L’uomo che trema

dav_vivi

Nell’epistolario di Freud si legge: “Nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati, giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo”. […]. Dunque si può dire che la malattia è insita negli esseri umani, ma solo coloro che riconoscono di essere malati vengono considerati tali, tutti gli altri si ritengono integri, e quindi l’integrità è la loro malattia.

In quel momento la vita, il mio essere al mondo, la somma delle attività umane, […], tutto […] era priva di valore.

La sola cosa che riesco a fare senza patire e perfino con un certo gusto è leggere…

…il dolore è più sopportabile della speranza.

Io non ho mai giocato sul corpo di mio padre. In molti, come me, non l’hanno mai fatto, pur non avendo abbandonato il padre né essendo stati abbandonati. Non gli è stato consentito, poiché la natura di questo scambio dipende dal rapporto che si instaura col padre. Nei tempi antichi, quando vigevano austere norme sociali e rigidi metodi educativi, doveva essere addirittura inammissibile che un padre si concedesse ai giochi del figlio.

Una delle qualità principali delle canzoni, il motivo stesso per cui la musica è così importante delle nostre vite, è che a volte capita che un disco, una voce, una melodia, e la nostra percezione, il nostro carattere, il nostro sentimento del vivere o il sentimento che ci attraversa in un preciso istante della nostra esistenza, si dispongono sul medesimo asse.

È possibile che anche solo l’idea della morte abbia un effetto benefico sul mio corpo e sulla mia psiche? La morte è l’unico unguento in grado di curare il mio male? Davvero la morte è al contempo il male e il rimedio?

Un’ora – il farmaco è puntuale – poi lo schianto.

…di come solo il toccare la schiena di mio figlio addormentato mi abbia infine salvato dal proposito, rigettandomi violentemente sulla superficie della Terra, il luogo che io avevo mestamente abbandonato, …

Lo stesso problema, ossia la fatica nel parlare, nel capire, nel decifrare, io ce l’ho più o meno con tutti.

Se devo fare una telefonata, ho bisogno di quei trenta secondi in cui fronteggiare me stesso, la mia congenita convinzione che disturberò la persona che sto per
chiamare, che non sarò in grado di apparire disinvolto nella conversazione, …

Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza. Perciò mi capitano situazioni di questo tipo, per ricordarmi chi sono, o meglio, cosa non sono.

La mattina dopo

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I primi giorni sono come una corrente a cui non si riesce a sfuggire: non fai che pensare a quello che hai perso.

Non esiste una scala di dolore, della sofferenza e del vuoto, niente può essere giudicato o paragonato, esiste però per tutti la mattina dopo, che può essere quella in cui provi a difenderti e a proteggerti o quella in cui inizi a naufragare.

“Nella vita c’è un unico segreto” ripete spesso. “Bisogna vedere la bottiglia mezza piena, perchè la vita è fatta di cose belle e di dolori, e di dolori ne abbiamo avuti tanti, ma se ci fossimo fermati lì sarebbe davvero finita”

…sanno che piangersi addosso non è una cura e fanno quello che è necessario fare con convinzione.

“[…]. Se mi chiedi di cosa mi preoccupi ogni mattina ti rispondo in modo semplice, forse banale: sorridere e far sorridere. Tutto è precario, dobbiamo essere qualcosa”. Poi mi regala una frase di Charles Bukowski che gli sembra spieghi tutto definitivamente: “Siamo sottili come carta. Viviamo sul filo delle percentuali, temporaneamente. E questo è il bello e il brutto, il fattore tempo. E non ci si può fare niente”.

…c’è più volte il momento della fine, quello in cui l’equilibrio si rompe, ma ogni volta il giorno dopo impone di fare i conti con la nuova realtà e ripartire diversi.

…perchè dovremmo fare le cose per bene, con grande cura, se nessuno ce lo chiede, se farle in fretta sembra l’unico valore? Mi viene solo una risposta: per noi stessi.

…penso che le cose che mi stanno a cuore me le devo ricordare, non le devo affidare a un foglio.

Così sono andato a incontrare quell’uomo che non aveva più nulla dei suoi 20 anni. Dovevo farlo. Adesso, il mio giorno dopo era finito davvero.

