, e ne sono affascinato, che accada qualcosa in una seduta di terapia che mi porta a raccomandare quel particolare autore al mio paziente.

La mia vita è stata così ricca, così privilegiata, così sicura – in gran parte grazie al duro lavoro e alla generosità di mia madre.

Chiedo sempre ai miei pazienti di esplorare i rimpianti a consiglio loro di aspirare a una vita che ne sia priva.

“Era questa la vità? Avanti, ancora una volta”.

…sostiene Pereira

dav_vivi

Disse: la filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.

…è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa.

…si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e con le limonate piene di zucchero.

Sì, replicò Pereira, però se al posto dell’anima, come vogliono i filosofi francesi, ci mettiamo la parola personalità, ecco che l’eresia non c’è più, io mi sono convinto che non abbiamo un personalità sola, abbiamo tante personalità che convivono fra loro sotto la guida di un io egemone.

…ha bisogno di dire addio alla sua vita passata, ha bisogno di vivere nel presente, un uomo non può vivere come lei, dottor Pererira, pensando solo al passato.

L’uomo che trema

dav_vivi

Nell’epistolario di Freud si legge: “Nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati, giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo”. […]. Dunque si può dire che la malattia è insita negli esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e quindi l’integrità è la loro malattia.

In quel momento la vita, il mio essere al mondo, la somma delle attività umane, […], tutto […] era priva di valore.

La sola cosa che riesco a fare senza patire e perfino con un certo gusto è leggere…

…il dolore è più sopportabile della speranza.

Io non ho mai giocato sul corpo di mio padre. In molti, come me, non l’hanno mai fatto, pur non avendo abbandonato il padre né essendo stati abbandonati. Non gli è stato consentito, poiché la natura di questo scambio dipende dal rapporto che si instaura col padre. Nei tempi antichi, quando vigevano austere norme sociali e rigidi metodi educativi, doveva essere addirittura inammissibile che un padre si concedesse ai giochi del figlio.

Una delle qualità principali delle canzoni, il motivo stesso per cui la musica è così importante delle nostre vite, è che a volte capita che un disco, una voce, una melodia, e la nostra percezione, il nostro carattere, il nostro sentimento del vivere o il sentimento che ci attraversa in un preciso istante della nostra esistenza, si dispongono sul medesimo asse.

È possibile che anche solo l’idea della morte abbia un effetto benefico sul mio corpo e sulla mia psiche? La morte è l’unico unguento in grado di curare il mio male? Davvero la morte è al contempo il male e il rimedio?

Un’ora – il farmaco è puntuale – poi lo schianto.

…di come solo il toccare la schiena di mio figlio addormentato mi abbia infine salvato dal proposito, rigettandomi violentemente sulla superficie della Terra, il luogo che io avevo mestamente abbandonato, …

Lo stesso problema, ossia la fatica nel parlare, nel capire, nel decifrare, io ce l’ho più o meno con tutti.

Se devo fare una telefonata, ho bisogno di quei trenta secondi in cui fronteggiare me stesso, la mia congenita convinzione che disturberò la persona che sto per
chiamare, che non sarò in grado di apparire disinvolto nella conversazione, …

Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza. Perciò mi capitano situazioni di questo tipo, per ricordarmi chi sono, o meglio, cosa non sono.

La mattina dopo

sdr_vivi

I primi giorni sono come una corrente a cui non si riesce a sfuggire: non fai che pensare a quello che hai perso.

Non esiste una scala di dolore, della sofferenza e del vuoto, niente può essere giudicato o paragonato, esiste però per tutti la mattina dopo, che può essere quella in cui provi a difenderti e a proteggerti o quella in cui inizi a naufragare.

“Nella vita c’è un unico segreto” ripete spesso. “Bisogna vedere la bottiglia mezza piena, perchè la vita è fatta di cose belle e di dolori, e di dolori ne abbiamo avuti tanti, ma se ci fossimo fermati lì sarebbe davvero finita”

…sanno che piangersi addosso non è una cura e fanno quello che è necessario fare con convinzione.

“[…]. Se mi chiedi di cosa mi preoccupi ogni mattina ti rispondo in modo semplice, forse banale: sorridere e far sorridere. Tutto è precario, dobbiamo essere qualcosa”. Poi mi regala una frase di Charles Bukowski che gli sembra spieghi tutto definitivamente: “Siamo sottili come carta. Viviamo sul filo delle percentuali, temporaneamente. E questo è il bello e il brutto, il fattore tempo. E non ci si può fare niente”.

…c’è più volte il momento della fine, quello in cui l’equilibrio si rompe, ma ogni volta il giorno dopo impone di fare i conti con la nuova realtà e ripartire diversi.

…perchè dovremmo fare le cose per bene, con grande cura, se nessuno ce lo chiede, se farle in fretta sembra l’unico valore? Mi viene solo una risposta: per noi stessi.

…penso che le cose che mi stanno a cuore me le devo ricordare, non le devo affidare a un foglio.

