La favola delle Torre di Belém

Il cielo blu è trafficato da nuvole in continua trasformazione. Il prato intorno sembra un tappeto, steso apposta per potersi sedere e restare a guardare questo castello in miniatura che ha le sembianze di un vascello ancorato alla riva del fiume Tago. Potrei non entrare: nulla di quello che c’è dentro può essere più bello di quello che si vede da qui.
La Torre di Belém è un omaggio alla bellezza: le pietre bianche che luccicano al sole, le mura merlettate. E’ come un vestito elegante indossato da una bella donna, Lisbona, una città a tratti malinconica, fatta vibrare perennemente dalla brezza dell’oceano, che si fa amare a prima vista.

Decido di affrontare la coda ed entrare. Attraverso il ponte levatoio ed entro in un racconto fatto di battaglie e prigionieri, di cannoni e banchetti reali, di sale e terrazze circondate da un paesaggio che non si dimentica.

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Da lontano, la piccola Torre di Belém diventa un minuscolo gioiello di pietra che fa risplendere la sua favola.

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L’Ascensor da Bica e la signora col cappello turchese

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Ci sono due modi per godersi Lisbona: a bordo di un tram, guardando scorrere la città e chi la vive dal finestrino e a piedi, gustandosi con calma la capitale portoghese, sbirciando tra le porte aperte ed ascoltando gli abitanti conversare tra di loro.

Percorro Calçada do Combro: ha una leggera salita ed un discreto traffico che restituisce il senso di metropoli che Lisbona mantiene ancora sopito tra i suoi vicoli. Il Tram 28 mi supera col consueto fracasso appena arrivo a Largo do Calhariz; non è un vera e propria piazza, ma racchiude un micro mondo molto particolare.

Una signora seduta in un angolo è coperta da un cappello che lascia trasparire la sua nazionalità. Ha un abbigliamento da viaggiatrice abituale ed usa le gambe per reggere un quaderno dove sta ultimando uno schizzo dell’immagine che ha davanti.

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La funicolare dellAscensor da Bica è lì, ferma, in attesa di una nuova discesa. Intorno c’è chi fotografa, chi beve una economica birra, chi fuma qualsiasi cosa, chi chiacchiera. C’è chi è semplicemente di passaggio e chi si gode questo teatro all’aperto senza un apparente motivo, a fazer ora, come dicono qui. Un signore affacciato ad un balconcino, spettatore da una posizione privilegiata, sembra accertarsi che tutto sia al suo posto per poter dare il via libera.

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Arriva il momento. All’interno della cabina in legno c’è chi si rianima per godersi il breve viaggio. Qualcuno spegne una sigaretta e sale a bordo. Intorno tutto si ferma. Il tintinnio metallico del tram zittisce il trambusto di voci che avvolge il vicolo. Le rotaie si mettono a lavoro e la cabina si muove. Nessuno saluta, non ci sono addii. Dopo poco il vicolo torna nel suo stato di saudade momentanea, nell’attesa del prossimo arrivo, della prossima partenza. C’è un cambio di personaggi, altri curiosi, altri fotografi. Il fiume in fondo alla discesa, allenta la claustrofobia della stradina, ma la viaggiatrice che designa non può vederlo: è ancora seduta sulle scale con la sua opera praticamente finita.

Intanto un’altra funicolare è tornata: altri colori, altro conducente, altre storie. Il percorso, però, è sempre lo stesso, sembra una modella in una sfilata vintage pronta per altri scatti, altri applausi.

Il cappello turchese della disegnatrice è ancora fermo, proteso sul quaderno ad ostacolarne parzialmente la visuale. Vorrei sbirciare tra quelle pagine: chissà dov’è stata prima, chissà cosa pensa mentre disegna. A breve girerà ancora pagina per un altro disegno, un altro scorcio di Lisbona, un’altra emozione.