…più che incontri, Scintille

dav_vivid
Ciascuno di noi è quel che è anche, e soprattutto, in ragione delle persone che ha incontrato.
Quello strano e insopprimibile stimolo che ci spinge a cercare, ancora una volta, in un’altra persona, il nutrimento di cui abbiamo disperato bisogno.
…il giovane non potè non ammettere che quel breve incontro gli avesse regalato un intero attimo di beatitudine.
Non possiamo mai sapere le conseguenze di quell’attimo in cui rimaniamo incantati, deviati e illuminati.
In ogni relazione ciascuno di noi, affinchè possa essere compreso e apprezzato, non può che essere se stesso. […]. Non c’è altro modo per riuscire a stare con gli altri. Non c’è un altro modo di vivere senza doversi vergognare o pentire di qualcosa.
Quello spazio e qual frangente in cui le cose non sono definite perchè non se ne ha una visione diretta, anche se sono già accadute.
Il pensiero costante, in quegli anni adulti, che lo riportava sempre alla madre in quel modo così diverso, così incomparabile a come pensava a lei quando era bambino.
Non si alzava ad abbracciarlo, non mostrava lo slancio irruente e possessivo. Non erano gesti che le appartenevano, perchè nessuno glieli aveva mai offerti.
Non sappiamo mai cosa ci conduce in maniera inesorabile verso una persona, qual è l’indizio a cui la nostra curiosità non sa resistere.
D’altronde, cos’altro sono le relazioni, le amicizie, gli amori, se non esperimenti il cui esito rimane oscuro e imprevedibile fino alla fine?
Lo diceva il rabbino, il vecchio Hillel: “Se io non sono per me stesso, chi lo sarà? Se io sono soltanto per me stesso, chi sono io?”
Non sappiamo mai per quanto tempo, dentro la nostra mente, riuscirà a permanere quello spazio, quella voce, quella persona che da un giorno all’altro non abbiamo più trovato al nostro risveglio. Non ci è dato sapere per quanto tempo quella persona riuscirà a non svanire, a non allentare la presa sui nostri ricordi.
Nessuno di noi sa mai se riuscirà a non perdere di vista i desideri e le idee che ha maturato nel tempo. Nessuno di noi può dire se la persistenza di quel che pensa, desidera e sogna riuscirà a superare la sfida del tempo e della privazione.
Ciascuno di noi non è altro che i legami che tiene in vita. Ciascuno di noi è frutto di ciò che riesce a scambiare con chi ha incontrato nel tempo. Siamo la somma delle relazioni che abbiamo saputo alimentare con cura, l’attenzione, lo slancio e la passione.

Se i gatti scomparissero dal mondo

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In appena vent’anni i cellulari erano diventati dei veri “mai più senza”, prendendo il pieno controllo del genere umano. Creandoli abbiamo creato la scomodità di non averli. […]! Ogni volta che gli uomini inventano qualcosa, ne sacrificano un’altra.

Come mai ci aspettiamo sempre che gli altri reagiscano in un certo modo quando siamo noi i primi a non reagire come vorremmo?

Gli uomini non muoiono finchè hanno acqua da bere, qualcosa da mangiare e un posto dove dormire. Tutte le altre cose a questo mondo sono superflue e se ne può tranquillamente fare a meno. Tuttavia…

Così era la mia vita: un film che riuniva insieme le mie commedie e le mie tragedie ma che se immortalato in un’unica fotografia culminava in un gigantesco schermo bianco.

Se esiste una regola bisogna seguirla, ma seguire una regola significa perdere una parte di libertà. […]. La libertà comporta ansia e insicurezza. Gli esseri umani avevano ceduto la libertà totale in cambio della certezza data dalle regole e dalle abitudini.

Mi son domandato se la pace che stavo provando in quel momento era dovuta alla scomparsa del sistema orario o se invece c’era sempre stata e io non ero mai riuscito a rendermene conto.

Se solo avessi saputo che tutte le nostre abitudini sarebbero presto finite, avrei reso speciale ogni singolo momento insieme a lei.

Ero stato talmente assorbito dalle piccole faccende di tutti i giorni che avevo perso il mio tempo senza dedicarlo alle cose e alle persone che per me contavano veramente. E la cosa più spaventosa era che non mi ero nemmeno mai accorto di stare perdendo tempo prezioso.

…qualsiasi cosa o creatura a questo mondo esisteva per una ragione ben precisa e non vi era ragione altrettanto valida per cui avrebbe dovuto scomparire. Nessuna.

Le persone possono scegliere di essere felici o essere infelici. Dipende dalla prospettiva con cui osservano le cose.