Così sono andato a incontrare quell’uomo che non aveva più nulla dei suoi 20 anni. Dovevo farlo. Adesso, il mio giorno dopo era finito davvero.

…più che incontri, Scintille

dav_vivid
Ciascuno di noi è quel che è anche, e soprattutto, in ragione delle persone che ha incontrato.

Quello strano e insopprimibile stimolo che ci spinge a cercare, ancora una volta, in un’altra persona, il nutrimento di cui abbiamo disperato bisogno.

…il giovane non potè non ammettere che quel breve incontro gli avesse regalato un intero attimo di beatitudine.

Non possiamo mai sapere le conseguenze di quell’attimo in cui rimaniamo incantati, deviati e illuminati.

In ogni relazione ciascuno di noi, affinchè possa essere compreso e apprezzato, non può che essere se stesso. […]. Non c’è altro modo per riuscire a stare con gli altri. Non c’è un altro modo di vivere senza doversi vergognare o pentire di qualcosa.

Quello spazio e qual frangente in cui le cose non sono definite perchè non se ne ha una visione diretta, anche se sono già accadute.

Il pensiero costante, in quegli anni adulti, che lo riportava sempre alla madre in quel modo così diverso, così incomparabile a come pensava a lei quando era bambino.

Non si alzava ad abbracciarlo, non mostrava lo slancio irruente e possessivo. Non erano gesti che le appartenevano, perchè nessuno glieli aveva mai offerti.

Non sappiamo mai cosa ci conduce in maniera inesorabile verso una persona, qual è l’indizio a cui la nostra curiosità non sa resistere.

D’altronde, cos’altro sono le relazioni, le amicizie, gli amori, se non esperimenti il cui esito rimane oscuro e imprevedibile fino alla fine?

Lo diceva il rabbino, il vecchio Hillel: “Se io non sono per me stesso, chi lo sarà? Se io sono soltanto per me stesso, chi sono io?”

Non sappiamo mai per quanto tempo, dentro la nostra mente, riuscirà a permanere quello spazio, quella voce, quella persona che da un giorno all’altro non abbiamo più trovato al nostro risveglio. Non ci è dato sapere per quanto tempo quella persona riuscirà a non svanire, a non allentare la presa sui nostri ricordi.

Nessuno di noi sa mai se riuscirà a non perdere di vista i desideri e le idee che ha maturato nel tempo. Nessuno di noi può dire se la persistenza di quel che pensa, desidera e sogna riuscirà a superare la sfida del tempo e della privazione.

Ciascuno di noi non è altro che i legami che tiene in vita. Ciascuno di noi è frutto di ciò che riesce a scambiare con chi ha incontrato nel tempo. Siamo la somma delle relazioni che abbiamo saputo alimentare con cura, l’attenzione, lo slancio e la passione.

Se i gatti scomparissero dal mondo

mde_vivid

 

In appena vent’anni i cellulari erano diventati dei veri “mai più senza”, prendendo il pieno controllo del genere umano. Creandoli abbiamo creato la scomodità di non averli. […]! Ogni volta che gli uomini inventano qualcosa, ne sacrificano un’altra.

Come mai ci aspettiamo sempre che gli altri reagiscano in un certo modo quando siamo noi i primi a non reagire come vorremmo?

Gli uomini non muoiono finchè hanno acqua da bere, qualcosa da mangiare e un posto dove dormire. Tutte le altre cose a questo mondo sono superflue e se ne può tranquillamente fare a meno. Tuttavia…

Così era la mia vita: un film che riuniva insieme le mie commedie e le mie tragedie ma che se immortalato in un’unica fotografia culminava in un gigantesco schermo bianco.

Se esiste una regola bisogna seguirla, ma seguire una regola significa perdere una parte di libertà. […]. La libertà comporta ansia e insicurezza. Gli esseri umani avevano ceduto la libertà totale in cambio della certezza data dalle regole e dalle abitudini.

Mi son domandato se la pace che stavo provando in quel momento era dovuta alla scomparsa del sistema orario o se invece c’era sempre stata e io non ero mai riuscito a rendermene conto.

Se solo avessi saputo che tutte le nostre abitudini sarebbero presto finite, avrei reso speciale ogni singolo momento insieme a lei.

Ero stato talmente assorbito dalle piccole faccende di tutti i giorni che avevo perso il mio tempo senza dedicarlo alle cose e alle persone che per me contavano veramente. E la cosa più spaventosa era che non mi ero nemmeno mai accorto di stare perdendo tempo prezioso.

…qualsiasi cosa o creatura a questo mondo esisteva per una ragione ben precisa e non vi era ragione altrettanto valida per cui avrebbe dovuto scomparire. Nessuna.

Le persone possono scegliere di essere felici o essere infelici. Dipende dalla prospettiva con cui osservano le cose.

…ma vivere di per sé non conta molto. Quello che conta veramente è il modo in cui si vive.

Rappresento il dubbio di come saresti diventato se a ogni bivio avessi deciso di imboccare e percorrere l’altra strada. Ecco che cos’è il Diavolo.