…ma vivere di per sé non conta molto. Quello che conta veramente è il modo in cui si vive.

Rappresento il dubbio di come saresti diventato se a ogni bivio avessi deciso di imboccare e percorrere l’altra strada. Ecco che cos’è il Diavolo.

Tutto sarà perfetto (o quasi)

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Lui infine si è voltato e mi ha afferrato gli occhi con i suoi… […]. E in quell’attimo ho capito che c’è qualcosa di carnale nel rapporto fra genitori e figli…

“noi qui abbiamo bisogno di un marito e di un padre in casa, non di un comandante”.

A ogni scatto però segnavo tutto su un quaderno a quadretti, descrivevo proprio l’immagine che sarebbe scaturita se ci fosse stata la pellicola. Così non rischiavo di dimenticare.

…Marina che ad appena nove anni aveva deciso di combattere la tristezza e le cose brutte con la curiosità, e la curiosità, come e più dell’amore, spesso basta a salvare la vita.

Fu in quel momento che mi accorsi davvero del valore delle sue parole, del valore di ciò che stavo vivendo, che stavamo vivendo, come se la macchina fotografica che portavo al collo avesse il potere magico di rendere tutto più luminoso, di accendere un faro sulle cose mentre mi sussurrava all’orecchio che quell’istante proprio non potevo farlo scorrere via così, senza dargli il giusto tributo. Fu in quel momento che iniziai ad annotare gli scatti sul quaderno.

Procida è come una casa antica che tiene botta di generazione in generazione portando con se le marachelle dei suoi bambini.

Il tempo è carnivoro, se gli lasci spazio si prende tutte le tue cose.

Aveva ragione, sette anni sono abbastanza. A quell’età una vita può essere gia irrimediabilmente compromessa.

“Il segreto è tutti lì, innamorarsi, sempre e di continuo. […] E l’innamoramento dilata il tempo. Dovremmo riuscire a mantenere la stessa costanza per tutta la vita, innamorandoci ogni anno per esempio: ci sembrerebbe di vivere in eterno”

Nessuno ha mai colpa per l’infanzia che si è ritrovato. Siamo tutti senza peccato. Cominciamo a capire questo, a dirci questo, e avremo buone possibilità di salvarci.

È che a rovinare una vita basta un attimo, solo una piccola fottuta regolina fobica che i genitori ti imboccano come verità.

D’inverno le case di Procida mostrano tutte le loro imperfezioni, la stanchezza dell’attesa, hanno il freddo sulle spalle e le crepe addosso. Le stesse che ci ritroviamo sul volto anche noi, passata la bufera.

…combatti per tutta la vita chi ti ha messo al mondo ritenendolo indegno, o semplicemente sbagliato, lo incolpi e accumuli rabbia, e poi ti accorgi che è tutto quel che hai, che avevi.

“… Ricorda: la vita è un chiaroscuro perenne, ma ogni tanto attorno a noi arriva la luce giusta a illuminare le cose e a renderle perfette. Bisogna accorgersene. È tutta qui la differenza fra chi campa davvero e che spreca il suo tempo”.

L’annusatrice di libri

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Per la prima volta dopo mesi aveva letto, su quello non c’erano dubbi, ma le parole che le erano sgusciate dalle labbra non erano penetrate nella sua mente passando per gli occhi.

“Ho letto col naso”, farfugliava camminando. “Ho visto delle cose con il naso”.

“Ci sono persone a cui piace annusare i libri: alcuni amano l’odore della carta e dell’inchiostro quanto, e talvolta più, dello stesso contenuto dei libri. Noi annusatori siamo riservati ed evitiamo di annusare in pubblico, nel timore di essere giudicati strani”.

Adelina promise e si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta.

“… ti è capitato, alla fine di un romanzo, di dispiacerti di non poter avere più notizie di un certo personaggio?”. “Si, molte volte”, aveva risposto Luisella. “Finire un romanzo è come dire addio a dei cari amici, ma nella Commedia umana [Honoré de Balzac] molti  dei personaggi si muovono da un’opera all’altra: il protagonista di un romanzo può ricomparire come comprimario in un racconto, mentre il personaggio al quale non era stata dedicata che qualche paginetta può diventare protagonista dell’opera successiva”.

Che si sia notai o ragazzotte di paese, arriva per ognuno il momento di sentirsi piccoli e indegni.

Grazie al cielo un romanzo scritto circa settant’anni prima era riuscito ad aprirle gli occhi. […]. Forse era per cose come quella, pensò Amalia, che tanta gente amava i romanzi.

La strada / Cormac McCarthy

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Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: SE NON è LUI IL VERBO DI Dio allora Dio non ha mai parlato.

Poi  si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.

E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?

Si, certo che puoi.

Tu cosa faresti se io morissi?

Se tu morissi vorrei morire anch’io.

Per poter stare con me?

Si. Per poter stare con te.

Ok.

Se solo il mio cuore fosse di pietra.

Si. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quello che vorremmo dimenticare.

Guardati intorno. Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l’assenza di qualsiasi tempo.

Ce la caveremo, vero, papà?

Si. Ce la caveremo.

E non ci succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Si. Perché noi portiamo il fuoco.

Uscì fuori nella luce livida, rimase li in piedi e per un attimo vide l’assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L’oscurità implacabile. […]. Il vuoto nero e schiacciante dell’universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli.

Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno.

Anche se vedevano mondi diversi sapevano la stessa cosa. Che quel treno sarebbe rimasto li a decomporsi lentamente per l’eternità, e che nessun treno avrebbe mai più viaggiato.

Tu non mi credi.

Si che ti credo.

Ok.

Ti credo sempre.

Non mi pare proprio.

Si invece. Ti devo credere per forza.

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.

Non ci vedo.

Lo so. Facciamo un passo per volta.

Ok.

Non mi lasciare la mano.

Ok.

Qualunque cosa succeda.

Qualunque cosa succeda.
E adesso cosa facciamo, papà?, disse l’uomo.

Appunto, dimmelo tu, disse il bambino.

Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.

E riuscirò a sentirti?

Si. Mi sentirai. Fa’ come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere. Ok?

Ok.

 

 

La libreria di Angelo

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Cassette per la frutta piene di libri. Un’insegna che non lascia spazio all’immaginazione. Dall’interno non arriva nessun tipo di luce né segni di presenza umana. La vetrina non invita ad entrare; nulla invita ad entrare, se non una personale fissazione per i libri ed una tiepida convinzione che una qualche emozione possa nascondersi  in quella confusione. Una quantità impressionante di libri accatastati a casaccio occupano l’intero negozio. C’è di tutto, da Banana Yoshimoto a Dacia Maraini, da Levi al manuale di botanica. Impossibile non essere sopraffatti dall’odore della carta, non quel buon odore di carta fresca di stampa, ma quello leggermente acre e pungente caratteristico delle biblioteche di provincia.

 

Angelo, capelli arruffati e baffo simpatico, appare all’improvviso, come un camaleonte che decide di farsi individuare per qualche motivo. Mi legge nel pensiero: “C’è  un ordine preciso – bisbiglia – è nella mia testa”. È qui da almeno trent’anni e lascia trasparire l’intenzione di volerli raccontare tutti.

È complicato, se non impossibile, muoversi: tutto potrebbe crollare da un momento all’altro per come sono precari i volumi messi uno sull’altro. Il custode di questa confusione, invece, lo fa con disinvoltura, come se i libri si spostassero al suo passaggio per non cadere, per rispetto. Mentre mi rigiro stranito dall’incapacità di trovare qualcosa, Angelo prende un libro e comincia a leggerne l’incipit:

“Cazzo. Cazzo cazzo cazzo. Figa. Fregna ciorgna. Figapelosa, bella calda, tutta puzzar ella. Figa di puttanella.”

Ride di cuore. È Porci con le ali, un libro che ha più di quarant’anni, sgualcito appena; ricorda di averne venduti tanti, “Forse ne hanno fatto un film” – sentenzia sorridendo ancora. Ho la sensazione che sia consapevole di avermi regalato un’emozione particolare.

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Esco, con un misero bottino, in una mattina d’inverno riscaldata oltremodo da un sole arzillo. Lasciandomi alle spalle la Libreria di Angelo, percorro a ritroso una strada dal nome pomposo come spesso a accade a Roma, e mi viene da ripensare ad una delle massime di un anziano che viveva vicino casa dei miei genitori:

“Quando cammini con la persona giusta, finisci sempre in un buon posto”.

A volte si creano delle alchimie particolari, con le persone, con i luoghi ed è possibile vivere circostanze che potrebbero rimanere a lungo nella memoria.